Unexpect – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli Unexpect sono una formazione canadese che porta avanti un caotico, schizofrenico e incorreggibile Metal d’avanguardia, che sembra avere l’intento di unire ogni stile musicale degli ultimi secoli in brani caleidoscopici.

Utopia (1999) contiene solo qualche accenno delle future gesta della band, e per quanto mischi Black Metal, Thrash Metal, Gothic Metal in brani estesi (fino a sfiorare i nove minuti), niente merita di stare fra i loro capolavori. Questi esperimenti dell’esordio ricordano l’evoluzione più d’avanguardia del Black Metal, quella di band come gli Atheist. Il brano maggiore è forse In Velvet Coffins We Sleep, una sorta di Prog-Black Metal neoclassico. La componente più dichiaratamente Black Metal è forse anche la più scontata, ed è resa meno banale solo dalle frequenti variazioni.

wE, Invaders EP (2003) prepara il terreno per il secondo album. Le composizioni si sono evolute verso vagabondaggi chirurgicamente precisi nel mondo Metal, con qualche ricordevole eccezione (medioriente in Rooted Shadows, per esempio).

In a Flesh Aquarium (2006) è un ottimo motivo per non concentrare troppo l’attenzione sul primo album della band. Le idee che sull’esordio venivano presentate sono elaborate con una schizofrenia ed una frenesia nuova, con una densità di variazioni, combinazioni, deviazioni, ossimori che segna un salto portentoso per la formazione canadese.

Chromatic Chimera (6 min.) apre come un circo maledetto dove l’arrangiamento vomita violini, voci operistiche, synth, conati Black Metal, ruggiti Death Metal, tritautto spacca-ossa, motivetti da vaudeville ed un Funk-Metal assassino: frullati assieme, questi elementi stilistici costringono l’ascoltatore a farsi trasportare completamente dall’uragano creativo della formazione, rendendolo succube delle loro schizofreniche regole compositive.

Non meno irrefrenabile e travolgente è Feasting Fools (6 min.), ed è come se avessero fuso un brano di Prog-Metal ad uno di Black Metal con le tipiche voci femminili del Gothic Metal e del Metal neoclassico: Meshuggah, Cynic, Nightwish e System Of A Down scorrono veloci in questa girandola impazzita, e decine di altre formazioni sembrano affacciarsi sotto l’incredibile groviglio. Ma in sostanza, come la Gestalt insegna “il tutto è più della somma delle singole parti”. Il momento più originale giunge quando, dopo circa quattro minuti e mezzo, un delirante recitato a due voci passa il testimone ad un Industrial/Groove Metal prima della chiusura “classicheggiante”.

Desert Urbania (7 min. e mezzo) si apre come una pensosa sonata pianistica, si accosta ad una distesa chitarra elettrica ma poi parte con un tour-de-force schizofrenico di epilessi e rallentamenti, che procede per contrapposizioni vivide che giusto nel finale ritrovano un equilibrio precario, per una chiusura più quieta.

Una virulenta partenza Death Metal è il propellente di Summoning Scenes, ma poi echi operistici e call & response fuori di testa, una melodia vocale quasi radiofonica, momentanei attimi di respiro, la solita mastodontica giostra di variazioni destabilizzano l’ordine che smebrava costituirsi. La seconda parte della composizione si libra in un canto elegante ed elegiaco, disturbato da qualche effetto “digitale”, voci inquietanti che blaterano sullo sfondo e qualche dissonanza, in uno dei momenti più azzardati e peculiari dell’opera. La parte finale torna invece ad una commistione più vicina al loro modello ideale di schizofrenia pseudo-circense.

Silence 011010701 è un esercizio di astrattismo atonale: inizialmente un tuffo post-Ambient dai toni industriali che lentamente incontra un battito Techno, poi una melodia classicheggiante, un groove Trip-Hop, epilettiche e vorticose drum-machine Jungle; è un altro saggio di fantasia e creatività, che traccia una linea trasversale a numerosi “stili”.

Megalomaniac Trees è vorticoso Prog-Metal fra il ballabile ed il bipolare, adornato poco prima del quinto minuto da uno straniante intervento cyber-psichedelico.

A Clown’s Mindtrap è aperta da un organo liturgico, unito quindi da una ectoplasmatica voce dalle sfumature New Age, mentre inietta subdolamente tensione una tesa ritmica Industrial che spinge fino al collasso l’equilibrio, in un finale caotico che sembra la trasposizione in musica di un esaurimento nervoso o di un attacco schizofrenico.

Meet Me At The Carousel è un altro efferato circo di deliri, schiozfrenia ed epilessi schiacciasassi: la versione estremizzata dei più nevrotici System Of A Down.

Another Dissonant Chord lascia affiorare un mandolino mentre impazza il Black Metal più truce; lascia un violino a lamentarsi mentre enfaticamente una voce recita la sua pazzia; accosta una lenta melodia classicheggiante con una grandinata ritmica.

Psychic Jugglers (11 min.) chiude in modo maestosamente delirante. Geometrie complesse intervengono dopo un minuto, rendendo l’idea di un caracollante procedere che contrasta sia con la lenta e lamentosa melodia di archi che con lo stentoreo substrato Metal. Un altro momento di spicco è il balletto pianistico che parte a 5:30, un mix di Death Metal, vaudeville, cabaret e delirante creatività. Da ricordare anche l’assalto Free-Jazz-Metal del settimo minuto, a cui segue un lungo momento di spettrale Dark Ambient. L’ultimo minuto è un delizioso motivetto pianistico che poi si sovrappone ad un Death Metal da cabaret.

In a Flesh Aquarium trova la sua dimensione nel susseguirsi di stili differenti, di accostamenti, di variazioni. Fondamentalmente si può immaginare che tutti ruoti attorno ad un’idea di base, quella di unire il mondo del cabaret, del circo e del Metal tramite una scrittura schizofrenica e bipolare, ossimorica e caleidoscopica. Per non lasciare che tutto scada in un delirio entropico la band non può che sfuttare abilità tecnica ed incastri millimetrici, il che aggiunge una componente Technical-Prog-Metal.

Gli elementi aggiuntivi, soprattutto Elettronica/Industrial e musica Neo-classica cameristica, esaltano la stratificazione delle composizioni e diventano saltuariamente protagoniste, impedendo di avere nel Metal un baricentro affidabile, come invece succedeva nell’esordio.

Tolto un punto di riferimento, il modello della formazione diventa questo pazzoide cabaret, questa giostra multicromatica che, tuttavia, mantiene un filo conduttore: proprio la “schizofrenia” guida l’ascoltatore nell’album, permettendo di intravedere un tortuoso sentiero da seguire fra le composizioni.

Il rischio ed il limite maggiore risiede proprio nella perdita, possiamo dire fisiologica, dell’effetto sorpresa, che conferisce poi all’opera la sua aura “pazzoide”. La formazione però fa molto per impedire che questo accada prematuramente, approfondendo gli arrangiamenti e deviando dai principali sentieri evolutivi delle composizioni.

In conclusione, per mantenere al massimo la loro più peculiare caratteristica la band avrebbe potuto sforbiciare un paio di brani che, per quanto mai mediocri, poco aggiungono di nuovo all’opera (Meet Me At The Carousel e
Megalomaniac Trees, per esempio).

Accostabili in qualche modo alla schizofrenia dei System Of A Down, ma estremizzata fino all’eccesso. Scavando più a fondo, si può intravedere in Devin Townsend il principale padre di questo stile, come mostrano alcuni brani della sua prolifica carriera solista (Ants da Infinity e Vampolka da Synchestra, per fare due esempi). Resta però che da passaggi stravaganti di album deliranti, gli Unexpect hanno evoluto queste idee in brani estesi, che per complessità e intricatezza superano di gran lunga quelli di Townsend.

In fondo gli Unexpect valgono per l’imponenza della loro sintesi, per la loro onnivora arte della variazioni stilistica, un qualcosa che li avvicina al Mathcore più violento e variegato (Dillinger Escape Plan, PsyOPus, Ion Dissonance).

Ascolto ostico, cervellotico al primo impatto, In a Flesh Aquarium è un’esperienza sonora fra ordine e follia.

Fables Of Sleepless Empire (2011) segue per molti versi l’album precedente, ed è un altro viaggio delirante nel più schizofrenico Prog-Metal. Il pastiche di Orange Vigilantes, con una samba jazzata, è uno dei momenti più originali. Unfed Pendulum (8 min.) si distingue soprattutto per le fantasiose incursioni classicheggianti. In The Mind Of The Last Whale è l’azzardo più spudorato, un mix di cacofonie, sibili e fischi da cetaceo, pace oceanica. In genere il disco ripercorre i sentieri del precedente, aggiungendo poco di nuovo e semmai perpretrando in una formula musicale ormai consolidata.

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Voti:

Utopia – 6
wE, Invaders EP – 6,5
In a Flesh Aquarium – 7,5
Fables Of Sleepless Empire – 6,5

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