Vex’d – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Vex’d

Vex’d è un duo Dubstep inglese che ha avuto un ruolo di primo piano nel rendere il verbo Dubstep più violento e spigoloso, ai limiti dell’Industrial, con il seminale esordio Degenerate (2005).

Gli assalti di wobble bass, di ritmi ossessivi e di atmosfere asfissianti sono onnipresenti nell’opera, mentre è ridotta al minimo la componente melodico. Questo viaggio è una dura e violenta avventura in una emicrania angosciosa, un lotto di brani tesi, nervosi, oscuri, aggressivi. Pop Pop Vip (7 min.) è avvolta da sub-bass tellurici ma la successiva Thunder (6 min. e mezzo) porta il livello di distorsione dei bassi a nuove vette di eccessi, riportando alla mente una violenza propria dell’Industrial Metal. Detonazioni Noise assalgono Angels (6 min. e mezzo) e tornano in Corridor, che si ricollega più da vicino ai vorticosi groove della Jungle, ed ancora in Venus. Il vertice di violenza si tocca probabilmente in Gunman, ed è come ascoltare il Big Beat attraversato da una serie di stratificazioni Noise. Slime punta tutto all’ipnosi ritmica, mentre sullo sfondo si sviluppa, appena percettibile, un paesaggio sonoro post-apocalittico.

Le variazioni maggiori si trovano in Cold, che rinuncia al ritmo e fa affiorare desolanti paesaggi Dark Ambient, ed in Crusher Dub, che ritorna al Dub rinunciando a ritmi più spinti ed epilettici, ma gli archi classicheggianti di Fire, per quanto meno palesemente peculiari e eterogenei dal resto, sono in realtà il ponte che porta fino al secondo album.

Album aggressivo, violento, possente e oscuro, Degenerate è un esordio che spinge il verbo Dubstep in un territorio di bassi ossessivamente distorti e di sprazzi assordanti. Per quanto oltre sessanta minuti per una simile proposta, viste anche le poche variazioni, siano molti, sarebbe secondo me errato togliere a quest’album un posto di rilievo nell’evoluzione del sound della scena inglese negli Anni Zero.

Cloud Seed (2010) segna un atteso ritorno e contemporaneamente una evoluzione sorprendente. Invece di ripetere le idee dell’esordio, seguendo un canovaccio comune a moltissimi altri secondi album, Cloud See si mostra più sperimentale di quanto fu l’esordio. Il clima è ormai oppressivo, distopico, inumano, claustrofobico, inumano. Ma non c’è più un orientamento al ritmo così onnipresente, bensì la voce e il paesaggio sonoro hanno un ruolo di spicco inedito nella discografia.

Take Time Out vede Warrior Queen a snocciolare un qualcosa che somiglia ad una filastrocca tradizionale di neo-primitivi mentre impazza un rito tribale cyber-punk. Il seguito del disco però è ancora più avventuroso: Remains Of The Day è al massimo uno spettro Dubstep, perché a dominare è un senso di totale desolazione ed i ritmi sono deformati fino a rendersi riconoscibili solo per il ruolo di ciclica ripetizione. Non cè nulla in questo episodio che sia riconducibile a Jungle, 2-Step o Drum’n’Bass, si tratta semmai di una strana commistione di Dark Ambient, colonna sonora horror e ricordi Dubstep di matrice Burial-iana.

Non è meno inquietante e post-apocalittica l’atmosfera quando Heart Space si apre con la voce di Anneka, perché il pretesto di un Trip-Hop viene turbato da assalti digitali, scorie di nevrosi robotiche, ed il finale è un viaggio nella cacofonia inumana delle macchine.

Burial torna alla mente in Out Of The Hills, ma la visione catastrofica e drammatica di Shinju Bridge, degna di un colossal apocalittico Hollywood-iano ricorda a chi ascolta quale paesaggio sonoro sia descritto nell’opera.

Il remix di Plaid in Bar Kimura è una visione Ethno-Dubstep scurissima che (penso) non abbia precedenti ed il Grime di Disposition è una delle progenie più nere che l’Hip-Hop abbia mai regalato al mondo.

L’ambizione dell’opera viene cristallizata da due remix di pezzi d’avanguardia classica. Suite For Piano & Elecrtonics di John Richards è una Dark Ambient terribilmente angosciante, un gorgo di disperazione e dolore in solitudine assoluta. String Quartet No.2 di Gabriel Prokofiev porta l’Avanguardia Classica nella Dubstep, anche in questo caso (probabilmente) per la prima volta.

La violenza dell’esordio torna, deforme, mostruosa ed efferata, in Killing Floor. Un vocalizzo frammentato costituisce il corpo di Fallen, ma la voce umana più che rasserenare il clima lo rende ancora più inquietante: l’umanità intrappolata in un incubo futuristico, l’angoscia di una distopia dove la felicità è assente.

Le ondate sonore di Oceans non riducono il senso di oppressione, ma se non altro aggiungono una componente meno frenetica, una maestosità tragica.

Chiude l’opera Nails, un crescendo di rumori industriali che centrifuga Ministry, Einsturzende Neubauten, Nine Inch Nails, Godflesh in una Dubstep infernale. Il finale è quanto di più mostruoso il binomio Metal e Dubste possa creare, qualcosa che rende Fear Factory e Strapping Young Lad obsoleti, e non è certo poco.

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Voti:

Degenerate – 7
Cloud Seed – 7,5

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