Loscil – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Loscil

Loscil è il progetto del canadese Scott Morgan. Sotto questo moniker vengono scritte delle opere che si ispirano all’Ambient e che trovano compimento in concept tematici, completamente strumentali, atmosferici e distesi, che sfruttano l’ipnosi della Techno quanto le strutture minimali di Terry Riley, assieme a richiami cosmici e Kraut-Rock.

Triple Point (2001) apre con un incorporeo brano Techno (Hydrogen) ma si fa subito più rarefatto ed “ambientale” con Ampere (7 min. e mezzo), quasi una versione subliminale della IDM degli Autechre. Rimane in questo mare di suoni lugubri ed ovattati anche Pressure, ai limiti dello spettrale, mentre un battito Techno risorge in Zero, minimale e ipnotica.

Echi di musica Classica in Discrete Entropy, una sorta di elegia funebre, anticipano la minacciosa locomotiva Techno di Free Exergy, prima che nuovamente si perda il ritmo, e rimangano solo suoni spettrali (Enthalpy). Questa Techno sottomarina e per così dire “subliminale” trova realizzazione in Conductivity (quasi 8 min.). Vapour è di nuovo Ambient astratta e Absolute (10 min.) chiude con un drone infinito. Nel complesso le due anime del disco si alternano prevedibilmente, e per quanto non si tratta di niente di troppo banale, non c’è neanche chissà cosa da ricordare. Soprattutto la componente più Ambient non è che una derivazione abbastanza prevedibile delle opere di Eno.

Submers (2002) approfondisce l’idea di una IDM sommersa, subsonica, che si manifesta senza mai mostrarsi apertamente. La tematica questa volta è quella dei sottomarini. Argonaut I (7 min.), Gymnote (6 min.), Mute (7 min. e mezzo) aprono portando a compimento questo processo di affinazione: sono tre composizioni con le loro differenze, ma che condividono il sound di fondo, quello che trasforma Techno ed IDM in Ambient minacciosa, avvolta dai bassi ovattati, decorata solo nell’ultima composizioni da melodie più udibili.

Come dissolta, liquefatta, dispersa nel vuoto, questa musica “originariamente” ballabile è diventata una allucinazione di una discoteca, una visione di un dancefloor. Oltre a Brian Eno, torna alla mente il Plastikman di opere come Consumed. Ovviamente, volendo seguire la tematica dell’album, il suono ovattato è riconducibile alla fisica del suono negli abissi. Diable Marin ricorda la Minimal Techno, ma anche qua siamo ai limiti della visione. Resurgam (7 min. e mezzo) si aggiunge alla lista dei brani che esplorano l’idea di base dell’opera, mentre Triton (quasi 7 min.) aggiunge una suspense sci-fi. Kursk (7 min.) richiama alla mente il più intergalattico dei Klaus Schulze.

Curioso esperimento che congiunge Ambient e IDM passando per un suono “sommerso”, ovattato, attutito, visionario più che sull’alternarsi di parti ballabili e parti atmosferiche, Submers riesce a portare a compimento quello che Triple Point faceva appena intravedere. Non esattamente un trionfo di eteroegenità, ma comunque una esperienza sonora suggestiva.

First Narrows (2004) ha un suono più luminoso, ma in sostanza segue la scia di Submers. L’elegiaca Sickbay, il riflesso Kraut-cosmico di Lucky Dub, il Dub psichedelico e atmosferico della title-track (10 min.), la dolce melodia di chitarra psichedelica di Ema, fino alla soffusa ed un po’ soporifera Cloister (9 min.) continuano ad esplorare, non proprio con straordinaria fantasia, questi paesaggi sonori. la differenza sta in suoni più luminosi, quasi bucolici, naturalistici, da natura incontaminata più che da visione spettrale. E tanto basta a far sopravvivere l’opera, che per il resto propone un lungo viaggio senza momenti eccezionali.

Plume (2006) torna nel buio, e instilla tensione rinunciando invece a parte dell’importanza del ritmo. In fondo anche qua c’è il tentativo che il progetto Loscil porta avanti da sempre: unire stasi e movimento tramite una musica atmosferica. Questa volta, però, la fusione è più variegata, eterogenea e le composizioni, invece che riprendere alla Techno la ripetizione ossessiva si sviluppano lentamente, come un pensiero che lentamente va formandosi o un quadro che viene affinato dalle pennellate dell’autore. I suoni sommersi si sono poi uniti a quelli più luminosi di First Narrows, così da portare a compimento un arricchimento timbrico. Ha cambiato ruolo anche il ritmo, che adesso accompagna e si fonde con il manto atmosferico della musica, generando contrasti meno evidenti. La fusione di suoni umani ed inumani, di melodie e ritmi meccanici, conferisce all’opera una dimensione psicologica post-industriale.

Motoc apre con una pulsazione che è quasi una vibrazione cosmica e Rorschach prosegue con un ipnotico ripetersi di una nota che poi viene sovrastato dai ritmi alieni e meccanici, lamenti di chitarra: sono 8 minuti abbondanti di tensione, suspense, suggestione, visione; uno dei vertici di tutta la discografia. Rorschach è un quadro naturale di un paesaggio urbano ed industriale ma è contemporaneamente un saggio di meditazione ed intimismo.

Vibra d’emozione anche Zephyr, una visione lunare che si unisce ad un substrato di palpitanti vortici melodici e ritmici. Una ballata per pianoforte, una lenta risacca marina, un ipnotico ritmo appena udibile in sottofondo fanno di Steam un altro momento da ricordare, un suggestivo tentativo di musicare il mare ed il brulicare di pensieri malinconici che genera in chi lo osserva.

La rinnovata fusione di ipnotico, bucolico, malinconico ed atmosferico trova compimento in Chinook, che è tanto Elettronica quanto Ambient quanto un vecchio carillon pieno di nostalgia. Halcyon ripete la fusione di dolcissime melodie sparute e ritmi meccanici, ma virando prepotentemente verso l’Ambient, con una composizione che richiama il migliore Brian Eno.

Il capolavoro è probabilmente Charlie (quasi 9 min.), che è come Hlacyon degli Orbital ma escludendo tutta la parte Techno, e facendo diventare protagonisti gli intrecci delle varie anime musicali della composizione: un carillon dimenticato, droni cosmici, ritmi di sequencer, uno splendido solo di chitarra lento e soffuso: si tratta di una delle più toccanti composizioni della musica del periodo, un pezzo che riesce grazie ad un intreccio articolato ed elaborato, ma che fluisce senza nessun intoppo.

La pace galattica, venata di malinconia, di Mistral chiudono un viaggio cosmico che è contemporaneamente nella galassia dei pianeti e nell’infinità dell’emozione umana.

Sovrumano, umano ed introspettivo si uniscono in un album che supera Submers, metabolizza First Narrows ed aggiunge una abilità compositiva che è degna dei maggiori alchimisti della musica moderna.

Endless Falls (2010) è un album dedicato all’acqua. Iniezioni di musica concreta (registrazioni di pioggia) attraversano tutto l’album e fungono da centro di gravità delle composizioni. La title-track (8 min) è statica e classicheggiante, quasi un concerto da camera per la pioggia.

Sembra ambientata in un piovoso giorno di novembre Estuarine (8 min. abbondanti). Un mix di New Age, Ambient ed Elettronica fa di Dub For Cascadia il pezzo più affascinante, sei minuti da ballare al buio, in una notte di pioggia, nei pressi di una cascata. Ridottasi la componente meccanica, questa musica che descrive la natura diventa più Ambient e più New Age (Fern And Robin).

Lake Orchard (quasi 8 min.) richiama invece alla mente i Pink Floyd di Wish You Were Here, ma quelli delle lunghe introduzioni e delle sezioni più atmosferiche. Il finale è però una novità assoluta nella discografia: The Making Of Grief Point è un discorso sul processo di creazione musicale che in 9 minuti inserisce sotto forma si spoken-word la voce nell’amalgama dei Loscil; il risultato non è niente di così peculiare, comunque.

Endless Falls aggiunge poco a Plume, anzi sottrae molti dei livelli di lettura, ed è solo un variegato esercizio di musica Ambient/New Age malinconica, con alcuni brani che rischiano di appesantire la godibilità del tutto, soprattutto se si è molto sensibili all’originalità.

Coast / Range / Arc (2011) contiene composizioni di Ambient molto rarefatte come Black Tusk (10 min.), Neve (8 min.) e la spettrale Brohm Ridge (11 min.), sostanzialmente tre droni. Questa musica è talmente diluita da diventare presto tediante, nonostante le sue doti atmosferiche.

Sketches from New Brighton (2012) ritorna a un linguaggio minimale ma meno astratto, con pulsazioni e intrecci melodici. Hastings Sunrise (quasi 7 min.), un’elegia fantasma, Second Narrows (8 min. e mezzo), una distante e elegante Deep House, Collision Of The Pacific Gather, una bava elettrica che funge da contrappunto a una risacca subsonica sono nuovi momenti suggestivi, anche se l’opera si dilunga più del dovuto ripetendo idee simili.

La collaborazione con Bvdub, un produttore americano di Elettronica ambientale porta all’imponente, commovente, struggente, emozionante Erebus (2013). L’opera consta di cinque composizioni estese, la più breve poco sotto i 9 minuti e la più lunga che supera i 24. A differenza dei lavori più recenti del progetto Loscil, queste composizioni contemplano l’uso del pianoforte, un maggiore ricorso a sviluppi dinamici e un mood più malinconico. L’opener Aether (13 min. e mezzo) fa sembrare le tristissime ballate per pianoforte dei Black Heart Procession irruente: dopo un paio di minuti prende corpo una nube sonora dentro la quale una chitarra scandisce una melodia malinconica e dimessa; lentamente il clima si fa liturgico, etereo e onirico; al sesto minuto rimane il pianoforte a far vorticare una mesta melodia, lentamente faogicitata da strati di rumore simile a urla quasi irriconoscibili; forse le urla sono un canto lontanissimo, i due piani si confondono in un amalgama vagamente lirico che pare un’allucinazione pre-morte; sul finale il caos si fa assordante, il clima è trafitto da una tensione drammatica insostenibile che si scioglie, tornando all’origine, in una tristezza raccolta.

Hespiredes (14 min. e mezzo) apre lentissima e diventa entro il terzo minuto una messa soprattutto vocale, lentamente minacciata da droni sempre più imponenti, a ben vedere trasfigurazioni di un’orchestra sinfonica riverberata all’infinito nelle volte di una cattedrale metafisica. Al settimo minuto l’accompagnamento è un fiume di rumore bianco sopra al quale danzano gli intrecci vocali; al decimo minuto le voci sono ululati di fantasmi; al dodicesimo minuto voci all’elio rivelano un’inaspettata anima psichedelica. Lontanissime liturgie al minuto 13esimo accompagnano la composizione alla chiusura.

Hypnos (24 min.) è un canto dai toni etnici, fra medioriente, Africa e chitarre Post-Rock, che vede le voci intrecciarsi fra di loro nei primi sei minuti, mentre dopo nuovi strati di rumore bianco intervengono minacciosi; al 13esimo minuto rimangono dei mugolii lirici che guidano in un mare di suoni liquidi, eterei, onirici, lentamente intrecciati con pianoforte e nuove voci. La composizione, viste le sue dimensioni colossali, non segna comunque la distanza con quelle più “brevi” come pure ci si poteva aspettare, mantenendo alto il livello ma non innalzando l’opera.

Moirai (16 min. e mezzo) è un quadro impalpabile con voci alterate che s’affollano in un caos estatico, così che al quinto minuto il brano è quasi un inno, trascinato dal pianoforte e dalle folate vocali; al settimo minuto ventate tragiche trasformano il panorama e al decimo minuto tutto è stato inghiottito da un gorgo sonoro di rumore informe dal quale una sinfonia ultraterrena filtra timidamente. Al 13esimo minuto una voce femminile in lontananza canta per i moti celesti, in una serenità sovrumana.

La chiusura è per Thanatos, nove minuti scarsi di lentissime melodie affogate in droni caldi e avvolgenti, in un crescendo che scuote l’anima, che mette dinanzi al cosmo infinito: senza voci, l’uomo è perduto da solo senza riferimenti, in mezzo a questa musica delle meccaniche celesti degli universi dentro e fuori dal corpo. Quando pure la voce torna, prima del finale, è fuori dal tempo, un richiamo alle origini africane, forse, più una suggestione mentale che una vera presenza conosciuta.

Altamente evocativo, Erebus sfrutta pienamente le voci e gli strumenti per ornare le strutture minimali di Loscil, creando un magnifico compendio di una musica cosmica per proporzioni, che idealmente unisce Ambient, New Age, Classica e scampoli di Elettronica, di droni, di rumori, di ricordi etnici. Manca un brano centrale epocale, quello che Hypnos non riesce a essere, ma c’è carisma da vendere.

Sea Islands (2014) è un lavoro che torna al ritmo, pur filtrato dall’astrattismo e dal minimalismo. La giostra di campanelli di Ahull (6 min. e mezzo) esplora i timbri dei rintocchi prima di farsi conquistare da un minaccioso basso. Da subito s’intuisce una tensione strisciante, più evidente nella successiva In Threes, con figure di synth che richiamano l’IDM e soprattutto in Bleeding Ink (6 min. e mezzo), persino tetra quando interviene la voce deformata dagli echi. Nella title-track (8 min. e mezzo) sia ha l’impressione che qualcosa stia per succedere, ma il clima da thriller si scioglie in una malinconia sconfinata, resa appena più cerebrale dalle intricate figure di basso. Angle Of Loll, altro affresco di pulsazioni minimali, è forse il meglio di una seconda metà che si dilunga, totalizzando oltre settanta minuti di musica: decisamente troppi, anche con questa eleganza e questa classe.

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Voti:

Triple Point – 5,5
Submers – 7
First Narrows – 6
Plume – 8
Endless Falls – 6
Coast / Range / Arc – 4,5
Sketches from New Brighton – 5,5
Erebus – 7,5
Sea Islands – 6

Le migliori canzoni di Loscil

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