Ghostpoet – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Ghostpoet

Ghostpoet, aka Obaro Ejimiwe, è un cantante e produttore inglese.

Peanut Butter Blues & Melancholy Jam (2011) è uno degli album dal sound più particolare del periodo. I riferimenti sono Dubstep, Grime, 2-Step, Hip-Hop, Glitch, Minimal Techno, Trip-Hop, ma le parti valgono meno del risultato finale.

Mentre i testi vengono snocciolati con uno stile fra il rilassato ed lo “stoned”, fra l’assonnato ed il malinconico, fra un The Streets ed un drogatissimo Mc più “fatto” dei Cypress Hill, a fare da atmosfera c’è una Elettronica minimale e Glitch, cangevole e furba, che permette a Obaro Ojimiwe di proporsi in un misto di parlato, cantato e Rap. Così facendo ci si muove dal ballabile, al canticchiabile, dal Pop al Rock, dal Grime al Funk. Il centro di gravità stilistico non è il mondo Hip-Hop, non è il mondo del Rock, non è quello dell’Inghilterra elettronica degli anni Zero, ma una commistione di queste realtà.

Il punto forte è probabilmente proprio quell’accento cockney dalle sfumature africane, quella parlata un po’ sbiascicata che fa scivolare le parole le une nelle altre, come senza fretta, come senza sforzo, senza nessuna ansia, semmia con una sottile rassegnazione, e con l’eleganza che si esprime in quella fluidità rilassata, in quell’emotività mai vokgare, che rinuncia ad incresparsi in motti violenti, e predilige la scorrevolezza e la “morbidezza”. Per quanto riguarda il lato musicale, domina in genere un clima alieno, sottilmente allucinato, che si esprime ad esempio nei riverberi e nelle tastiere glaciali di Us Against Whatever Ever, che filtra con la Minimal Techno ma come se la osservasse mentre si viaggia su uno dei carri cosmici di Cluster o Kraftwerk. Ma lo stile sa anche flirtare con un Funk misto Ambient come Finished I Ain’t, mentre scorre un fludio canto/Rap, per uno degli apici creativi dell’opera. I Just Don’t Know, forse il brano maggiore, suona contemporaneamente onirico, psichedelico, moderno, orecchiabile: il flow è elastico, i synth dai richiami cosmico/psichedelici sono ben lontani dai distortissimi synth della Dubstep imperante, la base ritmica vortica su se stessa richiamando più un groove Funk che le produzioni Hip-Hop degli anni Zero. Survive It, in una atmosfera onirica e ovattata, costruisce un curioso esercizio di Grime/Trip Hop senza predominio ritmico, vivendo di un ectoplasmatico giro di pianoforte e di riflessi lontani a disegnare una melodia che si precepisce quasi per pareidolia: fra dieci anni un brano come questo potrebbe appartenere ad uno stile che oggi non esiste. Gaasp è Dubstep psichedelica e “stoned”, come Shackleton con meno tragedia e più disorientamento, con più tristezza e meno ansia. Garden Path tramite un approccio minimale trasforma la Dubstep in un esercizio da teatro cinese futuristico, un esercizio d’avanguardia. Liiines, ad esempio, è un Rock epico che potrebbe stare fra gli Explosions In The Sky e gli U2 (o magari adatta per i Tv On The Radio), ma guidato da un flow che ci si adagia sopra con nonchalance. Il viaggio, solo apparentemente disorientante, è in fondo l’ennesima dimostrazione di come la creatività rifiuti le etichette di genere: Ghostpoet “crea” uno stile, più che “seguirlo”.

Almeno Us Against Whatever Ever, Finished I Ain’t, I Just Don’t Know, Survive It, Garden Path e Liiines valgono un sicuro ascolto.

Il secondo album, Some Say I So I Say Light (2013) replicare solo in parte l’esordio, pur conservando il clima umbratile ed i richiami a Burial e compagnia. Cold Win si conclude con dei liquidi fiati da noir, ma ha poco altro da ricordare; va peggio per Meltdown, che ha dalla sua degli archi orchestrali, e per la piatta Comatose, che è un esercizio di pazienza. Il momento maggiore è Dial Tones, che riesce a ritrovare quell’equilibrio poetico fra flow sonnolento e malinconia, vuoto pneumatico e clima ectoplasmatico, psichedelia e Grime. L’avvicinamento al mondo del Pop/Rock in Plastic Bag Brain è un altro spunto intrigante, ma sviluppato in modo mediocre. Non mancano altri tentativi, come i synth di Dorsal Morsel, che rappresentano colori preziosi in un paesaggio grigio. La lunga Sloth Trot (quasi 7 min.) mostra l’ambizione di un rapper che è al contempo poeta urbano e personaggio dai toni noir, elegante e carismatico. In generale, però, non c’è la densità di idee dell’esordio, si è perso l’effetto sorpresa e le novità sono spesso inserite in brani deboli, che si dilungano ed indulgono fin troppo in soluzioni non sempre creative.

Shedding Skin (2015) è un album che spinge verso un Pop/Rock abbastanza tradizionale (quello “alternativo” degli anni Zero, come in Off Peak Dreams, X Marks The Spot, Be Right Back, Moving House, The Pleasure In Pleather), abbandonando l’Elettronica. Il clima è sempre umbratile e malinconico, a tratti vicino ai lamenti Post-Rock, come nella title-track, uno dei brani maggiori. L’apice è That Ring Down The Drain Kind Of Feeling, un lamento Blues (la voce femminile è di Nadine Shah) con chitarre distorte e spoken-word/Rap: sembra di sentire un moderno Tom Waits raccontare la malinconia esistenziale assecondando fascinazioni Trip Hop. La ricerca di un nuovo sound prosegue, l’opera è coesa e definisce uno stile che, se da una parte si dimostra prevedibile, consegna una declinazione peculiare della sensibilità da “urban poet” dell’autore.

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Voti:

Peanut Butter Blues & Melancholy Jam – 7,5
Some Say I So I Say Light – 5,5
Shedding Skin – 6

Le migliori canzoni di Ghostpoet

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4 thoughts on “Ghostpoet – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. interessante, avrei scommesso avresti dato un voto più basso! Lieto di aver sbagliato pronostico! Un po’ troppa monotonia nelle armonie, ma un buon disco, poi la voce e i testi sono molto piacevoli.
    Tra l’altro ha anche fatto delle cose con i d.o.t., il nuovo progetto di mike skinner (che, ahimè, ha lasciato il microfono al pelato che si porta dietro).

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  2. Guarda, mi è piaciuto molto, penso anche che lo andrò a vedere in concerto fra qualche settimana! 🙂

    Valgono la pena questi D.O.T.? Cavoli, e dire che l’ultimo di Skinner non mi dispiaceva affatto!

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  3. No, ma è piaiuto anche a me, semplicemente credo che il disco (che, come ti ho scritto anche sule mie pagine, posseggo anche in vinile) sarebbe potuto venir fuori molto più interessante.
    Ma dove viene a suonare?

    Comunque questi D.O.T. hanno alcuni pezzi con basi accattivanti, ma personalmente non apprezzo il cantante…finchè fa il ritornello di “If You’re Going To Hell” ci può stare, ma un disco intero di canzoni in cui canta solo lui…pesantino!

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