Lofty Pillars – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Lofty Pillars

Michael Krassner, già nucleo dei Boxhead Ensemble, è il cantautore statunitense che sta dietro anche ai Lofty Pillars, un progetto che unisce il Folk ad una delicata, sognante, malinconica veste di musica da camera. Il progetto, che anche questa volta, come nei Boxhead Ensemble, conta numerosi collaboratori di spicco, tra cui Fred Lonberg-Holm nel ruolo di spicco di arrangiatore.

L’unione di un delicato Country e Folk ad un avvolgente manto orchestrale che ripudia le più trite banalità conferisce a When We Were Lost (2000) una classicità istantanea. La toccante Lost, At The Station, Anna Lee, la funebre Prodigal Son, il sussurro di Still Life, la fragile I Have Become You richiamano le ballate di Dylan, Bowie, Lou Reed ma trasportate in un clima onirico, Post-Rock, Slo-Core: lente, soffuse, flebili, queste composizioni hanno perduto la magniloquenza del tipico arrangiamento orchestrale, e preferiscono una dimessa musica da camera, un canto che è per molti versi l’opposto di quello di Bowie (enfatico e drammatico sino all’eccesso), un sussurro fragile e poetico, che trasporta l’ascoltatore in un mondo vibrante di sentimenti ed emozioni. Non una rivoluzione, neanche una qualche opera straordinaria, ma un sinuoso, sensuale, ammaliante esercizio di poetica musicale.

Amsterdam (2001) si spinge più in là, affrontando le atmosfere dell’esordio con una musicalità più complessa, in particolare fondendo Folk e Classica, reintrepretando un passato ammirato con sguardo malinconico con l’estetica post-moderna.

Questa volta i brani migliori possono ambire al titolo di capolavoro. Difficile non usare questa etichetta per la title-track iniziale, come se Leonard Cohen e Bob Dylan si fossero uniti per suonare una ballata pianistica che metta insieme ricordi Folk ed un ensemble da camera: richiami esotici nei ritmi (à la Calexico), tristezza e dolcezza, malinconia e nostalgia si susseguono armoniosamente, scrivendo una delle composizioni più toccanti del periodo. Roll Down prende il binario del Folk per una maestosa ballata venata di Soul mentre Guest Of Dishonour è come il primo Leonard Cohen ma nel pieno della notte, al rallentatore, come se l’estetica “slo” avesse sposato il più intimista cantautorato. Fade Away fa richeggiare una stasi à la Morricone su uno slo-core à la For Carnation, mentre il canto rimane quello cantautorale “tradizionale”, fino ad un picco di intensità per archi, scrosci di piatti, canto flebile, figure tristi di pianoforte. La dolcissima ballata di Sons Of Solemn Men richiama Bob Dylan, ed è decorata da uno splendido clavicembalo e dal passo lento, maestoso, nostalgico. La toccante e notturna Eulogy è qualcosa che ricorda Simon And Garfunkel nei loro momenti più vicini alla religiosità, ma trasportati in una bettola dove canta Tom Waits.

Bob Dylan è praticamente onnipresente su Field Of Honor, che è una specie di (notevole) tributo al periodo delle ballate di Highway 61 e Blonde On Blonde: un ascoltatore ignaro potrebbe non distinguere questa ballata da un’altra di quel periodo, e per quanto l’esercizio sia derivativo stilisticamente, pochi sono riusciti a ricreare la magia del miglior Dylan, anche se troppi lo hanno malamente imitato. La dolcezza di Mothers Arms lascia senza difese l’ascoltatore, e fa sembrare Nick Drake e Simon And Grafunkel frenetici e sgraziati: qua siamo ad una ninna-nanna fatata che ha pochi rivali in quanto a delicatezza ed eleganza, un insieme di Folk, Classica e richiami Jazz che si uniscono ad un canto Soul commovente. La lunga ballata Folk di Three Men è tenebrosa e intensa, ma Wasted riequilibra con una scarna ballata lo-fi che sembra tremare e che richiama Bridge Over Trouble Water di Simon And Garfunkel.

Per quanto Dylan, Cohen e Simon And Garfunkel si sentano spesso, difficilmente i modelli vengono ripetuti o semplicemente riproposti. Ad esempio, quando Dylan torna ancora, in Down The River (7 min. e mezzo), due minuti di coda strumentale donano al brano una sfumature sognante ed onirica, una sorta di jam-session che ricorda più Ocean Songs dei Dirty Three che un brano Folk degli anni ’60. Farewell Song, per quanto commovente, è uno dei brani minori, e fa meglio Longing, con una figura pianistica che sembra una sorta di Perfect Day di Lou Reed in slow-motion mentre un nuovo Leonard Cohen snocciola dolci parole; è un lentissimo valzer, avvolto di magica eleganza, ed una delle canzoni più tristi che abbia mai ascoltato. Un po’ di magniloquenza arriva nel finale, con Underworld, che chiude l’opera.

Amsterdam è un album lento, malinconico, nostalgico, emotivo, commovente, toccante, elegante e vibrante di una poetica della tristezza che lo attraversa interamente.

Chiari richiami cantautorali, che riducono l’originalità e l’innovaitvità ma non la coesione e la godibilità dell’opera, si uniscono ad un attento lavoro di orchestrazione.

L’incredibile ensemble con Jason Adasiewicz, Jessica Billey, Kyle Bruckman, Stephen Dorocke, Gerald Dowd, Joe Ferguson, Ryan Hembrey, Wil Hendricks, Glenn Kotche, Michael Krassner, Fred Lonberg-Holm, Jen Paulsen, Matt Schneider oltre alla coppia titolare della stesura delle canzoni, ovvero Michael Krassner e Wil Hendricks, formano un caso quasi unico di formazione estesa e creativa al tempo stesso.

Come The Dark Side Of The Moon, Bridge Over Trouble Water e Blonde On Blonde, quest’album ha dalla sua un amalgama di classicità, melodie, musicalità ed emozione. Prima che dal punto di vista storico-musicale, per cui rappresenta una peculiare riproposizione del Folk, quest’album è uno di quei rari casi dove un album suona godibile, commovente e non banale.

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Voti:

When We Were Lost – 6,5
Amsterdam – 7,5

Le migliori canzoni dei Lofty Pillars

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