Boxhead Ensemble – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Boxhead Ensemble

The Boxhead Ensamble è un progetto atipico statunitense che riunisce musicisti più o meno famosi sfruttando una formazione flessibile, dedita soprattutto ad una musica improvvisata e astratta.

Lo splendido Ducth Harbor (1997) funge da colonna sonora di un film e trascrive in musica un senso di malinconia, desolazione e dolcissima solitudine. Una musica astratta, elegante, avvolta nel silenzio e nella solitudine inanella splendide diapositive che in realtà formano un unico e multiforme flusso di pensose costruzioni musicali intimiste. Avanguardia Classica, Post-Rock, Avant-Jazz, Ambient sono gli ingredienti che ricorrono più spesso Le composizioni più lunghe sono forse quelle che meglio vivono fuori dal contesto dell’album, che in genere si mantiene tutto su livelli molto alti e che richiede all’ascoltatore pazienza e dedizione, viste le sue dinamiche lente, soffuse, lontane mille miglia dalla musica popolare. La splendida Ship Supply (10 min.) è una splendida tromba che piange su un drone tremolante in un paesaggio marino solitario. Ancora più ammaliante è la malinconia di The Ravens (8 min.), un intreccio di chitarre, droni spettrali, fiati umidi e malinconici, ricordi di Fahey e delle sue peregrinazioni spirituali. Jim O’Rourke firma un gioiello in Captain’s Bay Hood, una poesia per chitarra degna della scuola di Faehey. At Sea (13 min.) è vicina al Funk ed al Rock, con un groove ritmico e delle chitarre dissonanti, con delle spigolature che ricordano gli US Maple; la jam prosegue a lungo, ed è un esercizio di contrasti fra l’ordine geometrico del ritmo e le sbavature incontrollate delle chitarre. The Valley (10 min.) è l’ultima composizione estesa: apre in una Ambient per pianoforte per cui l’aggettivo spettrale calza a pennello, che prende vitalità dopo quattro minuti ma con indecisione, fino a quanto dopo cinque minuti abbondanti una parvenza di Jazz si fa intravedere, come se per pareidolia si riconoscesse una composizione; a sorpresa, il finale è onirico e dolcissimo, attenua le asimmetrie e diventa pacifico e ammaliante, seppure malinconico. Quando si alza il canto di Ebb’s Folly, in un surreale clima di chitarre ronzanti, è come il canto dell’ultimo uomo rimasto nel freddo deell’Alaska. Fuori dai canoni del Rock, anche d’avanguardia, e fuori da quelli della Classica o del Jazz, questa è Avanguardia non meglio definibile, non certo facile ma che sa restituire molto a chi concede un ascolto attento e si lascia trasportare da questo lungo e dolce requiem.

The Last Place To Go (1998) è il risultato di registrazioni live sul solito documentario dell’esordio. Il gruppo è sempre più un super-gruppo, con numerosi ospiti d’eccezione. I Dirty Three (non a caso il batterista Jim White e il chitarrista Mick Turner partecipano al progetto) sarebbero fieri di vantare Coastal Boarder e Last Place To Go sul loro Ocean Songs; Nobody sembra una lenta preghiera in lacrime per chitarra; Choices Made una elegia al mare per un chitarrista naufrago. Far Gone/ Big Sky (16 min.) è un po’ il brano che racchiude il sound dell’opera.: sognante, cullante, disteso, soffuso, elegante, malinconico, estraneo al Rock, al Jazz ed alla Classica, questo amalgama sonoro ha davvero pochi paragoni, ed attinge al massimo dalle musiche popolari come Country e Folk, pur per vie traverse. Si tratta di una musica emotiva e toccante, commovente e diretta, che pur non adoperando linguaggi musicali conosciuti trova una comunicatività penetrante. Volteggia e si muove ad ondate, come il mare, e lascia all’ascoltatore un senso di solitudine, di immensità, di pace, di silenzio. I Dirty Three sono davvero fra i pochi che possono permettersi un sound assimilabile a questo, pur con la sostanziale differenza che qua gli archi hanno un ruolo minore e la musica è più improvvisata e meno costruita attorno ad un nucleo melodico. Quando attorno all’ottavo minuto si trova una energia dirompente è come se il mare stesse per rivelare i suoi segreti, ed è come una epifania allucinata, un lamento di sirene che si contorcono sulla spiaggia, una surreale visione fra fantasia ed incubo che sfocia nel silenzio.

Buona parte dell’album non giunge all’originalità dell’esordio, ma l’ultimo brano è notevole, ed è intaccato a livello di originalità soprattutto dal confronto con i Dirty Three.

Niagara Falls è un EP del 1999 che si ricorda per New York Ten, Boston Encore Two, Boston Nine ed in genere per un clima che lambisce l’Ambient più oscura e tenebrosa. Boston Nine in particolare è una massa mostruosa ed informe, forse il suono di un cancro che cresce, forse il suono della depressione o della morte che sopraggiunge.

Two Brothers (2001) ritorna alle lunghe composizioni, intevallate da momenti più brevi. L’atmosfera rassegnata, pigra, malinconica, ombrosa è ancora vicina ai Dirty Three, ma questo non annulla la bellezza di From This Pint Onward (11 min.), che in alcuni frangenti riscopre un’anima Jazz. Più peculiare è Two Brothers (18 min.), un lento intreccio di violoncello e chitarre che procede fra desolazione da deserto, ondate marine, lenti fruscii fino a quando nella seconda parte i suoni si frammentano, si riducono a sussulti, a tintinnii, a scricchiolii in una suggestiva parabola minimale, astratta e naturalistica allo stesso tempo. Un altro momento di ottima caratura è Requiem (10 min.), dolce preghiera ai defunti che fluttua in uno spazio sonoro onirico, statico, eterno, magico seppure triste e intimo: se tutta la musica dei Boxhead Ensemble è musica del mare, questa è allora una dedica ad un marinaio morto abbandonato da tutti, ma felice. I campanellini sono la trovata più curiosa, quella che dona al brano un qualcosa di fiabesco. Come Again No More è avvolta in una foschia di archi suggestiva.

Quartets (2003) ha un tono classico e trascendentale, leggiadro e soave. Four (12 min.) però si impone come il momento maggiore con un misto di inquietanti visioni ectoplasmatiche: i piatti fungono da metafora di agghiaccianti riflessi nel buio, mentre lontani lamenti provengono dagli altri strumenti ed un vuoto pneumatico avvolge il tutto, incombendo come una tenebrosa minaccia. Subito dopo Five (9 min.) fa tornare un po’ di luce, sotto forma di melodia. Non vi aspettate la carica del Rock, la brulicante energia del Jazz, gli sviluppi della Classica: questa musica è una suggestione, crea l’atmosfera ma non si svela mia completamente, è una ammaliante opera per i viaggi della mente, quasi una vellutata, elegante, sinuosa versione della musica psichedelica.

Tendendo sempre verso una sofisticata musica atmosferica dai richiami neoclassici e Jazz (soprattutto), Boxhead Ensemble pubblica Nocturnes (2006), dieci pezzi senza titolo che sono notturni come da titolo e regalano preziosi accostamenti timbrici e numerose idee che approfondiscono quanto ascoltato in Quartets e Two Brothers. Per quanto lo stile unificante sia quello umbratile e soffuso che da sempre contraddistingue il progetto, questa volta la sfilata di variazioni è notevole. Nocturne 1 è una culla di violoncelli a cui si contrappone un pianoforte che gocciola note leggere mentre il piatti scrosciano saltuariamente. Nocturne 5 ritrova un fumoso Blues/Jazz e si sviluppa soprattutto con violoncello e chitarra: è come se John Fahey si fosse unito, nella sua estetica, ai Dirty Three ma con una maggiore “dilatazione” spaziale. Un altro cambio si ha con Nocturne 8, nastri tagliati, fratture, nastri rovesciati, pianoforte: è Revolution 9 se l’avesse suonata un gruppo di Avanguardia amante del silenzio. Nocturne 7 torna a qualcosa di vicino ad un John Fahey, ma in veste “da camera” e con un suggestivo intreccio di pianoforte e chitarre: la vicinanza ad un Folk, per quanto trascendentale, rende il brano uno dei più “orecchiabili” della carriera. Nocturne 2 si libra in assordanti fischi e risacche che ancora richiamano visioni marine ma si ricorda di più Nocturne 10 (9 min.), una musica lenta dove organo, violoncello e chitarra sfiorano lentezze droniche per una splendida preghiera staticae ed eterna, una angelica, paradisiaca, estatica, irreale pacificazione dell’anima. Alla fine questa mutante formazione chiamata Boxhead Ensemble scrive un altra opera che supera in originalità e personalità centinaia di blasonati rockstar e popstar.

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Voti:

Ducth Harbor – 8
The Last Place To Go – 7
Niagara Falls EP – 7
Two Brothers – 7
Quartets – 7
Nocturnes – 7,5

Le migliori canzoni dei Boxhead Ensemble

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