Baroness – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I Baroness dagli USA propongono qualcosa di nuovo sul fronte Post-Metal, che congiunge lo stile alle elaborate partiture del Prog-Metal.

Red Album (2007) si apre con lo Rays on Pinion (7 min. e mezzo), capace di congiungere i Dream Theater con l’estetica degli Isis, aggiungendo un canto à la Meshuggah. Questa musica ha almeno tre anime: melodica, aggressiva, eclettica. Mentre si costruiscono melodie che fronteggiano assalti violenti, le strutture evolvono costantemente. Il gioco di equilibri è entusiasmante in The Birthing, che sfrutta variazioni stilistiche e climax diffusi per iniettare energia in un Prog-Metal policromatico. Alla fine non prevale né la tensione del Metal più aggressivo che la pace malinconica del Post-Rock, e rimane un’estasi vitalistica di energia pura, che può ricordare i Mars Volta di Cassandra Gemini. Immaginate i Fear Factory che suonano gli ZZ Top, e proteste giungere a qualcosa di simile a Isak, ma comunque si tratta di una ricetta a cui è necessario aggiungere uno spirito Progressive indomito, che si concretizza in invenzioni chitarristiche ed una parentesi psichedelica. Wailing Wintry Wind apre come una delle “visioni” dei Mars Volta poi lentamente prende corpo una sorta di ballata accelerata che sospinta dalla tensione esplode al quarto minuto, tenendosi in funambolico equilibrio fra melodico e violento: la maestosa melodia trova il climax in un grido che apre la coda drammatica del pezzo, un intreccio di “segni” ai limiti del caos che lascia il posto ad una poderosa cavalcata ornata di fumi psichedelici, fino all’ultima vertigine chitarristica che è lasciata perdersi nel vuoto cosmico. Una visione dai tratti mediorientali di intricato Post-Rock/Metal prende il volo in Wanderlust, che esplode in maestose ed imponenti scariche che richiamano i Tool e poi propone uno stravagante e lungo momento di “quiete” in un ciclo di chitarre Post-Rock mentre la batteria inietta tensione nonostante qualche richiami caraibico; il finale è al cardiopalma, con una scarica finale che lascia senza fiato. Aleph parte in sordina, poi un labirintico intreccio sviluppa una tensione spasmodica che muta fino ad un colossale Post-Metal dalle tinte Stoner/Sludge prima del terzo minuto; uno virtuoso studio ritmico sospinge poi una pausa prima del ritorno di una violentissima scarica Stoner/Sludge. O’Appalachia in meno di tre minuti sfoggia un Rock’n’Roll in vena di Post-Metal intenso e diretto, con eterogeneità Prog-Metal. Il finale è un Doom melodico e sognante come Grad, che in fondo del Doom ha solo i fendenti lugubri ed il passo mastodontico, mentre per il resto sembra uno dei Rock al ralenti dei Codeine, almeno finché non aumenta la velocità ed una sorta di fanfara futuristica si contrappone ai rombi assordanti.

Il tasso di fantasia ritmica è impressionante in tutta l’opera, ma giunge all’apice nello strumentale Teeth Of A Cogwheel. Le chitarre spaziano fra Post-Rock, Post-Metal, Stoner, Sludge, Heavy Metal, Pog-Rock agilmente, in un esercizio che misura immediatezza e fantasia. La voce, sapientemente usata quanto basta, interviene in alcuni momenti chiave ma non mostra la duttilità che servirebbe. Calma, melodia e dolcezza malinconica si uniscono a rabbia, violenza, virulenza con combinazioni sempre nuove, unendo gli anni ’70 del Prog-Rock con i ’90 del Prog-Metal e del Post-Metal.

Blue Record (2009) ha un suono più “diretto” ma è tutt’altro che lineare, come dimostrano l’opener The Sweetest Curse e l’arrembante Jake Leg, che è adornata ad assoli di chitarra e scariche ritmiche. Subito dopo il Folk scarno di Steel That Sleeps the Eye, dai toni quasi religiosi, precede lo Sludge/Metalcore di Swollen and Halo, con richiami di Emo-core ed intarsi virtuosi. Il maestoso inno di Ogeechee Hymnal con lunga coda astratta porta all’apice del disco, l’intricata ed entusiasmante avventura sonora di A Horse Called Golgotha, un Prog-Metal con orecchiabilità, virtuosismi, energia da vendere ed idee a profusione che tengono il barno vivo in ogni frangente. Anche O’er Hell and Hide, una sorta di Disco-Music suonata dagli Isis, è una invenzione non da poco, e The Gnashing potrebbe essere il loro singolo radiofonico, se le radio adorassero il Metal sperimentale. Non è all’altezza dell’esordio, ma la presenza di un secondo chitarrista e la sempre fertile fantasia rendono l’album un ascolto intrigante, consigliato a chi frequenta queste sonorità.

Yellow & Green (2012) proseguono la serie degli album dedicati ai colori. Questa volta siamo di fronte ad un doppio album che tuttavia non supera i 74 minuti complessivi. La suddivisione sembra più tematica, come a voler evidenziare le due anime dell’opera. Due anime che, fondamentalmente, non sembrano poi così dissimili. L’album segna un avvicinamento a modelli più accessibili, verso una forma canzone canonica.

L’apertura, Yellow Theme, è uno strumentale dimesso che introduce Take My Bones Away, uno Stoner orecchiabile ed intenso, piuttosto radiofonico per i loro standard. Più stimolante il groove tribale di March To The Sea, che dopo un’esplosione pirotecnica ripiega su un arpeggio dolcissimo, con uno dei loro grandi giochi di contrasti. Il finale è tutta emotività, con la potenza che si unisce ad una malinconica poetica di dolci melodismi. Nella stessa tristezza dolce viaggia anche Little Things, che anticipa l’acustica Twinkler, psichedelia melodica e dimessa.

Cocainium, uno dei momenti migliori del primo disco, è una sorta di Stoner-Pop psichedelico che nel finale ritrova l’intensità degli album precedenti.

Non meno evocativa e la barocca psichedelia di derivazione Stoner di Back Where I Belong, sempre attratta dalla melodia più dolce. Pur nella sua aggressività, Sea Lungs deve sempre alla melodia il suo carattere orecchiabile ed “emotivo”.

Il secondo vertice, dopo Cocainium, è Eula: quasi 7 minuti dove riaffiora uno stile compositivo più complesso, di matrice progressiva. Si tratta del piccolo gioiello dell’opera.

Il primo disco si chiude lasciando chiaramente l’impressione che la band abbia rinunciato alla propria anima più ruvida e Metal, ed è una impressione destinata sostanzialmente a rimanere anche a fine ascolto.

Il secondo disco, Green, si apre con un “Theme” molto più corposo, che esplode in una colata di Metal possente e melodico: una grandiosa apertura, ma quel che segue è in parte deludente.

Gli intrecci chitarristici di Mtns e Strechtmarker e la potenza del finale di The Line Between sono tutto quello che vale ricordare, e non è un grande bottino.

La svolta melodica, che prosegue un alleggerimento progressivo del sound, non impedisce ai Baroness di consegnare alla storia qualche altro grande momento di equilibrismo fra potenza e poesia, ma Yellow & Green non è un doppio album capolavoro, bensì un ammaliante ma poco peculiare esercizio che fa perno su molta emozione e poca reale innovazione. Nonostante la lunghezza l’opera scorre, ma soprattutto il secondo disco lascia poco dietro di sé da ricordare. Insomma, all’appuntamento con quello che poteva essere il definitivo momento della consacrazione, i Baroness hanno preso la strada del più moderato declino creativo.

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Voti:

Red Album – 7,5
Blue Record – 6,5
Yellow & Green – 6

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