Sanremo 2012 – I “Big” o come volete chiamarli

Anche quest’anno è arrivato il momento di mettere alla prova le vostre membrane timpaniche, di testare la vostra resistenza a quell’Ipecac audiovisivo che è il mirabolante Festival Della Canzone Italiana. Presentato da quell’aitante giovinotto che è Gianni Morandi, famoso in rete per le sue strane preferenze alimentari, quest’anno si prevede più vecchio dell’anno scorso: Sanremo è qualcosa di orrido, che riesce a sprofondare sempre più in basso e sempre più nel lercio di una vecchiaia muffosa, stantia e rancida.

L’avventura è per menti perverse come la mia, perché è necessaria una morbosa propensione per la noia più aberrante, per il disgusto più raccapricciante, per le costruzioni musicali più trite che mente umana possa concepire. Più che trite, o ritrite, ormai siamo ad un livello di cremina, di quelle delizie da gastrofighetto che poi ti fa passare la serata sulla tazza.

Se Dante fosse vivo probabilmente ascolterebbe Skrillex, ma fra un tweet e l’altro si preoccuperebbe di dirvi: “lascia ogni speranza, bro!”.

Quindi, se decidete di seguirmi in questo abonimio, procuratevi dei cacciaviti, una bacinella, del whiskey a basso costo del Penny Market: rispettivamente per ficcarseli nelle orecchie, in caso di rigurgito incontrollato, per stordivi la mente e giungere alla fine del tour-de-force. Qualora siate maschietti, vi consiglio di zavorrarvi a terra come meglio potete, poiché il volume del vostro scroto potrebbe crescere così tanto da necessitare di un condono edilizio.

Matia Bazar – Sei Tu

Eccolo il vento di novità, anche se sembra il peto di un cadavere in rigor mortis. Bentornati nel 1982, a partire dall’improbabile vestito di Silvia Mezzanotte, la donna che presta la sua vellutata ugola a questa poltiglia abortita da uno dei cestoni a 5€ del Carrefour dove ci trovate Don Backy e Alexia. Il più divertente è il tizio che affianca la MILF Mezzanotte con la sua chitarrina da bardo di un MMORPG di quelli che ci mettono i personaggi a cazzo per dire che puoi scegliere tu chi essere, ma che poi alla fine il bardo non fa un bel cazzo, ed al massimo tu sembri Guccini che va a combattere gli orchi in una foresta fatata, e più che paura sembri in piena demenza senile. Parliamo, se proprio dobbiamo, della canzone: si apre come un b-side di Marco Masini, ma la cantante fa la femme fatale che provoca erezioni ai sessantenni, fino al polveroso ritornello, con la stessa prevedibilità di una bestemmia dopo una martellata sul mignolino. Ci sono gli archi, ci sono i fottuti archi, che orchestrano quanto basta, e che fanno invecchiare il brano di qualche lustro extra. Il testo è una cosa così imbarazzante che se provo ad analizzarlo mi viene voglia di depilarmi con il gasolio ed un accendino. Ma ormai mi piace fare questo gonzo journalism e quindi ecco, vi mostro l’orrore, tenetevi pronti:

“Sei tu, sei tu, sei tu … che mi hai rubato il cuore!!
Sei tu, sei tu, sei tu!!
Sei tu, sei tu, sei tu!!
Che mi ha rubato il cuore …”

Ora io dico, questa è roba che una dodicenne lobotomizzata, bendata, sodomizzata da un branco di lupi mannari riuscirebbe a scrivere con la mano sinistra. Come si fa a partorire una simile sciatteria? Come si fa ancora a scrivere testi così vacui? Viene voglia di trasferirsi in Belgio, stare lì per 55 anni, dimenticare completamente l’italiano e finalmente non capire più quanto possa essere tediante questa melmosa banalità.

Voto: 1/10

Arisa – La Notte

Via, dopo i Matia Bazar aka “Il Bardo e la MILF”, arriverà una bella boccata di freschezza, di novità, di gioventù. Quando la vedi entrare, Arisa, senza quei 300 grammi di occhiali hipster, che cammina con la stessa perizia che ho io dopo l’ottavo gin tonic a digiuno, capisci che c’è poco da aspettarsi. Nonostante l’anagrafe sia dalla sua parte, Arisa punta al vecchio modello “brano patetico che è così triste che devi piangere sei stronzo”, ed io, si sa, sono molto stronzo. Anche lei ha la stessa vena poetica di Ciccio Benzina, quindi meglio trascurare il testo. Il pianoforte triste triste, lo sguardo corrucciato, il mid-tempo da malinconia di fine Festa dell’Unità però non fanno trovare sollievo nemmeno nel resto. Oddio, quando arriva l’assolone di chitarra, una di quelle tamarrate che a confronto Vasco Rossi è Ivano Fossati, sembra proprio che si debba abbandonare ogni speranza. Mi ero messo persino a fare le valigie, pronto alla fine del Mondo, ero ormai convinto che un enorme mostro con scritto sul petto “Noia Musicale” avrebbe ingoiato tutto quanto, poi ho deciso di smettere con l’LSD ed ho potuto continuare meglio il mio lavoro. Mi faccio forte con le droghe, non mi giudicate.

Ma se non riuscite a capirmi, rileggete bene questi versi, e mi capirete di più:

“E quando arriva la notte e resto sola con me
La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché
Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci l’amore continuerà”

Voto: 1/10

Pierdavide Carone e Lucio Dalla – Nanì

Lucio caro, io ti ho voluto bene, hai scritto delle cose belle in passato, eri divertente, pungente, eccentrico. Chi diavolo può vantare un verso come “s’ingrossava la cappella” in Italia? Ecco, ora però ti presenti a Sanremo con Pierdavide Carone, che oltre a non essere stato premiato dall’anagrafe è anche un tizio di Amici di Maria De Filippi: non proprio un finale di carriera col botto. Ora stai là a dirigere l’orchestra, e canti insieme a Pier poche parole per far vedere che ci sei, e sembri un vecchietto a cui hanno dato un giocattolino nuovo, l’orchestra di Sanremo. Pier fa il suo: visino pulito, impennate drammatiche, buona presenza scenica, una voce potente. Il testo, diciamocelo, fa le scarpe a buona parte dei testi di Sanremo da quando lo vinceva Nilla Pizzi: parla di prostituzione, con fare anche abbastanza crudo (“Venti euro di verginità”). Ovviamente lui che è giovincello si innamora della giovine che fa mercimonio delle sue grazie – eccheppalle – ma rispetto al resto, spicca come una forma di gorgonzola rancido su una catasta di feci di ippopotamo. La musica è un gigantesco “meh“, accompagna bene il testo ma lascia spazio al canto, come vuole la regola di Sanremo. Sei cascato in basso, Lucio, ma fai sempre meno ribrezzo di tanti altri, ed io tivubbì, quindi ti e vi premio.

Voto 4/10

Nina Zilli – Per Sempre

Una minaccia, roba da denuncia: provate a rileggere bene qua sopra: Nina Zilli Per Sempre! Fa paura eh! Non so se lo sapete chi è Amy Winehouse, su qualche coraggioso blog controcorrente ed underground se n’è parlato a causa della sua prematura morte. Era famosa per la cofana di capelli, per lo stile retrò, per i vocalizzi peculiari. Se casomai foste a conoscenza di questa misconosciuta figura della musica inglese degli anni Zero, potreste intravedere dei richiami nella buona Zilli, ma aggiungeteci i Negramaro e Giusy Ferreri: mischiate il tutto, amalgamate, offrite al vostro peggiori nemico. La Zilli canta, ammicca, fa la donna sensuale, si veste come una ragazza di buona famiglia che vuole fare la trentenne anzitempo ed alla fine fa anche quel gesto… quella cosa… quella pantomima da discount… Dovete guardarlo e dirmi se non vi sembra la faccia che fanno le pornostar più smaliziate. Il testo è quello che è, sembra una cosa così tanto risaputa che a confronto il Padre Nostro è inedito:

“Se un giorno tu
Sentissi che c’è qualcosa che
Non ti sai spiegare non ti lascia andare
Non chiedere a me
Neghi la verità
Ora che non ti serve piangere
Puoi lasciarti cadere
Dimenticare non basterà
Ma illudimi che sia per sempre
Non importerebbe niente se
Le parole tue
Mi hanno fatto male ma tanto vale che
Stasera non cedo a niente
Perché se perdo in amore perdo te “

Voto 2/10

Gigi d’Alessio e Loredana Bertè – Respirare

Io guarderei Sanremo solo per vedere Cicci T’Alessio. Quest’uomo mi attrae come quei film raccapriccianti che ti guardi solo per capire se davvero puoi sopportare un tale abominio: tipo quello snuff movie che guardavo iersera scaricato da quel sito russo. Dicevamo, Cicci è come se fosse il Mick Jagger di Casapesenna, il David Bowie di Secondigliano, il Bruce Springsteen di Orta di Atella, e la sua faccia mi basta a pensare che Lombroso è troppo sottovalutato. Quando entra sul palco si alza un tifo da stadio che lo riporta immediatamente al suo livello prediletto: quello dell’emozione semplice e popolare, dell’ammore e della passione, e di sta ceppa di minchia, Cicci, ché ogni volta che ascolto una tua canzone mi sale un razzismo incommensurabile per i napoletani. Poi mi passa, ed odio tutto il mondo senza preferenze. Insieme a Cicci c’è quella specie di Richard Benson al femminile che è Loredana Bertè. Lo dico sul serio, io voglio un programma tutto per la Bertè, dove lei esprime la sua filosofia di vita e magari spiega a noi proseliti come diavolo fa ad essere così tarchiata. Si presenta sul palco che sembra un incrocio fra Sconsolata di Zelig e Ozzy Osbourne, e potrebbe diventare il mio avatar eterno su Facebook. Quando partono le prime note, ho le allucinazioni e la nausea che neanche se stessi raccattando del vomito di cane con la lingua. Parte uno di quei Funk scaduti nel 1986 e quando arrivano a fare “re re respirare” viene voglia di smettere di farlo, così da morire prima della fine. Ormai bluastro, ricomincio a far funzionare i polmoni quando vedo il sorriso di Cicci che mi illumina la vita, e poi quel bacino che dà alla Berté alla fine. Osservo i cacciaviti, penso sia venuto il momento. Poi finisco la prima bottiglia di Whiskey, e tiro avanti.

Voto 1,5/10

Eugenio Finardi – E Tu Lo Chiami Dio

Eugenio mio, là in mezzo al palco vestito come un cameriere di un winebar di Milano, mi fai tenerezza. Sei tutto preso a cantare, e fai quei versi che fanno gli ubriachi quando sentono che l’ultimo rum e pera sta risalendo allegramente la loro trachea. Se provo a non guardarlo, Eugenio canta bene, in modo vibrante, e nonostante il ritornello sia la solita vecchiata che farà strage negli ospizi, il brano è il primo in questo viaggio all’Inferno Sonoro che non parla d’ammore, anzi affronta una tematica spirituale. Con la profondità di Paolo Fox, va bene, ma ci prova. Io ad Eugenio non dico cose cattive, ecco, quindi non vi aspettate altre cattiverie da parte mia. Io ci piglierei una birra con Eugenio, per vedere che versi fa quando sente che sta per arrivare un rutto grosso grosso. Voglio capire se è come tutti noi, anche lui.

4/10

Marlene Kuntz – Canzone Per Un Figlio

Ma dico io, eravate quelli che aprivano una canzone con “complimenti per la festa, una festa del cazzo!“, eravate quelli che “sono i Sonic Youth italiani”, eravate quelli che spaccavano tutto e facevano un casino della madonna. Eravate gli alternativi, certo alternativi come gli Afterhours che a Sanremo ci sono già andati, ma che stracazzo di minchia, la canzone al figlio? Ma che cazzo siete diventati, gli epigoni di Gianna Nannini? Ma cosa vi passava per la testa? Poi vabè, non è così terribile il risultato, tranne le orchestrazioni che stanno là per dire che hanno usato l’orchestra, ma Godano è sempre figo e maudit quanto basta, e quando la voce si increspa viene quasi una lacrimuccia. Il testo è lo sviluppo del tema “Giovane con doti di creatività nei testi si perde in intellettualismi e scade nella banalità”, eccovi una dimostrazione:

“La felicità sarà sempre raggiungibile
Se non sai quello che vuoi
L’infelicità sarà spesso incomprensibile
Se davvero sai chi sei a felicità sarà desiderare ciò che hai
Dentro, in fondo all’anima
Dentro di te”

Ora che sono venuti a Sanremo, sciogliersi è la prossima mossa da fare; oppure no, tornate fra qualche anno, a cantarci della crisi della mezza età di Godano, a scrivere magari “vecchio non sarai se non ti sentirai/ vivi come vuoi/ non siamo degli eroi/ tu cerca la tua pace/ la poesia e la luce/ ricorda la tua croce/ non ti perdonerà”. Cristiano se me lo copi fammelo sapere, che apro uno spumantino del Lidl per festeggiare.

Voto: 3/10


Emma – Non è L’Inferno

Ditemelo che lo fate apposta, a farmi questi titoli che poi lo sapete che mi viene da farci le battute. Sarà che il bicchiere continua a svuotarsi, ma sono sempre più convinto che lo facciate per fare del male a me. Emma Marrone, ora privata del fecale cognome, si presenta in un verde foresta pluviale, con la solita grazia dello sfasciacarrozze che da sempre la contraddistingue. Poi si mette davanti al microfono e trova un briciolo di compostezza. Parte una commozione telefonatissima, poi c’è il pianoforte triste quindi proprio dovete singhiozzare come una pingue bambinetta di tre anni a cui esplode il micino il giorno del suo compleanno. Crescendo drammatico e poi ritornello impegnato, ed a me viene per forza da guardare a quei cacciaviti. Finisco un altro bicchiere. Poi la Marrone si mette a fare “nana na na nana” e mentre sotto la musica assume sfumature da climax Post-Rock (oddio scusatemi Slint) lei ci parla del fatto che “ci sta la crisi” che “i ciovani son senza il lavoro” e via luoghicomunando. ma è il testo impegnato di questo Sanremo, cazzo, chi sono io per andarci contro? Brava Emma, la tua canzone cambierà la società sicuramente. Giù un altro bicchiere. Almeno quest’anno non c’è Kekko dei Modà, anche se i Modà rimangono spudoratamente “marroni”.

Voto: 3/10

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A questo punto il sito della Rai su Sanremo inizia a dare i numeri, i video non sono più reperibili, hanno fatto probabilmente il peggio macello. Ne approfitto per sfogare la mia rabbia repressa e barcollando vado a insultare gente dalla finestra di casa. La cosa mi calma quanto basta per ritrovare le forze. Quando torno, vedo che sono di nuovo disponibili i video. Mi sento fortunato come un bambino che ha trovato nel pallone da calcio in cortile una sorpresa di unabomber.

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Irene Fornaciari – Grande Mistero

Irene Fornaciari, cioè la figlia di Zucchero “Sugar” Fornaciari, quello che a me sta simpatico come il tizio che ti riga la macchina con il piccone il giorno dopo che l’hai comprata. Irene Fornaciari, che sembra che faccia di tutto per avere la femminilità del padre. Guardatevi il video solo per vedere i versi che fa sul palco, sembra una tredicenne al concerto dei Green Day dopo essersi fatta qualche canna di troppo. La musica è incalzante ma appesantita dai soliti violini, ma smuove più dei requiem che di solito vanno in onda a Sanremo. Il testo è di Davide Vand Der Sfroos, e possiate essere ilari quanto vogliamo sull’assurdità del codice alfabetico che identifica questo tizio, ma poi confronti il testo con quello degli altri e ti dici: questo ci sa fare un po’ di più, porca paletta!

“Io ne ho cavalcate su strade proibite
E sotto il rasoio dei giorni
Di cose ne ho perse ma
Monete di sole io ne ho messe in tasca
E palle di ghiaccio, colpite di testa
Ma questo boato che ho sotto il respiro
Rimane il mio grande …
Grande mistero “

Lei è esaltata come se fosse un ragazzino brufosoloso ad una reverse-gangbang con tutte le veline degli ultimi 10 anni, ed è così tracotante che secondo me le hanno detto che sono tutti lì per lei. Quando urla “Vai Sanremo!” ti viene voglia di urlarle “ma che cazzo vuoi?”. Poi vabè, mi sono ricordato che non mi sente.

4,5/10

Chiara Civello – Al Posto Del Mondo

Tagliamo la testa al Toro, ma chi cazzo è? Allora leggo che è famosa in Giappone, che è famosa negli Stati Uniti, che è famosa e popolare e tutto e che nonostante tutto viene a perdere tempo a Sanremo. Inizia a cantare che più che da un altro continente, mi sembra una di quelle donne che cantano il liscio in Romagna, che piace ai sessantenni e che a me mettono sempre tristezza. Sarà la fisarmonica, ma la mia impressione si fa sempre più una certezza, e la totale inconsistenza di carisma aumenta in me la sensazione di aver trovato la perfetta chiave interpretativa di questa paccottiglia di senilità, trucco troppo pesante tipo post-lite domestica, testi che abusano delle solite cosette che si dicono a Sanremo (e che dice càdere, come a dire “Ciao Max!”). Premio invisibilità totale, di quelle cose si scordano più facilmente del nome delle delle ragazze brutte. Ma qualcosa da ricordare infine c’è, anche se decisamente extra-musicale: la faccia da totano lessato che ha quando finisce la canzone e le fanno il primo piano. Dio se usassi Messenger come una volta ci farei una gif.

Riassunto delle parole più banali del testo:

Strada
occhi
qualcosa da fare
dirmi di no
sogno
baci
vivere
alto
cielo
cadere giù
stelle
sguardo
infinito
parole
mondo
ci sei tu
luna
una canzone
i tuoi baci
cantare
baci
cantare
emozione
baci
baci

Voto: 0,75/10

Francesco Renga – La Tua Bellezza

Francescone caro, col tuo vocione ingombrante sembri un ragazzino delle medie col pisellone di Rocco Siffredi. Col tuo barbone da rugbysta ed il tuo vestito da sposo mi fai sorridere appena entri, poi vedo come diavolo è vestito il chitarrista e penso a Slash in salsa Bel Paese. Sarà il tasso alcolemico ormai a due cifre, ma mi diverto. Certo tu faresti venire meno l’entusiasmo anche a Taz Tazmania, anche se lo sappiamo che hai una gran bella voce, e quindi ce lo fai vedere spudoratamente. Diavolo, hai una grande voce Francesco, ed io non sono mica così insensibile a cotanta potenza, a cotanta dotazione, e quindi fanculo, anche se è hai una voce sproporzionata alla tua corporatura, anche se sta roba è archeologia musicale, io mi sento imbonito, e quindi ti metto un votino bello e grasso. Ah, poi ho letto il testo France’, e devo dire che stai un po’ abusando della mia bontà.

4/10

Noemi- Sono Solo Parole

Il testo lo ha scritto Fabrizio Moro, quello di “Pensa, prima di sparare pensa“, quindi siamo in una botte di ferro. Lei arriva vestita come la maga circe da teenager e attacca con una di quelle cose che anche se hai vinto ieri al Superenalotto ti spari in gola dopo quindici secondi. Grazie all’alcool, il cacciavite scansa l’orecchio di buoni venti centimetri. Sconfitto dal destino, continuo ad ascoltare, ed è violenza sonora bella e buona. Lei canta come potrebbe Gianna Nannini, sbiacicando quanto basta, dicendo e ridicendo una bellissima frase come “sono solo parole” e mettendoci pure un bello “eeeeeeee” che l’imbolsito Vasco apprezzerebbe molto. Prendere vent’anni in dodici mesi, cara Noemi, è roba da film di fantascienza, e l’accostamento di colori che hai scelto degno di un Horror a basso costo, quindi mi chiedo: non è che hai un certo spessore cinematografico, più che musicale? Perchè a quanto pare nella tua bella canzoncina l’unica idea buona è stata quella di farla finire, e far tornare il silenzio. Non sono solo parole, questo è solo sterco.

1/10

Samuele Bersani – Un Pallone

Signori e Signore, Samuele Bersani nella parte di Samuele Bersani! *scroscio di applausi*

Va in onda adesso la replica di Samuele Bersani, vestito da Samuele Bersani, che canta come Samuele Bersani. Che gioia immensa ritrovare quella sottile ironia arguta, che belli gli occhiali con la montatura spessa ed un po’ hipster, che bello ritrovare la filastrocchina sfiziosa che si canta bene ma che parla di una cosa seria eh, che lui è giovane ma anche serio, che voi non lo avete capito, che è geniale, che ha uno stile tutto suo. Il testo sembra una boiata colossale, lo sembra davvero molto, ma lui insieme a Daniele Silvestri è uno dei pochi che è davvero tagliente eh, uno di quelli che sa intrattenere e che non fa sconti. Ma insomma, l’appeal radiofonico è di quelli che capitano raramente a Sanremo, la canzone ha delle finezze che una come Emma Marrone non farà mai neanche se l’aiuta Miles Davis, e quindi prendiamocela così com’è: questo è il tormentone di Sanremo 2012, è la Salirò dell’anno, è quella che vi detonerà i testicoli nelle prossime settimane. Io vi ho avvisato, non venite a dirmi che voi non lo sapevate, che io non avevo capito, che stavo facendo altro. Anche io dovrei studiare oggi pomeriggio, quindi avevate a sacrificarvi anche voi. Ingrati!

5/10

Dolcenera – Ci Vediamo A Casa

A me Dolcenera ha sempre dato da pensare. Ma quanto sarà ruffiano chiamarsi Dolcenera? Perchè non si è chiamata, chessò, Il Testamento Di Tito? sarebbe stato più figo, no? Mi ha sempre dato da pensare, dicevo, perchè ha una bocca così larga che potrebbe dare un senso nuovo a “triple-blowjob”, ma invece di dedicarsi alla nobile arte della pornografia preferisce aprire le sue generose mascelle sul palco di Sanremo, dove c’è stata stata e probabilmente ci tornerà. Dico io, ma una che così giovane vive già delle apparizioni a Sanremo, dove sarà fra 15 anni? A fare gli spot per Alfonso Luigi Marra? Comunque Dolcenera ci delizia con un incrocio fra vecchiaia canora e ritmo tunz-tunz da Techno: fanculo Islanda, voi avete Bjork e noi Dolcenera. Si parla d’amore, si parla di malinconia, si parla di… via, guardate che bocca enorme ha! Quanti denti avrà? Suo padre è forse uno squalo? Lo sapevate che la Mentadent deve il 9% del suo fatturato a Dolcenera? Sapevatelo!

2,25/10

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Guardo la seconda bottiglia ormai vuota, osservo la bacinella impresentabile, sento l’irrefrenabile bisogno di riascoltare la discografia degli Aborted sparati a 140 dB, e poi crollo esanime sul letto. Il silenzio sembra una inedita Decima Sinfonia di Beethoven, ed io ne gioisco come solo si può fare dopo una infinita sofferenza. Poi penso “Cazzo, dovrò ascoltarne altri 8!”; cado esanime sul letto.

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13 commenti

  1. Condivido quasi in toto. Fango e fango e fango sui Marlene Kunz, odiosissimi che per quanto si sforzi Godano ha scritto un testo pessimo, insignificante, al ricordo dei vecchi Marlene c’è da versare lacrime, opzione scioglimento è da valutare, quest’aria snob è deleteria a vederla e a sentirla.

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  2. mi è quasi venuta voglia di guardare sto scempio per farti compagnia…peccato che con l’abbondante nevicata l’antenna non riceva più i fottuti canali della rai…sarà per un’altra volta :mrgreen:

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  3. infatti seguirò sul blog, anzi, quand’è che sforni il seguito? mi sono appassionata e voglio sapere se l’alcool riuscirà a farti arrivare indenne alla fine di questa via crucis :mrgreen:

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  4. Sono giorni che non accendo la tv. Martedì sera al pub per caso c’è la tv accesa e toh, ma c’è già il festival di Sanremo? Il mio primo fulmineo pensiero felice: ORNITORINCONANO!!

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Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

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