Micah Paul Hinson – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Micah P. Hinson su Spotify

Playlist di brani selezionati di Micah P. Hinson

Micah Paul Hinson è un cantautore e chitarrista stutunitense dedito ad un Folk intimista sull’esordio Micah P. Hinson and the Gospel of Progress (2004). S’impenna in un apice elettrico nel finale l’opener Close Your Eyes, si culla onirica Beneath the Rose, volteggia intimista nel Folk di Don’t You, Pts. 1 – 2, si spoglia fino allo scheletro di una canzone in The Possibilities.

As You Can See ritrova una melodia bucolica ma colpisce più l’immaginazione l’organo e l’arrangiamento sontuoso di At Last Our Promises. Ai limiti del sussurro I Still Remember fotografa la poetica predominante, quella di una musica intima, che si colora qua e là del chitarrismo di Hinson, di qualche tocco d’arrangiamento, di qualche dettaglio prezioso. Pura atmosfera è così The Nothing, solo pianoforte e soffuse orchestrazioni, ed un canto fragilissimo e malinconico. Il flusso poetico sfiora i Black Heart Procession (Stand in My Way), diventa ruvido come un canto disperato Grunge senza l’elettricità (la notevole Patience) e riaffoga nel sussurro (You Lost Sight on Me, Caught In Between).

The Day Texas Sank to the Bottom of the Sea (8 min e mezzo) chiude con una elegia onirica che fluttua incorporea e solo lentamente trova un substrato Gospel, trovando l’apice di questo esordio.

The Baby And The Satellite (2005), che raccoglie composizioni vecchie, rimane sognante e fragile (la poetica e affascinante The Dreams You Left Behind; la spoglia e desolata Wasted Away) ma si fa disperato e corale in The Leading Guy, momento di elegante violenza emotiva, con tanto di urla sguaiate sullo sfondo. E su questo Folk elegante, sognante e fatato continua l’opera (Or Just Rearrange, For Your Eyes) almeno quando non trova ritmi elettronici che fanno somigliare Hinson ad un dimesso Patrick Wolf (la curiosa The Day The Volume Won).

Il gioco si fa un po’ ritrito solo in The Last Charge Of Lt. Paul. A un breve album non inferiore all’esordio, però, Hinson allega in coda trenta minuti a testimoniare la prima edizione risalente al 2000 dell’album, più lo-fi, più dimessa e disperata, più da Black Heart Processione e Nick Drake, più commovente e toccante in alcuni frangenti. Il punto è semmai se è il caso di inserire quasi due volte lo stesso album nel medesimo disco. L’opera appare per forza di cose dispersiva e ripetitiva.

Micah P. Hinson and the Opera Circuit (2006) prosegue sul medesimo limbo onirico/malinconico sfoggiando qualche danza popolare (Diggin A Grave, Jackeyed, la graffiante My Time Wasted) che fa meglio di alcuni momenti intimisti. Uno dei migliori è You’re Only Lonely, mesta ma con energia, quasi violenta e nel finale deliberatamente assordante. Il valzer cullante di It’s Been So Long, elettrificato con disperazione, si contrappone all’acustico sussurrato di She Don’t Own Me. Anche Don’t Leave Me Now, con un momento “free” sperimentale, spezza un album che pende spesso verso un desolante Folk che Hinson corteggia dall’esordio. La sua sensibilità riesce a strappare al patetismo l’opera, iniettando energia e qualche grammo di estrosità anche nelle elegie più desolanti.

Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra (2008) propone momenti di malinconica festosità (la maestosa orecchiabilità della lodevole Come Home Quickly Darlin’; Tell Me It Ain’t So che parte lenta ma poi diventa un semi-gospel quasi natalizio) e una elegante nostalgia (When We Embraced; la musica da camera di I Keep Havin’ These Dreams; la splendida ninna-nanna di Sunrise Over The Olympus Mons venata di chitarra elettriche distorte e cacofoniche, a fungere da notevole contrasto). C’è persino un western semi-Morricone in You Will Find Me, che farebbe invidia ai Calexico; un tono tragico perfeziona il brano. L’unico momento di spoglio intimismo è intenso come un canto liturgico (The Fire Came Up To My Knees), anche se ha poco di davvero nuovo. Unendo Folk dimesso ed orchestrazioni, richiami retrò e tradizionali assieme a qualche colpo di personalità, l’album scorre fluido anche quando, nel finale, perde qualche colpo. Resta l’apice della carriera, il più compiuto compendio depressivo di Hinson, un’opera di commovente emotività.

All Dressed Up and Smelling of Strangers (2009) è un doppio album di cover, di cui la migliore è forse la viscerale interpretazione di My Way di Frank Sinatra. Disco per fan e collezionisti.

And The Pioneer Saboteurs (2010) eccede nell’orchestrale e negli archi (A Call To Arms; The Striking Before The Storm; Dear Ashley), si autocompiace nel lirismo (She’s Building Up Castles In Her Heart), zoppica in Folk un po’ banali (Sweetness, Seven Horses Seen). Va meglio quando si crogiola in Gospel onirici nell’apprezzabile 2s And 3s, con momenti anche confusionari, o nella lunga elegia sognante di The Cross That Stole This Heart Away (quasi 8 min.). Watchers Tell Us Of The Night rende di grande impatto una danza popolare con un arrangiamento elettrificato. La magia di un Folk un po’ orchestrale, un po’ onirico, un po’ malinconico torna in Stuck On The Job. Il finale di The Returning (11 min.) annacqua un album già tendenzialmente prolisso con 7 minuti di citazioni da Metal Machine Music che fanno tanto bordello quanto lasciano fondamentalmente indifferenti, e poi chiude con un ennesimo pianto di archi. Album deludente.

Dopo un grave incidente automobilistico nel 2011, rischia di perdere l’uso delle braccia. Per il fragile Hinson, già in passato con gravi problemi di tossicodipendenza e depressione, sembra la fine. Invece nel 2014 riesce a pubblicare Micah P. Hinson and The Nothing, aperto dalla più violenta di tutte le sue composizioni:  How Are You Just A Dream, un Rock’n’Roll a tutto volume che più che Nick Drake ricorda i Motorhead. È un’energia ingannevole, perché l’opera contiene confessioni come I Ain’t Movin’, dove Hinson sembra sul punto di spegnersi da un momento all’altro, o la toccante puntata pianistica di The Quill. Quando è anche la forma è più esuberante, il tono non è più solare (The Same Old Shit; Love Wait For Me). L’anima Gospel torna in God Is Good, ma c’è poco di rasserenante. Si tratta di un gradito ritorno, per un artista che il mondo ha letteralmente rischiato di perdere per sempre.


Discografia:

Micah P. Hinson and the Gospel of Progress 2004 8
The Baby And The Satellite 2005 6,5
Micah P. Hinson and the Opera Circuit 2006 7,5
Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra 2008 8,5
All Dressed Up and Smelling of Strangers 2009 5
And The Pioneer Saboteurs 2010 6,5
Micah P.Hinson and the Nothing 2014 7

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