Balaam

La madre corse fuori, spaventata da suo figlio. Era tornato a casa in lacrime, come se avesse visto un fantasma che si mimetizzava fra gli sterpi sporcati dalla neve, piovuta gelida per tutta la notte. Rimase ammutolita nell’osservare quel ghigno osceno ed orribile, e fu come investita da tutto il malessere degli ultimi anni, quelli che con le sue amiche chiamava “gli anni della ricostruzione”. Stordita ma con la tenacia di chi non può fare a meno di sottrarsi ad un dolore ormai inevitabile, si avvicinò di qualche passo a quella orrenda visione, che risaltava in tutta la sua disgustante platealità in mezzo al paesaggio macchiato di bianco. Tremava molto, così tanto che i pensieri si susseguirono e si confondevano: tremava il corpo e l’anima; soprattutto l’anima. La temperatura da record, “ben sotto la media stagionale”, era completamente al di fuori delle cose che poteva percepire in quel momento. Piuttosto, sentiva che una porta rugginosa dentro di lei si era aperta con un tonfo sordo, ed il fischio della cerniera ancora le turbava le orecchie. Dovette attendere che il cuore fosse pronto, prima di fare altri passi, e giungere ormai a ridosso dell’orrore. Qui si soffermò, come inebetita, ad osservare i più insignificanti dettagli, ed era così presa da non poter riconoscere il sorriso sottile che le si disegnò sul volto, per il resto intriso di paura. Dopo aver goduto con ribrezzo di ogni singolo dettaglio di quella posa immobile eppure così spaventosa, raccolse finalmente il foglio che era malamente infilato nella bocca del cadavere. Tirò un sospiro cinematografico, che sortì solo l’effetto di farla sentire deficiente, e si mise a leggere sussurrando, come per gustarsi quel momento senza spaventarsi però troppo.

“Ci sono istanti in cui guardo l’umanità dall’alto della mia palude nauseabonda, e mi sento così infimo eppure così immenso, profondamente diverso e fiero, e intriso di quello schifo che si può avere nell’osservare un corpo in putrefazione al sole, di quelle carcasse che emanano un odore pungente che ti toglie l’appetito. In questi momenti godo in modo quasi sessuale della mia perversa complessità verso gli altri, e avrei voglia di umiliarli tutti con voli pindarici o magari strappando loro ogni sicurezza, meglio ancora se assieme a qualche bel bicchiere di sangue, da bere con un po’ della vodka che mi ha lasciato papà.

Osservo negli occhi ogni persona e di ogni persona vorrei essere l’incubo e la nemesi, l’ossessione e l’occulto: sconosciuto a tutti, irraggiungibile, ripugnante, orrido, terribile, temuto, dimenticato, praticamente una manifestazione inconscia, un messaggio subliminale che sa di vomito.

Provo un tale ribrezzo per l’umanità che me ne allontanerei così tanto da abbandonare anche me stesso, ed osservarmi da fuori cadavere. Che splendida visione,  il mio cadavere al sole, l’odore pungente, in una domenica mattina.”

Sentì come di aver avuto una rivelazione, ma non voleva che il suo cervello capisse davvero cosa fosse successo. Cercò di pensare al suo bambino, alla casa in cui doveva tornare, ad avvisare qualcuno dell’accaduto. Tentò invano di deviare la mente, ma era uno sforzo così inumano e inutile che fu lei stessa a desistere, come a preferire il dolore quando la tragedia è ormai una certezza più che una possibilità.

Si girò così verso suo figlio, verso casa sua, e lo scorse dalla finestra, attraverso i vetri sudici, fra i fiori mezzi appassiti di piante che avrebbe dovuto curare più attentamente.

In quel momento sentì di poter annullare ogni distanza, di poter quasi essere lì, in casa sua, in quella stanza, senza dover camminare, senza doverla davvero raggiungere. Non capiva neanche lei cosa stesse provando, ma la sensazione contava più del significato, in quel momento; d’altronde, aveva deciso ormai: si era abbandonata a lasciare la sua mente viaggiare veloce verso quello che più la terrorizzava.

A soli 7 anni, il bambino, col volto segnato dalle lacrime, mostrava una dignitosa espressione di dolore mentre teneva la cornetta poggiata al suo orecchio destro. Muoveva l’altra mano con impazienza, e si mordeva le labbra fino a provare una sadica soddisfazione che non aveva la forza di considerare.

Quando dall’altra parte una voce maschile rispose distrattamente, il bambino prese fiato come prima di un grande sforzo, e si voltò sofferente verso la finestra, verso il cadavere, come a richiamare a se stesso il motivo di tutta quella disperazione, di quell’orrore, di quella paura.

Lesse senza difficoltà il labiale del bambino: “correte a casa, mamma si è uccisa!”.

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