Ozzy Osbourne – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Ozzy Osbourne

John Michael Osbourne, ovvero il celebre Ozzy Osbourne già cantante dei Black Sabbath, è una delle più grandi celebrità dell’Heavy Metal. La sua carriera solista ha garantito successo e fama alla sua figura, facendolo diventare un idolo delle masse, del gossip, persino di un reality show su MTV. Attorniato di un alone di classicità Heavy Metal, Ozzy è diventato il padrino del genere, icona Rock internazionale sulla bocca di tutti, per gossip, per leggende metropolitane ed a volte anche per la musica.

In realtà, molta della sua carriera solista non vale nessuno dei primi album dei Black Sabbath, e buona parte dello spessore delle opere a suo nome è dovuto a due chitarristi di spicco. Prima Randy Rhoads, già Quiet Riots, che guiderà gli esordi solisti e rimarrà compianto e venerato dai fans; poi Zakk Wylde, pirotecnico chitarrista che ravvivò una carriera in declino. Come cantante, tecnicamente, non è mai stato un portento, ed i trucchi imparati con i Black Sabbath vengono semplicemente riproposti.

Partendo dal principio, Blizzard Of Ozz (1980) è uno degli album che definirono di fatto la NWOBHM. Per l’epoca in cui venne pubblicato, l’album risultava piuttosto coraggioso, soprattutto nel chitarrismo del giovane Randy Rhoads. Si può immaginare l’opera come una versione meno catacombale e più virtuosa dei Black Sabbath, suonata con la professionalità di un artista ormai maturo, intenzionato a rinascere dopo una lunga depressione. La scintillante chitarra brilla sin da I Don’t Know, brano-inno che anticipa la portentosa carica Heavy Metal di Crazy Train, costruita sugli intarsi della chitarra, che volteggia in assoli pirotecnici che farebbero invidia ai van Halen e mostrano sfumature neoclassiche. Il secondo grande classico è Mr. Crowley, con un leggendario intro di organo, che aggiorna i Black Sabbath e sfrutta ancora il chitarrismo spettacolare di Rhoads. Steal Away (The Night) è l’arrembaggio meno famoso ma che vale quanto i brani più celebri dell’opera, un Rock’n’Roll che sembra la versione perfezionata, aggiornata e molto più trascinante di Paranoid, o magari l’equivalente dei primissimi Iron Maiden.

La dolente ballata Goodbye To Romance è così strappalacrime che merita un inchino, ma magari non una citazione di tipo storico-musicale. Fa meglio Revelation (Mother Earth), 6 min. strappalacrime ma ornati di una orchestrazione quasi da camera, campane, fendenti da Black Sabbath, voci filtrate, pianoforte: un suntuoso momento di ballata neoclassica e Rock che si chiude con una esplosione che sta a metà fra il virtuosismo e l’epica.

L’album venduto oltre 6 milioni di copie, ed è tutt’altro che un bluff: canzoni trascinanti, taglienti, ben costruite in cui al canto di Osbourne si unisce il contrubuto di una band preparata che vede in Randy Rhoads un indiscusso punto di riferimento. L’importanza nel filone NWOBHM è da ritenersi non trascurabile.

Diary Of A Madman (1981) oltre a ripetere qualche idea dell’esordio aggiunge qualcosa in You Can’t Kill Rock and Roll, la title-track e Tonight (ballata e brano Heavy Metal, senza soluzione di continuità e con molti momenti elaborati). L’altra novità ed un arrangiamento mediamente più elaborato, anche in brani massicci come Believer. Se in genere l’album è più orientato ad una orecchiabilità spiccata, almeno S.A.T.O. è uno di quei Rock’n’Roll a rotta di collo, intrisi di Hardcore e Heavy Metal, che merita menzione. Indubbiamente certi passaggi sono “furbi”, orecchiabili e semplici quanto basta per incendiare le folle, ma oltre a questa immediatezza c’è un uso particolare di arrangiamenti elaborati in ambito Hard & Heavy, quando ancora non esisteva l’Heavy Metal sinfonico e virtuoso che spopolerà negli anni ’90.

Bark at the Moon (1983) mette a punto questo mix di orecchiabile e corazzato nella title-track ed in genere si mantiene a galla nel resto dell’album, che sente la mancanza del prematuramente scomparso Randy Rhhoads. Centre Of Eternity è forse la cosa più ricordevole, meglio della ballata strappalacrime di So Tired, degna di una telenovelas dozzinale. L’alone oscuro è spesso da b-movie.

The Ultimate Sin (1986) si corazza fino a lambire il Thrash Metal più “pesante” nella title-track, ma è solo un aggiornamento al suono in voga. Meglio Secret Loser, Never, Shot In The Dark e Lighting Strikes… se non state lì a notare qualche banalità. Praticamente siamo nel Pop-Metal.

No Rest For The Wicked (1988) risolve un grande problema della carriera: l’assenza di un chitarrista del livello di Randy Rhoads. Arriva Zakk Wylde, massiccio, tagliente e tecnicamente preparato, e le canzoni, che in fondo non sono cambiate molto, ritrovano smalto. Un suono più possente, cattivo, aggressivo e prodotto in modo più spettacolare fa il resto. Miracle Man, Bloodbath In Paradise, la possente ballata Fire In The Sky, gli inserti “gotici” di Tatooed Dancer (forse il brano più originale) sono momenti selezionati di un album che probabilmente cambia davvero poco della Storia della Musica, ma è fatto con professionalità e riluce quantomeno del chitarrismo di Wylde, non un nuovo Rhoads, ma capace di resuscitare un appassito Osbourne.

No More Tears (1991) è praticamente un corazzatissimo esempio di Pop-Metal, compatto e prodotto in modo scintillante, che è possibile far rientrare nell’ondata Hair Metal. C’è la commovente power ballad di Mama I’m Coming Home, ai limiti del formulaico. Lo stile neoclassico (un po kitsch) avvicina Ozzy Osbourne ad Alice Cooper in No More Tears (7 min. e mezzo), il brano più ambizioso da molto tempo mentre Zombie Stomp, che si apre con un brulicante Blues da palude intriso di percussioni tribali, diventa poi un più comune Pop-Metal. Astenersi metalheads oltranzisti e ricercatori di Metal d’avanguardia.

Ozzmosis (1995) aggiunge un altro brano orecchiabile e piacevole come Perry Mason (riff di chitarra possente e trascinante) ed altre ballate (la migliore è forse I Just Want You). Thunder Underground è davvero degna, per potenza e per groove, dell’era Nu Metal, e See You On The Other Side si potrebbe rivendere ad un gruppo Post-Grunge, magari in un pacchetto con Tomorrow e Denial. Ma ci sono davvero molte, troppe ballate, e poco, molto poco, di nuovo. Se amate Mama I’m Coming Home, provate Old LA Tonight.

Down to Earth (2001) viene pubblicato dopo un lungo iato, ed è aggiornato alla sua epoca. Se vi state chiedendo “che suono può avere Osbourne nel nuovo millennio?”, provatelo, non è così terribile, non è all’avanguardia ma nemmeno così di retroguardia, e si mantiene su una medietà un po’ tediante. Il Metal ed il Rock innovativo del 2001 però proprio non passano da qua, anche se Can You Hear Them convince in chiusura che qualcosa poteva pur esserci. Si sente l’influenza dei Faith No More, che prestano il batterista (That I Never Had).

Bassano sei anni e Black Rain (2007) ha venature Industrial e Thrash Metal, una produzione complessa da bestseller coevo e poco altro. Sintetizzatori, voci effettate, chitarre deflagranti sono solo dettagli che tengono in vita Ozzy Osbourne “artificialmente”. Ballata da copione dell’album, Here For You, strappalacrime fino all’involontaria comicità.

Scream (2010) è molto energico per un cantante dell’età di Ozzy Osbourne, ma tocca il punto più basso di originalità della sua carriera.

Una carriera all’inseguimento: questo potrebbe essere il riassunto degli ultimi album di Ozzy Osbourne. Con musicisti di alto livello si rivitalizza un cantante che ha ormai dato tutto quello che poteva, e rischia troppo spesso di fare l’imitazione di se stesso. I lustrini dei vari stili adottati negli ultimi album sono un più acuto manifesto di crisi di un dimesso ritiro.

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Voti:

Blizzard Of Ozz – 7,5
Diary Of A Madman – 7
Bark at the Moon – 5,5
Ultimate Sin – 5
No Rest For The Wicked – 6
No More Tears – 6
Ozzmosis – 4,5
Down to Earth – 4,5
Under Cover – 4
Black Rain – 4
Scream – 3

Raccolte/Best Of:
Best of Ozz – 6,5
Ten Commandments – 6
The Ozzman Cometh – 6
The Essential Ozzy Osbourne – 6,5

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