Clubroot – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Clubroot

Clubroot è un progetto dell’inglese Dan Richmond che affonda le radici nella musica Dubstep ma riesce a leggerne gli stilemi con fantasia ed eleganza.

Un clima soffuso, elegante, etereo, alieno pervade l’esordio Clubroot (2009). Il “paesaggio” sonoro, che deve qualcosa sia a Schulze che ad Eno, è brulicante di vita aliena, un algido e fantascientifico ambiente che muta e si evolve, ben lontano dalle mortifere atmosfere di un Burial o di uno Shackleton: la sensazione non è nevrotica o apocalittica, ma misteriosa ed oscura, è un confronto con l’ignoto, l’alieno, l’occulto inteso non come esoterico. L’assenza (quasi) totale di voci aumenta questo senso di alieno. Alcuni momenti sono davvero notevoli, degni di avere sviluppi stilistici futuri approfonditi. Low Pressure Zone è ammaliante e affascinante, sensuale ed aliena, una musica avvolgente, poetica, lirica, che non è sovrastata dal ritmo ma anzi si unisce e si accompagna a questo, proponendo una sorta di equivalente Dubstep dell’Ambient Techno. Embryo (7 min.) è un affresco Ambient su un ritmo Dubstep, ma con lo svolgimento di una piece classica che si delinea pian piano, allontanandosi da ogni schema del ballabile. Il discorso di forme di vite aliene, di una New Age aliena o una Another-World Music è ben rappresentato da Dulcet, flauti di un altro pianeta e visioni di paesaggi incontaminati, e Talisman, praticamente Brian Eno nel corrispettivo del Tibet di Venere o Plutone, ma affiora anche in Serendipity Dub, per la pace di templi extraterrestri. L’avvolgente nebbia di Lucid Dream segna la distanza da Burial e Shackleton e dalla scena coeva per uno stile morbido e vellutato, poetico, soffuso, ectoplasmatico ma non inquietante, praticamente Dubstep per meditazione. Anche quando arrivano echi Industrial (Sempiternal, uno dei brani minori), rimane un substrato alieno e sci-fi, venato D’n’B. Clubroot è di quei progetti che hasnno portato il linguaggio Dubstep verso nuovi, interessanti lidi.

II – MMX (2010) riprende il discorso di questa Another-World Music (se vi piace l’etichetta) aggiungendo dosi ritmiche e spazzolando varie idee sul tema cosmico/galattico/ambientale. In Orbiting l’etnica contaminazione di una tradizione aliena giunge ad una sorta di incontro ravvicinato quando la voce sembra librarsi in acuti vocalizzi di un altro mondo, una allucinazione sci-fi che diventa protagonista, tanto che il ritmo è assente per molta parte del brano. Le preghiere celestiali di Waterways sono geometriche poesie del cosmo, che continuano nel vuoto cosmico di Dry Cured e nell’incorcio Burial/primi Autechre di Toe To Toe. Il disco ha la coesione di quelle opere che affrontano uno stile evolvendolo verso qualcosa di innovativo, ed esplora questa idea di musica aliena. Whistles & Horns è Burial in versione sci-fi, ma il Soulstep incorporeo di Running On Empty è forse più peculiare. Closure (7 min.) è una cosmica escursione che richiama Ambient, New Age e Drum’n’Bass. Il viaggio, cosmico e fantascientifico, si chiude con Chreubs Cry. Forse l’uso di basi più “profonde”, orientate alle frequenze basse, ha fatto perdere l’impalpabile materia dell’esordio, ma si tratta di un album di spessore, che porta le idee di Burial nel cosmo, fuori dalla città, unendosi idealmente all’IDM ed alla New Age. Si è perduto il tocco trascendentale ed un po’ di quella patina aliena che rendeva peculiari i brani maggiori dell’esordio, ma è sarebbe ingeneroso farne un dramma, visti i risultati.

III – MMXII (2012) è una terza opera eterea e cosmica, ma forse meno vicina alla Dubstep delle precedenti. L’apertura è in sostanza una celestiale composizione Cosmica, Ennio’s Eden, dai forti tratti cinematografici e totalmente priva di elementi ritmici: chiara appare la vicinanza con Klaus Schulze. Questo versante “cosmico” viene ripreso almeno nell’interludio Murmur

Il seguito è più vicino ai precedenti album, con soffusi, eleganti brani fra la Dubstep ed un dowtempo psichedelico e galattico: sono ottimi esempi la minacciosa Summons; l’incubo di voci acute di Lurking In The Shadows (ad un passo dalle ossessioni vocali del Footwork); l’Industrial-Dubstep tribale di Garrison; l’ibrido Psych-Dubstep di Faith In Her (il momento più poetico dell’opera); la fusione di etereo, alieno e wobble-bass di Inviolable. L’atmosfera futuristica, intrisa di bassi e di sospiri, di Restraint, chiude un’opera che segue i primi due lavori du Clubroot, mostrandone il sound in un album coeso e organico, senza cali di qualità ma anche senza sostanziali novità. Rimane l’unico a proporre questo amalgama di Ambient e Dubsteo futuristica, ma l’effetto novità è svanito.

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Voti:

Clubroot – 7,5
II – MMX – 7
III – MMXII – 6

Le migliori canzoni di Clubroot

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