Titus Andronicus – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Titus Andronicus

Titus Andronicus dal New Jersey devono molta della loro peculiarità al fatto che sono un sestetto. Questo conferisce al loro sound coralità, energia e varietà, giungendo ad un Punk Rock trascinante che è fatto per essere cantato in gruppo e che fa leva sulle emozioni e la passione più che su virtuosismi e sperimentalismi intellettuali. In sostanza la loro formula congiunge il Punk Rock con la coralità degli Arcade Fire, unendovi la passionalità dell’Emo.

The Airing Of Greviances (2008) si apre con la festosa, corale, epica Fear and Loathing in Mahwah NJ (6 min.), Bruce Springsteen che si unisce agli Arcade Fire con backing band i Pogues. Gli altri brani più estesi non bissano completamente questo trionfo: No Future (quasi 8 min.) è tutta una vibrante emozione, ma si stiracchia fin troppo; No Future Part Two: The Days After No Future (7 min.), che recupera l’energia Punk, suona come una versione proletaria di una Rock opera degli Who, facendo filtrare la malinconia tramite un drone di chitarra Shoegaze che affoga il tutto in un clima onirico, ma in fondo si stiracchia anche lei; Albert Camus (6 min. e mezzo) è la versione isterica della musica corale degli Arcade Fire (più veloce, più Punk, più sguaiata).

My Time Outside the Womb, Joset of Nazareth’s Blues, Arms Against Atrophy sono meno peculiari mix di estetica Punk ed echi di stili sessantiani; su questo frangente il meglio è il Punk’n’Roll di Titus Andronicus. Va meglio, sembra, quando si mira dritto all’emozione, come nella malinconia Punk di Upon Viewing Brueghel’s ‘Landscape with the Fall of Icarus.

A distinguere l’opera c’è un suono denso, una isterica emotività venata di malinconia a cui contribuisce l’arrangiamento ricco e fantasioso, che fonde energia Punk e stili derivanti dal Blues e dal Rock.

The Monitor (2010) è più ambizioso ed affinato. I brani sono orientati quasi completamente ad un formato lungo, che supera in tre casi gli otto minuti. Soprattutto, la formula è protata ad un nuovo livello di maturità. Un mix di Punk, Rock ed arrangiamenti suntuosi, un grande talento per riff trascinanti, orecchiabili ed efficaci e citazioni più o meno ruffiane rendono l’opera un enciclopedico compendio di Bruce Springsteen, Sex Pistols, Rolling Stones, Who, Arcade Fire con chiari richiami anche nel Pop-Punk, nell’Hardcore melodico, nei cori degli inni da stadio e da pub. La formazione, benché solo al suo secondo album, ha ormai la forza di una formula classica, soprattutto perché sono classiche le sue basi: la musica è incentrata su “gesti” musicali risaputi, semplicemente riorganizzati in epiche e viscerali cavalcate e ballate emotive, che traboccano passionalità. Pogues e Clash tornano alla mente, e non solo per una questione stilistica: simile è l’immediatezza in una cornice Punk.

A More Perfect Union (7 min.) è prima una scorribanda Punk/Rock, tutto un lavoro di riff di chitarra con una voce fra canto e stonatura bella e buona, poi intorno a 4:15 parte il vero motivetto fischiettabile, mentre il ritmo batte con fare militare. Il sovraccarico di momenti emotivi, a cuore aperto, ai limiti del caricaturale, è il vero propulsore. Questa musica è popolare ed un po’ “populista”, è una musica sul Rock popolare, che fa risuonare le corde delle emozioni delle platee, e le fa suonare tutte all’unisono, come in una estasi esplosiva. Il coinvolgimento, l’energia trascinante, sono l’unica giustificazione storica di una cosa come Titus Andronicus Forever, che sostanzialmente è roba da Ramones suonati da Motorhead. La malinconia che poi esplode in urlo ed in una arrembante danza alla Pogues in No Future Part Three: Escape From No Future, si fa amaramente corale nel finale, ma in fondo deriva dai cori degli inni Punk/Hardcore. Sempre i Pogues sono l’ombra che aleggia dietro Richard II, ma con una emotività vibrante e trascinante come poche altre. Una musica, questa dei Titus Andronicus, capace di essere commovente, più che innovativa.

Dopo un lotto di brani iniziali che, ascoltati in gruppo, sono una combinazione micidiale di Punk/Rock melodico e ben arrangiato, trascinante ed emotivo fino alle lacrime, il disco inizia la sua parte più coraggiosa. A Pot In Which To Piss (quasi 9 min.) è aperta in un Gospel per chitarre Shoegaze, come se gli Arcade Fire avessero conosciuto i Red House Painters, almeno finché non parte un arrembaggio malinconico à la Springsteen ad un ritmo scatenato che richiama ancora i Pogues (o il Country, volendo). Il brano va avanti con figure pianistiche nel clima drammatico (tipo la Merritville dei Dream Syndicate).

Un altro brano di quasi nove minuti, Four Score And Seven, propone armoniche, canto sconsolato e un canto che sa diventare grido, pianto e coro, prima di diventare un esplosivo Country-Punk-Rock. Rimane difficile immaginare qualcosa di più trascinante, corale, adatto ad un ballo ubriaco fra risa e lacrime. La tragedia festosa della band è una festa di malinconia e di energia, una vitalità dolceamara, che sfrutta tutti i trucchi che la storia del Punk, del Rock, del Country e del Blues possono fornire per aumentare l’impatto delle composizioni.

Theme From “Cheers”, di “soli” 5 minuti, è una sfilata di stili differenti, praticamente un virtuosismo dei loro arrangiamenti.

La ballatona strappalacrime To Old Friends and New (7 min.) farebbe invidia ai più consumati rockers, è un esercizio che merita di rimanere negli annali della ballata da “accendino” (o da cellulare, a seconda della vostra generazione). Così ruffiana, colpisce al cuore dell’ascoltatore con un arrangiamento maestoso e avvolgente e le due voci.

Un altro brano à la Springsteen (…And Ever) e poi la lunga The Battle Of Hampton Roads (14 min.): una sfilata di emotività Rock mentre sferraglia una chitarra che ricorda certi Sonic Youth; i primi quattro minuti sono mediocri, poi vertigini ritmiche e chitarristiche variegano il brano, il passo diventa lento ed epico fra i feedback, imperversano le cornamuse (!) e il ritmo tramuta il tutto in una festosa danza Folk/Punk, fino a che tutto si spegne nel finale, e rimane solo una astratta scia di feedback.

A ben guardare, il ritmo, militaresco, è forse la componente più originale del loro sound, mentre il resto è una questione di assemblaggio, di pathos, di energia. Come altri album del Rock, come ad esempio The River o Appetite For Destruction, l’opera inventa poco ma ha il merito di essere un instant classic. L’equilibrio fra delle forme musicali risapute e qualche variazioni interessante ne fanno un album equilibrato da vivere col “cuore”, che compensa le lacune innovative con una forza trascinante notevole e, visto la formula ed i brani estesi, anche meno lungaggini di quanto si potesse pensare.

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Voti:

The Airing Of Greviances – 6,5
The Monitor – 7,5

Le migliori canzoni dei Titus Andronicus

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