Cattle Decapitation – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ascolta le canzoni migliori dei Cattle Decapitation

I Cattle Decapitation sono una formazione statunitense nata sulla scia del Death Metal e del Grindcore più violenti e senza compromessi, caratterizzati da tematiche vegetariane ed ambientaliste.

Lo scomposto demo Ten Torments Of The Damned (1996) deve un sound fra Hardcore e Grindcore probabilmente alla poca perizia tecnica e/o alla produzione debole.

Human Jerky (1999) e Homovore (2000) mostrarono un sound molto più possente, un cingolato orripilante di truci torture ed immagini macabre, come nella tradizione di Carcass e Cannibal Corpse (o Repulsion, vedete un po’ voi), con i brani sotto il minuto tipici del repertorio dei Napalm Death. Assalti senza compromessi, ma non così taglienti da rappresentare una qualche novità.

To Serve Man (2002) iniziò uno spostamento sul Death Metal brutale e melodico nato da formazioni come i Suffocation. In sostanza si tratta di un passo avanti verso un sound molto più articolato, che trova compimento completo su Humanure (2004). Qua strati melodici (Lips & Assholes), sfumature Black Metal e composizioni più complesse contribuiscono a brani come Bukkake Tsunami (premio per il titolo!), segnata da un riffing Black labirintico e nevrotico, o ancora Chummified, piena di pause e ripartenze. Applied Human Defragmentation mostra ancora meglio quanto la formula sia diventata intricata, ai limiti del virtuosismo. Il finale è affidato a Men Before Swine, quasi 10 minuti di (prolissa) Dark Ambient/Industrial a testimonianza di una formazione che finalmente ricerca in qualche modo un suo stile.

Karma.Bloody.Karma (2006) è il primo album maggiore. Lo svolgimento dei brani è ormai paragonabile a quello dei più rocamboleschi gruppi Metal, come gli PsyOpus o gli Ion Dissonance, e riconduce non solo a Carcass, Napalm Death, Cannibal Corpse e Crypstopsy ma anche alle geometrie schizofreniche dei Dillinger Escape Plan. Il mix è devastante ed è una sorta di versione violentissima del Prog-Metal: lo spettro stilistico è ampio, la tecnica è ormai virtuosismo anche se raramente sterile, la complessità compositiva è ai suoi massimi. Stralci di Black Metal ferocissimo tipo Emperor (Unintelligent Design), scenari Post-Metal sullo sfondo (Success Is), schizofreniche epilessi di chitarre (da 0:40 di One Thousand Times Decapitated in poi), rallentamenti quasi Sludge e ripartenze vertiginose (l’impressionante turbine di The Carcass Derrick), catacombali assalti Doom (la malvagia Bereavement, chiusa da un assalto Noise), i richiami alle geometrie dei Dillinger Escape Plane (Suspended In Coprolite) forniscono all’opera tutte le armi per ergersi ben sopra il resto della discografia. Il tenebroso gioiello dell’album è Alone In The Landfill, che fa mattanza e malinconia rispettivamente nella prima e seconda parte, concludedosi con uno spettrale Folk dai sovratoni Black Metal e le ombre Doom.

The Harvest Floor (2009) è ancora più complesso. Se nell’album precedente pareva ancora esserci nel Brutal Death Metal un qualche centro gravitazionale, in The Harvest Floor non c’è un chiaro stile predominante. The Gardeners Of Eden ha poco da invidiare alle contaminazioni del Post-Metal, pur in salsa estrema, ed ugualmente complessi sono gli svolgimenti di brani come We Are Horrible People, The Ripe Beneath The Rind, Into The Public Bath. La title-track torna ad una musica atmosferica tetra e funebre, mentre Regret & The Grave chiude in modo spettacolare, con un concentrato cervellotico di Death Metal tecnico e cangiante.

Meshuggah, Cannibal Corpse e Dillinger Escape Plan: forse sono questi gli ingredienti che meglio possono far immaginare questo monolite che, pur mancando l’appuntamento con una composizione degna di lodi sperticate, continua un lavoro di affinamento di una mattanza sonora che nella sua grammatica complessa ricorda sia il Math-Metal che il Post-Metal.

La band supera se stessa in complessità con Monolith Of Inhumanity (2012), uno degli album più estremi della storia, un concentrato di Death Metal dei più brutali, Grindcore senza compromessi e inserti tecnici parossistici. La formazione padroneggia ormai le dinamiche, numerosi stili vocali estremi, eccessi degni dei più dissennati Last Days Of Humanity e vortici Prog che riportano alla mente i Death e persino le geometrie asimmetriche e spigolose dei Gorguts. Fra i brani più devastanti del periodo c’è Dead Set On Suicide, che sorprende nei suoi stop & go inumani, nelle scarioche di Crust deforme, nelle accelerazioni supersoniche Grindcore, nelle millimetriche strutture Tech-Death, con linee vocali relativamente pulite che ricordano le vocals dei secondi Fear Factory o un perverso motivetto satanico. In alcuni momenti l’intensità è insostenibile, come nelle sfuriate di A Living Breathing Piece Of Defecating Meat, con la melodia vocale più malsana dell’album, cantato in un tono da goblin da incubo. Forced Gender Reassignment al suo centro si lancia a velocità folle in assoli chitarristici pirotecnici, ma si conclude con una lenta marcia cantata in un tono mostruosamente basso.

Gristle Licker fa roteare mulinelli chitarristici, si apre in momenti Djent e in dissonanze dalle tinte Jazz, chiudendo in un connubio fra Death Metal melodico e canto brutale. In Lifestalker affiora una disperazione desolante coronata da un assolo montato su una funereo Doom, ma il brano contiene alcuni dei più deliranti momenti vocali, dei rabbiosi e sconnessi borbottii da invasato.

Your Dosposal ha una partenza carica di tensione che deflagra in una annichilente bordata Deathgrind, ritrovando linee vocali disperate e desolanti che dipingono paesaggi distopici e sci-fi; quando si rallenta affiora una tensione ritmica a metà fra Djent e Sludge.

Il duetto finale è, per molti versi, l’apice dell’opera. The Monolith ha il compito di introdurre la closer. Lo fa con arpeggi desolanti, una melodia di synth agghiacciante e un recitato da moribondo che esplode in una dissonanza straziante: è come vedere un uomo trasformato dal dolore in un mostro. Kingdom Of Tyrants (quasi 5 min.) è il non plus ultra di quest’arte dell’eccesso: Grindcore supersonico con spunti Black Metal, una voce da rapace; rallentamenti fragorosi per un growl abissale; duello fra la voce in growl e una seconda voce spiritata e malinconica, mentre la musica si distende in una stentorea marcia Sludge; si cade a velocità folle nei gironi infernali, rallentando in un devastante Death mutante, che cambia pelle ogni manciata di battute.

Il finale usa ancora una volta le due voci per raggiungere la massima intensità: è un trionfo drammatico, un’ecatombe che negli ultimi secondi diventa indescrivibile come potrebbe esserlo un’Apocalisse capace di far impallidire quella descritta dalla Bibbia.

Tematicamente l’opera è un campionario abominevole di visioni malsane, cannibali, perverse e altamente immaginifiche, compendio di un gusto abominevole per l’elaborazione delle più turpi ed emozionanti visioni di morte, dolore, sofferenza.

Stilisticamente l’opera è una sapiente ricombinazione, complessa e parossistica, di elementi Death Metal, Grindcore, Sludge, Doom, Prog-Metal, Djent.

Monolith Of Inhumanity supera le opere precedenti, forte anche di una produzione che riesce a mettere in risalto gli arrangiamenti complessi e stratificati, la precisione strumentale, le dinamiche inumane e sconquassanti dell’opera.

The Anthropocene Extinction (2015) prosegue da Monolith Of Inhumanity, aumentando i momenti con vocals in clean, sin dalla furiosa esplosione Deathgrind di Manufactured Extinct. La band ha perduto la furia mutante dell’opera precedente, riducendo le sfuriate supersoniche e puntando maggiormente su mid-tempo e semplificando, relativamente, la complessità delle partiture: c’è più spazio, oltre che per le vocals in clean, anche per le melodie in generale (per esempio in Plagueborne). Alcuni momenti rimangono comunque impareggiabili per potenza, come i vertici assassini di Clandestine Ways, una sfilata di devastazioni Deathgrind che usa i cambi di velocità per animare le continue e ostinate esplosioni.

Mammals In Babylon, con i suoi distopici mid-tempo e Mutual Assured Destruction, anima Death irrequieta, ha una parte iniziale da caspogiro per quanto è violenta, ma si indebolisce in un mid-tempo finale piuttosto banale.

In Apex Blpasphemy la formazione utilizza i mid-tempo, le sfuriate e gli inserti melodici per creare un brano all’altezza del precedente album, dove ogni elemento si somma e sovrappone per aumentare la potenza e l’evocatività della composizione, invece che incanalarla e direzionarla, riducendone la peculiarità incompromissoria.

Nel complesso The Anthropocene Extinction è meno impressionante in termini di potenza e complessità, più inteleggibile, realtivamente all’estremismo si potrebbe dire che è un album più accessibile. Monolith si poneva sul margine dell’estremismo più assoluto, mentre Anthropocene fa un passo indietro, diluendo le invenzioni (per es. questa volta i momenti atmosferici sono due).

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Voti:

Ten Torments Of The Damned – 4
Human Jerky – 4,5
Homovore – 4,5
To Serve Man – 5,5
Humanure – 6
Karma.Bloody.Karma – 7
The Harvest Floor – 6,5
Monolith Of Inhumanity – 7
The Anthropocene Extinction – 6,5

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