Thursday – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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I Thursday sono una formazione statunitense dedita ad un Post-Core con forte tinte Emo ed un gusto melodico che si è anndato complicando durante il corso della carriera. Vengo anche annoverati fra i primi gruppi a diffondere questo amalgama di Post-Core ed Emo alle masse assieme ai Sunny Day Real Estate. At The Drive In e AFI sono solo due dei gruppi a cui idealmente si rifanno.

L’atmosfera depressa di Waiting (1999) caratterizza un esordio fiacco, che fra melodia, banalità Pop-Punk, sfoghi in scream senza personalità lascia poco da ricordare. Molto è stato già detto dalla scena “alternativa” del Post-Core dei fine anni ’90, ed i Thursday oltre al canto viscerale ed emotivo possono contare su poco altro di ricordevole in questa prima opera.

Full Collapse (2001) è un album più dinamico, drammatico e violentemente emotivo. Viaggiando fra melodia, malinconia e sfoghi Post-Core il brano Understanding in a Car Crash si impone come il loro primo classico. La composizione si è fatta più articolata (Autobiography of a Nation), così come gli intrecci vocali, nonostante si rischi ancora qualche eccesso patetico ed un po’ ritrito. L’ottovolante emotivo di A Hole in the World, il canto melodico e l’urlo rabbioso di Cross Out the Eyes e soprattutto il dramma Emo straziante di Paris In Flames, gridata come se stessero strappando il cuore dal petto e febbricitante come il più nervoso dei Post-Core, mostrano una avvenuta crescita rispetto all’esordio. Gli elementi di base, ovvero melodia, grida, emozioni e struggimenti, musica di contrasti ed in mutamento fra dolcezze Pop e sferragliate Post-Core, accompagna l’opera anche in Standing on the Edge of Summer, Wind-Up e nella più lunga (6 min.) e piuttosto schizofrenica How Long Is the Night?. Un tour de force di malinconia, tristezza, di rabbia che si unisce al dolore che usa molti elementi musicali non proprio innovativi, ma li combina per un lotto di brani che spiccano per il loro impatto emotivo, facendo leva su un gusto tragico quasi teatrale, che nel peggiore dei casi suona come retorica dei sentimenti negativi tanto cara al Rock.

War All the Time (2003) è un ulteriore passo avanti nella complessità compositiva, con brani che ormai sono stratificati monumenti di malinconia, tristezza e disperazione, dove la fusione fra melodia e grido, fra scarica ritmica e orecchiabile refrain si realizza più per sovrapposizione che per avvicendamento. Il lavoro di chitarre ed il lavoro ritmico ha fatto grandi passi rispetto all’esordio, la struttura dei brani dà spazio a forti variazioni (senti il pre-finale sussurrato di M. Shepard). Il sound è più cristallino, forse grazie all’approdo su major.

For the Workforce Drowning è un opener sorprendente, un maestoso intrecciarsi di ritmo, chitarre, armonie vocali in un acrobatico compendio di tristezza e dramma che dopo due minuti si trasforma in uno stravagante Funk nervoso prima di un pirotecnico finale: qua la band propone una Post-Core progressivo ed acrobatico che supera in originalità quanto fatto negli album precedenti e che si riflette anche su altri brani (per es. Asleep in the Chapel).

Un pulsare tribale incendia l’inizio di Division St., altro esercizio di tensione dall’emotività straziata. Signals Over the Air è invece il più riuscito momento Pop del loro animo Post-Core, che farebbe l’invidia dei migliori Rise Against. War All the Time è un altro momento di fantasia ritmica, un Post-Core con le chitarre in seconda piano per due terzi della durata. Di grande effetto anche il vorticoso ritmico che incendia Tomorrow I’ll Be You, forse l’apice ritmico del disco, nonché un momento ulteriore per sfoggiare le complesse armonie vocali.

War All The Time è un album di una ricchezza sonora e stilistica che gli album precedenti non potevano assolutamente vantare: non solo l’inserimento della tastiera, ma quello di un violoncello, di intrecci ed armonie vocali di nuova complessità, di una fantasia ritmica inedita, di un chitarrismo molto più vario portano a considerare l’album un nuovo vertice della loro discografia.

A City by the Light Divided (2006) è ancora più rocambolesco, ed allo stesso tempo melodico ed intenso, emotivamente travolgente. Le composizioni sono intrise di uno spirito avventuroso, un afflato “progressive” che spinge i brani su tempi leggermenti più dilatati e verso sviluppi meno lineari (per es. Lovesong Writer). L’uso dell’Elettronica è significativamente aumentato.

Il contrasto fra furioso Post-Core e melodie vocali Pop in Counting 5-4-3-2-1, il lento crescendo tribale di Sugar in the Sacrament, drammatica fino alle lacrime ed alle grida e la supersonica tragedia vorticosa di At This Velocity, compendio spettacolare di un sound pirotecnico come non mai, danno la misura dello spessore dell’opera. Into the Blinding Light, turbinante gioco pirotecnico, è un’altra delle vette. A segnare una nuova maturità c’è Arc-Lamps, Signal Flares, a Shower of White (The Light), al centro della tracklist, ovvero uno strumentale venato di Noise e Psichedelia, su un organo retrò: Bardo Pond in sottofondo mentre batteria e organi fanno una jam Soul/Funk. Running from the Rain unisce melodismo Pop ad energia Hardcore in stratificazioni Shoegaze.

Chiude l’album Autumn Leaves Revisited (7 min.) che è commovente, intensa, variegata, trascinante, straziante, irrequieta: Post-Rock Post-Core per animi senza pace, ed un finale di ottima caratura. In definitiva una appendice che sa essere anche avventurosa a quanto iniziato con War All The Time.

Common Existence (2009) rimane in territori limitrofi, seppure sia leggermente meno avventuroso stilisticamente e suoni come un’opera senza molte idee nuove, che rischia spesso di suonare una aggiunta superflua alla discografia. Magari gli echi psichedelici di Circuits Fever rimarranno a ricordare l’estetica di un album che ha poco di nuovo da offrire, pur rimanendo dignitoso.

No Devolucion (2011) è in genere più melodico e lineare, avvolto da una malinconia quasi onnipresente. Poco vale il canzoniere migliore, forse i contrasti intensi di Past And Future Ruins, con tanto di eccessi assordanti. Si può notare un ritorno ad atmosfere Post-Punk tentate dal melenso melodismo Pop (per esempio Turnpike Divides, tranne che per le sfuriate violente). D’altronde l’album mostra chiaramente che la band è distante anni luce dal Post-Core, basterebbe a dimostrarlo Empty Glass, desolante brano da suicidio tenuto su dall’organo e da un canto sussurrato, senza chitarre, basso e batteria per buona parte del tempo. Non si tratta dell’album fotocopia che ci si potrebbe aspettare da una band in fase calante che ha influenzato la scena del Post-Core/Emo più mainstream, ma di un’opera che recupera molta melodia (quasi sempre banale) ed un cantato pulito e morbido piuttosto prevedibile e che qua e là cerca davvero nuove strade, anche piuttosto stravaganti per il loro passato, fatte di brani distesi come la conclusiva Stay True, 8 minuti di dramma non esattamente rivoluzionari ma relativamente alla loro carriera “coraggiosi”. “Si applicano”, per dirla come i professori in vena di eufemismi.

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Voti:

Waiting – 5
Full Collapse – 6,5
War All the Time – 7
A City by the Light Divided – 6,5
Common Existence – 5,5
No Devolucion – 5,5

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