PJ Harvey – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Polly Jean Harvey è una cantautrice inglese che ha fatto scalpore con testi a luci rosse ed un canto viscerale e graffiante, che l’ha proposta come una personalità decadente, un po’ lasciva, in linea con quanto fatto da Patti Smith, ma con echi anche della musica di Nick Cave. Nella sua variegata discografia compaiono anche richiami di Pixies, Slint e Captain Beefheart, nonché della scena delle riot girls imparentata col Grunge.

La Harvey non ha una presenza vocale capace di imporsi sugli arrangiamenti più fragorosi, ma i suoi testi dai frequenti riferimenti sessuali, spesso sopra le righe, rimangono una caratteristica che la distingue da molta della scena dell’epoca, in genere più del sound degli album.

Dry (1992) è tutto incentrato su provocazioni a sfondo sessuale, e sembra quasi il diario di una ninfomane. Musicalmente ci si muove fra un fragoroso Rock e momenti più decadenti e intimisti, dove il canto della Harvey è protagonista, con colori di Folk e Country (Dress). La ballata Oh My Lover è molto emotiva ed allude a pratiche bisex, Happy And Bleeding è un Folk/Rock sulla perdita della verginità, Sheela Na Gig è un Grunge addolcito, Joe un turbinante Blues/Punk di cui sarebbero fieri i Birthday Party. Plants And Rags sfrutta anche un arrangiamento da camera, che redime un po’ la banalità sonora dell’intera opera. Nelle combinazioni degli ingredienti Folk, Blues, Rock e Grunge la Harvey trova la propria personalità artistica massimamente espressa in una psicologia nevrotica, sessuomane, tormentata, sofferente. Tutto lo spessore dell’album risiede nell’espressione di questa personalità, visto che per quanto i brani siano intensi, aggressivi, taglienti o toccanti, raramente raccontano quello che altri non hanno già raccontato.

Molto più rocambolesco, Rid Of Me (1993) è più personale, almeno nei momenti migliori: le influenze Grunge sono in molti casi ovvie, ma quando il sound si fa particolarmente torbido la Harvey ha modo di esaltarsi nelle sue doti canore di ululati, grida, lamenti, all’insegna del Blues e del Punk. L’impatto, viscerale ed emozionante, è più importante dell’evoluzione stilistica e musicale che propone. La title-track è l’inno da riot girl maledetta che la Harvey aspettava dall’esordio, ed è il brano maggiore di un album che si fa ricordare soprattutto nella lamentosa commistione di campanacci e Blues sbilenco di Legs, nelle provocazioni sessuali del Grunge assordante di Rub ‘Til It Bleeds, nella nevrotica musica da camera di Man-Size Sextet, nella rabbiosa furia Blues/Punk di 50ft Queenie e soprattutto Me-Jane, nell’inno anti-sessuale di Dry, nel lamento elettrificatissimo che chiude l’opera in grand stile di Ectstasy. La matrice principale dell’album unisce Blues e Grunge, dove del Blues è esasperata la sofferenza e del Grunge i contrasti d’intensità e le lacerazioni emozionali. Aggressiva, devastata, invasata, la Harvey riesce a mostrare una personalità al canto che supera di molto le sue doti tecniche. Le tematiche sessuali suonano un po’ come un cliché, ma fanno parte dell’immaginario torbido della sua musica. L’olbra della destrutturazione di Captain Beefheart, filtrata attraverso il Grunge, è probabilmente la ricetta di questo sound.

To Bring You My Love (1995) torna alle radici Blues, intorbidite e intrise di una terribile angoscia in molti episodi dell’album, allontanandosi dalle citazione Grunge più o meno esplicite ma arricchendosi nei suoni, con spunti orchestrali e qualche synth, oltre ad elementi Folk. L’oscura e maledetta title-track è un inferno emotivo, dolente e vibrante, una passionalità viscerale e sofferente che è uno dei vertici di tutta la carriera della Harvey; Teclo prosegue questo filone in un sofferto Folk/Blues. Ancora sono ruggenti le chitarre in Meet Ze Monsta e Long Snake Moan, mentre si spinge più verso la sperimentazione il sussurro semi-udibile di Working For The Man e I Think I’m A Mother, tentativi di un Blues ovattato, distante, da cantine polverose ed umide. Il sensuale basso distorto della cupa Down By The Water è un altro vertice dell’opera, ai limiti dell’allucinazione più oscura e febbricitante, verso una psichedelia maudit. In un album dove domina il canto sofferto, istrionico della Harvey, Send His Love To Me, un Folk/Rock rigoglioso ed orchestrato, cerca di unire i suoi lamenti e gemiti con una musica più avvolgente, segnando un altro momento maggiore. Il Gospel sofferto di The Dancer è un finale di grande effetto, ai limiti del gemito orgasmico. Nel complesso la produzione di John Parish ha reso gli arrangiamenti più ricchi, mentre la Harvey continua al canto un esercizio di sofferenza e passione bruciante, erede del Blues e delle sue esperienze vocali.

Cantante di una passionalità ed una emotività distruttiva, la Harvey arriva spesso a richiamare gemito, singhiozzo, pianto, lamento. In questi paesaggi canori tormentati si muove il suo personaggio artistico, iniettato di una tensione vibrante, fra dolore, sesso, angoscia e amore.

La collaborazione con Joh Parish porta all’album Dance Hall at Louse Point (1996), dove la Harvey scrive i testi e canta, rinunciando alla musica. Il Blues sgangherato degli US Maple è protagonista in Rope Bridge Crossing; le urla acute della Harvey si stagliano invadenti sullo strumming di City of No Sun; Urn with Dead Flowers in a Drained Pool si distingue per un tentativo di immergere un ritornello di energico Pop/Grunge in frammenti di desolante Folk.

La Harvey mostra ancora le sue doti d’interprete, di attrice del canto, di maledetta voce nel buio in Civil War Correspondent mentre in Taut, sospirando come un’ossessa serial-killer, ricorda a tutti quanto riesca ad essere flessibile al canto, mostrando una evoluzione canora che l’ha portata da richiamare i creativi dello strumento come Captain Beefheart, David Thomas o Diamanda Galas, o ancora gli US Maple, che sono evidenti nelle geometrie sgangherate che dominano il sottofondo.

La seconda parte dell’album è tutto sommato minore, con brani che si sviluppano in modo poco convincente (la title-track è poco più di un motivetto, Is That All There Is dura fin troppo), e con una conclusiva Lost Fun Zone che suona un po’ incompiuta, nonostante le vertigini ubriache in sottofondo.

Is This Desire? (1999) è di nuovo tutto della Harvey ed evolve verso un mix di oscura Techno, Rock sofferto, ballate noir. La strafottenza Punk con cui propelle The Sky Lit Up, con i soliti gemiti e sospiri anticipa i sussurri oscuri di The Wind, ipnotica e ballabile, ai limiti della Techno più soft e liquida ed una novità completa nella discografia. My Beautiful Leah azzarda di più, proponendo un distorto mix di groove Hip-Hop, spettrali synth e lamenti da eroinomane in astinenza. Catherine è una Techno sottomarina, ovattata al massimo, dove un canto appena percettibile si muove al buio più completo e prosegue in qualche modo nel Blues per subwoofer e voci angeliche di Electric Light, suggestivo momento da ricordare. La Harvey al canto è ormai padrona delle sue doti interpretative, e le sfrutta per colorare con fantasia tele noir, rinunciando peraltro a citare buona parte dei suoi trucchi più conosciuti. La vibrante nevrosi di The Garden e gli assordanti tonfi meccanici di Joy (che richiamano in parte Nine Inch Nails nelle venature Industrial e Bjork nel canto) sono altri momenti intriganti. La dolente title-track, sospirata come sull’orlo di una crisi di nervi, è una ulteriore conferma della bonta dell’opera, un album che con coraggio sfrutta i linguaggi della Techno piegandoli ad una estetica oscura e malata, umbratile e dolorosa, dove la Harvey fa muovere un canto poliedrico. Più sperimentale di ogni altro album della sua carriera, è un album di grande intensità emotiva, che non manca di qualche citazione (Hip-Hop, Techno, Industrial) ma che pure difficilmente scade nel deja sentì. La protagonista è comunque la vibrante intensità con cui la Harvey interpreta i brani, riuscendo a far convergere l’attenzione sul canto anche quando questo appare quasi in secondo piano. Abbandonato il grido Grunge, il lamento/grido, rimane un funereo recitato, un angelico canto onirico, uno spoker-word noir tutti avvolti in una veste musicale distante da quanto finora proposto nella discografia, in linea semmai con la scena Techno dell’epoca. Rispetto all’album dell’epoca Grunge, Rid Of Me, questo è meno allineato con i cliché di uno stile musicale, alla ricerca semmai di una declinazione personale.

Stories From The City (2000) è la sua opera più matura e pacata, meno istintiva e viscerale, più riflessiva. Molto meno ricercato di Is This Desire, è un album che suona come un classico, dove gli stili vengono passati in rassegna senza i clamori esibizionisti e nervotici di un tempo, con una pacatezza quasi senile: l’aggressività di un tempo lascia giusto vibrare le emozioni nel tessuto sonoro, senza mai prendere il sopravvento. Persa la nevrosi dei primi album, adesso la Harvey può permettersi lo stentoreo canto, arrembante e possente di Big Exit, avvolta di un melodismo onirico e sfumature oscure che ne fanno uno dei suoi capolavori. Ancora è il canto il protagonista, ma questa volta è un canto più misurato, meno stravagante, che torna ad uno stile più classico (Good Fortune, à la Patti Smith). Un alone Dream Pop avvolge A Place Called Home, un richiamo all’oscuro Blues smuove One Line, una veste dimessa e scurissima donano fascino umbratile alla ricordevole Beautiful Feeling. Il duetto con Thom Yorke dei Radiohead in This Mess We’re In è avvolgente nella sua malinconica delicata, ed è decisamente più malinconia che tensione.

Il lato meno interessante di questa nuova veste “meditata” è quando come in You Said Something ed Horses In My Dreams la vena dimessa e malinconica è tutto sommato formulaica. We Float, che è un ballabile su una ballata pianistica abbastanza mediocre, affascina un po’ nel canto onirico, ma suona un po’ come una Enya in versione Pop.

Le eccezioni all’atmosfera malinconica od onirica sono: Kamikaze, una sorta di Nick Cave anabolizzato; This Is Love, un banale boogie distorto reso un po’ più interessante dagli intrecci di chitarre; la melmosa e tesissima The Whores Hustle and the Hustlers Whore, ruggente e tormentata, l’unico brano di queste eccezioni a stare fra i maggiori.

Album di una artista che sfoggia un controllo emotivo e canoro inediti, meno stravagante, vicino alla forma canzone, segnato da un suono a tratti meditativo, onirico, malinconico, riflessivo, che soffre quando perde troppo in originalità.

Uh Huh Her (2004) è in sostanza una delusione: un ritorno al Folk/Blues, che ripercorre le strade di album dolenti e aggressivi come già fece nei suoi stessi esordi. I brani lo-fi più dimessi (Shame, Pocket Knife, No Child Of Mine) sono banalità Folk da anni ’60, quelli più ruggenti sono quasi sempre pura routine delle Rock band degli anni Zero. Non tutto è da buttare, per esempio la tenebrosa It’s You, drum-machine, canto spiritato e distorsioni obese, con un pianoforte a dipingere malinconia sulla tavolozza. The Darker Days of Me & Him, sul versante Folk, sfrutta echi psichedelici Pink Floyd-iani, suonando un po’ più originale delle analoghe prove acustiche. Nel suo complesso l’album non fa che alternare le due anime Folk e Rock, in un gioco abbastanza banale di contrasti. Autoderivativo e banale, è il peggior album della Harvey.

White Chalk (2007) cambia completamente registro: 11 brani iper-intimi per pianoforte, sussurrati più che cantati, di una fragilità commovente, rievocando qualcosa di Cat Power. Dietro gli altri strumenti si muovono nella penombra, decorando con dolcezza le composizioni. Le toccanti Before Departure e Dear Darkness, la giostra tragica di Grow Grow Grow, la saltellante ed inquietante tristezza di The Devil, la vertigine drammatica di The Mountain (uno degli apici canori di tutta la carriera), la terribile tristezza di The Piano, la desolazione di To Talk To You, la pulsante When Under Ether, la splendida malinconia della melodia della title-track sono tutti momenti da ascoltare come si ascolterebbe un disco di un fantasma, affondando dolcemente nel silenzio di una tristezza ammaliante. Meglio del compromesso dell’album precedente, questo White Chalk suona nel suo minimalismo più interessante, puntando di nuovo tutto sull’emotività della Harvey, messa a nudo come non mai.

John Parish torna a collaborare per A Woman A Man Walked By (2009), un album dove la Harvey con la sua voce completa vari paesaggi sonori. Si passano in rassegna molti stili, trovando momenti intriganti nel retrò desolante di Leaving California e April. In The Chair le variazioni stilistiche sono così tante da apparire quasi schizofreniche. In A Woman a Man Walked By/The Crow Knows Where All the Little Children Go, l’apice del disco, Parish prova un mix di intrecci pianistici, musica tribale ed elettronica che è fra le cose più originali su cui la Harvey abbia mai messo il proprio nome. Non tutto è così originale, ma qualche trovata risolve brani minori come Pig Will Not, caratterizzata da una svolta tribale. La Harvey, di per se, dice davvero poco di nuovo su quest’album.

Let England Shake (2011) è un altro cambiamento per la Harvey. Seguendo la tematica della Guerra, la Harvey canta con un tono cristallino, reso leggermente spettrale dal clima onirico e surreale di molti arrangiamenti, in un Folk dalle sfumature antiche, giungendo ad un quadro dell’Inghilterra contemporanea. La title-track iniziale, ad esempio, si colora di melodie retrò ed è intonata come farebbe una bambina di sei anni. In questo clima antico, retrò, rurale, perduto nel tempo, l’opera continua con The Glorious Land e The Words That Maketh Murder, giungendo nell’ultimo caso ad una strana dicotomia fra dramma e divertimento, una sorta di ingenuità infantile, con quel sapore stravagante che hanno le fiabe drammatiche che si raccontano ai bambini quanto si riascoltano da grandi. In All And Everyone torna un po’ di torbido dramma, un sax triste, una chitarra distorta, ma è un intermezzo per altri spunti Folk. On Battleship Hill lascia la voce angelica volteggiare nel vuoto, in uno dei momenti più suggestivi dell’opera. In The Dark Places riprende un po’ di intensità, Bitter Branches giunge nel finale ad un Folk corale e trascinante, ma la coda del disco è ancora sussurrata e fatata: Writter On The Forehead, il brano maggiore del trittico finale, unisce campionamenti, Folk, Blues, cori in uno stravagante Folk/Rock onirico. Con l’ennesimo cambio stilistico, la Harvey trova una nuova veste espressiva in un album vario e caratteristico, che dà il massimo quanto al Folk antico, onirico e romantico si uniscono fusioni con chitarre, sax e voci. Un album di Folk/Rock non certo rivoluzionario, ma forte di un espressività particolare dovuta al sound surreale, suggestivo e sottilmente inquietante (il suono riverberato, la voce angelica ed infantile, campionamenti vocali che si ripetono come in un sogno, un uso del corale che richiama i luoghi di ritrovo dei bambini e le loro filastrocche, l’alternarsi di malinconia e dramma, infanzia e dramma che si uniscono ecc.).

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Voti:

Dry – 6
Rid Of Me – 7
To Bring You My Love – 7
Dance Hall at Louse Point – 6
Is This Desire? – 7,5
Stories From The City – 6,5
Uh Huh Her – 5
White Chalk – 7
A Woman A Man Walked By – 6
Let England Shake – 6,5

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3 thoughts on “PJ Harvey – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. mrpazzo ha detto:

    Stupendo, avevo ascoltato un paio di album di Harvey ma non avevo approfondito, ora che vedo che la qualità rimane apprezzabile mi ascolto pure gli altri!

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