Devin Townsend – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Devin Townsend, famoso anche come leader degli Strapping Young Lad, è un compositore, chitarrista e cantante canadese che spesso riveste anche il ruolo di produttore. Occasionalmente suona anche altri strumenti, configurandosi quasi come one-man band.

Punky Brüster – Cooked on Phonics (1996) si presentò come uno stravagante concept album su una Metal band che diventa una Punk band per inseguire il successo. Si tratta di un quasi-esordio per Townsend, visto che l’album appartiene all’immaginaria band. Il sound, fra Metal e Punk, ha di Townsend l’eccentricità e la pazzia, ma non ancora le stratificazioni e le svolte Prog-Metal. Anticipa per molti versi i deliri di Ziltoid The Omniscient.

Ocean Machine: Biomech (1997) è l’esordio solista, seppure inizialmente fosse tributato a nome Ocean Machine. Un album imponente, che supera i settanta minuti e mostra la duttilità di Townsend in una fusione di Progressive Metal, arrangiamenti avvolgenti con stratificazioni di droni e synths che conferiscono una leggerezza onirica e quasi sci-fi ad un sound altrimenti incline a sfoghi Metal. L’amalgama di molta melodia e di dimostrazioni di potenza è il vero motivo di interesse. Seventh Wave (7 min.) è un fantascientifico Pop-Metal, mentre i ricordi Death e Thrash sono fusi con un substrato tecnologico in Night e Hide Nowhere, conservando il gusto melodico. Regulator è forse l’esempio più interessante di questa fusione: il sound avvolgente, stratificato, fantascientifico, futuristicamente orchestrato smussa gli spigoli supportando una prova al canto di Townsend lodevole, diviso fra melodia e urlo.

Life è praticamente Sci-fi Metal da radio. Altrove (il Folk di Sister, l’Ambient di 3 AM, il finale liturgico di Voices In The Fan) si giunge a commistioni Prog Metal che ricordano gli Ayreon.

La parte finale dell’album è quella dei brani più etesi: Funeral (8 min.) è fatta di sci-fi e stratificazioni, ad un passo Funk; Bastard (10 min.) è un altro esercizio di stratificazioni con virate più Metal; The Death Of Music (12 min.), sperimentazione prolissa ma anche fascinosamente oscura.

Nel complesso, l’opera colpisce per il suo sound smussato, porponendosi come una versione più Metal che Rock di Pop elaborato e fantascientifico. Scorre fluida, anche se rischia di diventare prolissa nel finale, e mantiene una godibilità ed una orecchiabilità che negli Strapping Young Lad non esiste.

Infinity (1998) ha un anima più eterogenea. La maestosa apertura di Truth è Sci-Fi Metal pirotecnico ma la novità del disco sta in momenti di delirante follia schizofrenica: Bad Devil, danza indemoniata degna di un musical mefistofelico; Ants, cabaret-Metal pazzoide ed originale; Colonial Boy, cabaret schizofrenico a tempo di valzer. I momenti più Pop-oriented (Christeen, War) sono trascurabili, come trascurabile è anche il pasticcio orchestrato di Soul Driven ed il retrò ottantiano di Unity, ma le spinte schizofreniche assalgono in Dynamics una sorta di ballata esanime, infarcendola di mostruose muraglie sonore regalando un altro vertice dell’album. Il finale, affidato a Noisy Pinkbubbles, è uno stravagnte esperimento di Ambient, Synth-Pop, Psichedelia e ritmo incalzante, a testimonianza di una attitudine verso nuove forme compositive.

Il sound stratificato e denso è ancora protagonista, ma quest’album, molto più breve, perde in coesione quello che guadagna in singoli brani: non più un unico viaggio sonoro, ma una raccolta di composizioni variegate: alcune trascurabili, alcune schizofrenicamente creative.

Physicist (2000) riprende il discorso di City degli Strapping Young Lad, variegandolo con il sound degli album del Townsend solista. Namaste e Victim formano una doppietta esplosiva in apertura, proseguita dalla feroce Death, degna della brutalità inarrestabile di City, e da The Complex. Kingdom tenta una ballata assordante che fonde Metal estremo e Pop-Metal, ricordandosi più per l’idea che per lo sviluppo. Devoid è un iper-stratificato tappeto di Metal estremo imbevuto di una atmosfera sci-fi, una occasione per focalizzare l’attenzione su quella fusione di atmosfera fantascientifica e potenza assordante che è probabilmente la cosa più interessante dell’opera. In chiusura due brani più estesi: Planet Rain (11 min.), momento dallo spirito Prog-Metal, e Forgotten (6 min.), malsano Folk/Blues della palude. Niente di sorprendente, forse anche un po’ di autocitazioni, ma la potenza ed il sound sanno comunque distinguersi dalla massa.

Terria (2001) smette di fare il verso agli Strapping Young Lad e propone un lavoro più personale, atmosferico, soffuso, dove il magniloquente muro di suono che Townsend usa diventa la scenografia ideale per un’opera ispirata dalla natura. L’album sfora i 70 minuti ed è composto da brani che facilmente superano i 6 minuti. In questa avvolgente stratificazione di Heavy Metal più o meno estremo e melodie si muove l’intera opera, che non spicca certo per dinamicità, ma tuttavia ha dalla sua parte una produzione tanto magniloquente da sopperire a qualche carenza compositiva. Spiccano soprattutto: i 9 min. e mezzo di Earth Day, imponente Prog-Metal futuristico e melodico con scatti schizofrenici che rimane uno dei vertici della carriera; la rocambolesca The Fluke (7 min. abbondanti), Prog-Metal pirotecnico da un pianeta alieno, condito si Elettronica. Intrigante anche Tiny Tears (9 min.), che forse pecca nel dilungarsi prima del finale. Un po’ ruffiana la ballata Nobody’s Here (7 min.), che è poco distante dalle power-ballad che a vagonate esistono già nella Storia del Metal. Il resto si distingue per la densa stratificazione, suggestiva, a tratti persino psichedelica, sovente visionaria e futuristica. Questo wall of sound magniloquente, imponente, avvolgente presenta in modo sopraffino delle composizioni non sempre all’altezza, che rischiano di esser prolisse. La lunga durata non aiuta l’opera.

Se Terria soffriva di una struttura che superava i contenuti, Accelerated Evolution (2003) ha un suono leggermente più snello e dei brani più dinamici, ma non sempre di buona caratura. Il Pop-Metal è il punto cardine di alcuni brani: Depth Charge e Random Analysis sono due buoni esempi, meglio del Rock FM ritrito di Slow Me Down. Deadhead (8 min.) e Suicide (quasi 7 min., con ricordi dei Tool) rischiano di cadere nel difetto di Terria, ovvero valgono più per il suono maestoso che per la loro lentezza a svilupparsi, senza in fondo proporre nulla di molto originale. Away (8 min.) incrocia Steve Vai con i Porcupine Tree, dilungandosi nel chitarrismo fin troppo, Sunday Afternoon poteva durare la metà ed invece si trascina oltre i sei minuti. Più frammentato degli album “a tema”, Accelerated Evolution è quasi sempre una delusione.

Devlab (2004) è senza difficoltà l’album più assurdo e pazzoide di Townsend. Abbandonata la forma canzone, rimane un collage delirante, incontrollabile e disomogeneo. I si apre con una splendida giostra demenziale degna dei Residents a cui segue la Dark Ambient abbastanza prevedibile di II e III, conclusa da una sorta di mostruosa danza al rallentatore avvolta in terribili assalti di Harsh Noise. La più mostruosa mutazione musicale ha trasformato la musica in IV, un incubo ossessivo di collage e rumore assassino.

La parte centrale appare più debole: V vaga ancora in una nebulosa Ambient, ispessendosi poi in allucinazioni cacofoniche, come fa VI. VIII trova un po’ di Drum’n’Bass per far da sfondo a qualche malefica voce in sottofondo, ma niente che valga molta attenzione. La lunga IX (10 min.) è Dark Ambient spettrale, ma non aggiunge molto alle idee di un Lustmord.

Bisogna arrivare a XII, scintillante di campanellini fatati, per destarsi un po’. XIII (10 min.) riprova con l’Elettronica, fra allucinazioni, Ambient ed una Techno soffusa, ancora senza grandi sorprese. Un’altra allucinazione in XIV e XV porta alla conclusione di un’opera stravagante ma anche poco densa di idee, che quasi sempre propone una Dark Ambient senza momenti molto ricordevoli. La prima parte dell’album vale molto più del resto.

Synchestra (2006) è una sintesi di molte delle sfaccettature della discografia di Townsend. Dalla melodia all’Industrial Thrash Metal, passando per il Prog-Metal e sfumature Pop/Rock. Alcuni episodi sono una sintesi che è difficile catalogare (Triumph, BabysongJ), con tanto di una danza da cabaret (Vampolka), uno strano Prog-Metal senza confini come Vampira ed un nuovo affresco futuristico degno dello stile degli scorsi album (Gaia). L’orchestrazione di synth di Pixillate unisce Strapping Young Lad, il tono lagnante del Grunge e l’onnivora propensione stilistica del Prog-Metal. Judgement (6 min.) è una sorta di marcia fra magniloquenza, melodia, Metal estremo ed un finale Prog: Townsend trova un altro momento di sintesi stilistica originale. A Simple Lullaby (7 min.) imbastice una lenta e maestosa marcia che unisce idealmente i Mars Volta ad una orchestrazione mastodontica ed imponente, granitica e colossale. Notes From Africa (quasi 8 min.) è un esercizio di Prog-Metal futuristico che è in sostanza un tour de force di produzione. Per quanto l’album sia un po’ prolisso e dispersivo, Townsend mette in mostra la sua personalità artistica schizofrenica. Ormai classiche le stratificazioni e le fusioni fra melodia e Metal più o meno estremo, l’album è un compendio di una carriera variegata, forse sfocata ma anche capace di non appiattirsi mai su un unico modello compositivo.

The Hummer (2006) mostra ancora quanto Townsend sia poliedrico. L’unica cosa rimasta sostanzialmente fuori da Synchestra, l’Ambient più o meno oscura, è protagonista assoluta. Il suono ultra-minimale fa sembrare Brian Eno un compositore barocco, visto che il soundscape qua è poco più che dronico. Due lunghe composizioni in apertura (The Hummer di 16 minuti e soprattutto la leggermente più dinamica Arc, di 23 minuti) introducono il sound dell’opera. Arc, in particolare, affida il suo fascino a semi-udibili campanellini che rintoccano fra l’onirico e lo spettrale in sottofondo. Il sound in genere di Arc ricorda più Schulze che Lustmord. Il resto dell’opera, però, è quasi sempre musica Ambient col pilota automatico, con un ultimo sussulto in Cosmic Surf (17 min.).

Ziltoid The Omniscient (2007) è un concept album delirante dove un onnisciente extraterrestre arriva sulla terra per bere la tazzina di caffè definitiva. Mix di ironia e Prog-Metal, è un album completamente solista, dove Townsend è one-man band e la batteria è registrata usando EZ Drummer, un software che simula una set ritmico professionale. Questa grandiosa farsa è stravagante e ironica quanto basta ad intrattenere, come una eccentrica fiaba Metal. Almeno il Prog-Metal acrobatico di By Your Command (8 min.) è da ricordare come un momento di Metal auto-ironico, mentre Solar Winds (10 min.) è forse il brano più interessante dal punto di vista melodico. Fra i brani più brevi, Planet Smasher è probabilmente il più spassoso. Molto dell’album non merita molta attenzione, ma strappa qualche sorriso e afferma Townsend come eclettico one-man band.

Nonostante una lunga ed eterogenea carriera, Townsend non ha mai pubblicato nella carriera solista un album di grande livello, ma ha sparso in molte opere idee intriganti. Una vena artistica eclettica lo ha portato spesso alla dispersività e ad imbattersi con spirito un po’ naive in nuovi stili e generi.

Addicted (2009) propone un energico Pop-Metal futuristico e ballabile, che spicca in Hyperdrive! ma fondamentalmente gravitando attorno ad idee omogenee che uniscano ritmo, melodia ed energia. The Way Home!, l’equilibrio più peculiare, fa vorticare un ritmo ossessivo mentre si canta una melodrammatica canzone Pop/Rock. Ma in genere è un album debole, uno dei più deboli della carriera.

Ki (2009) cambia completamente registro, proponendo una commistione di soffusa melodia, Folk, Pop e Rock, seguendo a tratti una estetica Post-Rock. L’ammaliante e malinconica Coast, il Blues/Rock pestilenziale di Disrupt, il Rock atmosferico di Terminal, gli spruzzi da jam di Heaven Send (9 min.), il Country/Metal di Trainfire (6 min.), il Rock atmosferico di Ki (7 min. e mezzo) propongono nuovi volti di Townsend, unendo un sound rilassato a qualcosa delle commistioni stilistiche che da sempre lo rappresentano. In realtà molti degli stili che propone sono poco più che imitazione dei rispettivi classici, giusto colorati da qualche tocco creativo.

Deconstruction (2011) richiama un po’ dell’humour di Ziltoid in un nuovo concept album che mischia Metal, melodia, Pop, Rock e ricordi degli Strapping Young Lad, il tutto avvolto da una orchestrazione sinfonica. Magniloquente ma non serioso, questo concept di settanta minuti facilmente sfora nel prolisso ma riesce ad essere anche piuttosto spettacolare e intrigante: Planet of the Apes, 11 min, è uno schizofrenico e carismatico Prog-Metal sinfonico ad un passo dal caos; Sumeria (quasi 7 min.) è un incrocio fra Strapping Young Lad e Prog-Metal sinfonico e melodico, in un esercizio di equilibri instabili; The Mighty Masturbator (16 min. e mezzo) unisce una danza folle ad un ballabile Techno, affogandolo nell’Industrial; Deconstruction (9 min. e mezzo) è Metal estremo e contemporaneamente demenziale. Semplificando, Deconstruction può essere visto come la versione meglio riuscita di Ziltoid The Omniscient, meno dispersivo e pesantemente demenziale, di una ironia un pochino più misurata.

Ghost (2011) è l’ideale evoluzione di Ki: più atmosferico, il Folk ed il Rock giungono adesso dalle parti della New Age, come nella meditazione di Fly, la ninna nanna di Heart Baby, la lunga ed intrigante elegia Folk/Rock ai limiti dello Slo-Core di Feather (11 min. e mezzo), l’Ambient per chitarra e flauti di Monsoon. Il mix più particolare è forse quello di Texada (9 min. e mezzo), fra fiati etnici, manipolazioni digitali, stratificazioni e Folk ed un finale New Age/Ambient. Chiari sono i richiami alla tradizione in alcuni brani (per es. Blackberry), con il rischio di risultare a tratti banali. In genere, poi, anche queste spinte New Age non sono poi così innovative (per es. Infinite Ocean, che sembra uno di quei brani che si trovano in dozzine di compilation New Age). L’impressione è che, per quanto i brani maggiori siano piacevoli, Townsend si sia nuovamente accostato ad uno stile in modo abbastanza naive. La domanda è: è davvero necessario fare così spesso album che sforino i 70 minuti, invece di proporre album di maggiore caratura di 40-45 minuti?

Poliedrico fino al dispersivo, prolisso fino alla noia ma anche creativo, eccentrico, carismatico, Devin Townsend è titolare di una discografia variegata, che richiede pazienza ma che, opportunamente filtrata, regala le sue piccole soddisfazioni. Dalla sua ha avuto un sound particolare, quello iper-stratificato, mentre ha avuto ruoli minori quando ha affrontato Ambient e New Age, che si limita spesso a ripetere nei loro stereotipi.

Nel 2012 Townsend ritorna con Epicloud, una sorta di maestosa opera Pop-Metal, piena di quel sound stratificato e finemente prodotto che è stato già presentato in molti lavori del passato. Come sempre è un viaggio di stravaganti fusioni, anche se c’è poco di schizofrenico. L’opener True North funge bene da manifesto dell’opera: arrangiamento maestoso, melodie Pop, spunti Gospel.

La delirante creatività affiora in Lucky Animals, un Rock’n’Roll corazzato e teatrale, e raramente altrove. Buona parte dell’album è “semplicemente” un tentativo di fondere Metal estremo e orecchiabilità Pop, il che avviene anche con richiami a musica degli ’80 e dei ’90 come in Liberation, nella maestosa Kingdom, nel delirio magniloquente di Grace. Il finale Angel è il momento più operistico ed uno dei più equilibrati. In alcuni momenti si vira verso ballate atmosferiche trascurabili come Divine, Lessons e Where We Belong.

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Voti:

 Punk Bruster – Cooked On Phonics – 5,5

Ocean Machine: Biomech – 6,5
Infinity – 6
Physicist – 5
Terria – 6
Accelerated Evolution – 4,5
Devlab – 5,5
Synchestra – 6,5
The Hummer – 4,5
Ziltoid The Omniscient – 5
Addicted – 4,5
Ki – 5,5
Deconstruction – 6
Ghost – 5
Epicloud – 5

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4 thoughts on “Devin Townsend – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Ho letto con molto piacere le tue recensioni, e mi ci ritrovo quasi completamente, anche se ovviamente ci sono delle differenze nei voti. La cosa più interessante è notare che ci sono punti di contatto evidenti seppure non ci siamo mai conosciuti né abbiamo letto l’uno dell’altro. Ho ridimensionato sin da subito Epicloud, portandolo da 6 a 5, mentre su alcuni punti preferisco sedimentare le idee. Mi ha colpito in particolare il 4,5 a Synchestra che, pur spesso inconcludente, apprezzo proprio per la sua schizofrenia compositiva. Non è comunque mia intenzione avviare una lunga discussione su questo, farà tesoro di quel che hai scritto e vedrò se cambiare qualcosa. Grazie del commento e del complimento, è un piacere parlare civilmente di musica ogni tanto 🙂

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  2. J.M. ha detto:

    Grazie mille davvero. Per quanto riguarda Synchestra ho trovato qualche spunto e l’idea base interessanti ma nella tracklist svariati difetti poichè c’è molta ripetitività e pochi brani mi sono sembrati davvero compiuti. Ho apprezzato di più la schizofrenia musicale di Infinity. Buona parte degli ultimi lavori invece li ho trovati una brutta copia di quanto fatto in passato. Ancora complimenti per il blog,davvero ben fatto e con molte recensioni interessanti.

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