Iggy Pop – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ascolta le migliori canzoni di Iggy Pop

James Jewel Osterberg, per tutti Iggy Pop, è un cantante statunitense che dopo l’esperienza storica con gli Stooges come frontman spericolato avviò una lunga carriera solista, che lo rese celebre anche grazie all’aiuto di David Bowie.

The Idiot (1977) vede Bowie come arrangiatore e produttore, così che a Iggy Pop rimangono i testi e la performance dietro al microfono. A chiunque vada tributato, l’album è lontano dalle incendiarie sferragliate degli esordi degli Stooges, anzi da subito propone momenti ballabili come Sister Midnight, pur senza rinunciare ad un canto a metà fra Lou Reed ed un ruggito Rock, con le chitarre che scintillano. Un aura decadente che già si era intravista nell’opener diventa protagonista in Nightclubbing, notturno ballabile cantato come un Jim Morrison. Una tensione attraversa l’opera, assieme ad un tono tragico, anche nel mediocre semi-Punk di Funtime. Meglio la lugubre Baby, protagonista un canto Blues che richiama ancora Lou Reed. La più solare China Girl si fa facilmente canticchiare, e sfoggia un arrangiamento quasi barocco, ma la più ambiziosa Dum Dum Boys (7 min.), è un più originale dialogo lento e strafottente, una passeggiata a passo rilassato in un Rock chitarristico. Il finale con Mass Production (8 min. e mezzo) fonde Jim Morrison con una lenta marcia notturna, chiudendo positivamente con miasmi di sintetizzatori un esordio intrigante ma che paga i propri debiti verso Lou Reed e Jim Morrison, mentre richiama il periodo coevo di Bowie.

Lust For Life (1977) tira fuori un po’della carica di un tempo, quella che fece di Iggy un idolo di eccessi proto-Punk. L’incalzante title-track, martellante e trascinante Garage Rock dal ritmo saltellante rimane uno dei suoi brani maggiori. Sixteen, Some Weird Sin, Success suonano datate così come risulta fin troppo banalmente Disco la conclusiva Fall in Love with Me, e troppo sessantiana Turn Blue (7 min.), un brano degno di una decade di anzianità. Ma in mezzo a questi brani minori qualcosa brilla: Passenger, un altro dei suoi brani migliori, ha un refrain che subito diventa orecchiabile e canticchiabile, ha quel “la-la-la” nel canto, ha la struttura circolare ed ipnotica; Neighborhood Threat, nervoso Post-Punk teso e aggressivo, degno dei Television se solo fossero fan sfegatati di Hendrix. Tonight anticipa un po’ di synth-Pop. Nel complesso, allontanati un po’ Morrison e Reed, si torna al Garage e si guarda al Punk, e si indovinano due brani da conservare, ma il resto…galleggia, poco più.

New Values (1979) abbraccia una Pop-Wave alla moda con Tell Me A Story o Girls e propone depotenziati Garage-Rock con la title-track, Five Foot One e I’m Bored, scivolando fino ad un Rock’n’Roll radiofonico come How Do Ya Fix A Broken Part e Curiosity. Lou Reed torna in Don’t Look Down. A meritare citazione e ricordo, semmai, sono Endless Sea, uno spoken word à la Morrison su uno scheletro funereo di musica ipnotica e cupa, illuminata dai synth e l’altrettanto valida African Man, tribale Pop-Wave dai tratti selvaggi e demenziali. Angel si impone come la ballata toccante di turno, ma non desta poi molto interesse.

In tre album Pop ha dimostrato che quando non si avvicina a Bowie, Reed e Morrison finisce quasi sempre per proporre Rock’n’Roll e Garage Rock indegni di quello che fu il leader degli Stooges.

Soldier (1980) è ormai Pop-Wave senza grandi pretese. La carica di Loco Mosquito è uno dei pochi momenti che fa destare un po’ di attenzione, e così Take Care Of Me fa giusto la parte del brano orecchiabile e la più “alternativa” Get Up & Get Out rimane incompiuta, e regala poco più dei dettagli Jazz. I momenti più ballabili, come Play It Safe, sono quasi imbarazzanti, ed i momenti aggressivi di Dog Food o la piacevole Knocking ‘em Down In The City sono giochi da ragazzi nell’era dell’Hardcore. I Snub You sembra il tentativo più diretto di suonare Punk.

Party (1981) è meno Punk, semplicemente Pop/Rock da party (non a caso un brano si chiama proprio Rock And Roll Party). Si tratta davvero di musichette senza pretese, in certy casi (Happy Man).

Zombie Birdhouse (1982) cambia rotta e mischia Pop-Wave e Horror-Punk. Una atmosfera malsana avvolge Run Like A Villain, pur senza perdere il tono semi-cartoonesco. Life Of Work e Watching News, con la loro meccanica ossessiva, ricordano qualcosa dei Suicide e dell’Industrial. La sensuale Ordinary Bummer è al limitare della Dark-Wave, Eat Or Be Eaten si situa fra Horror-Punk e Synth-Pop e Street Crazies è Post-Punk selvaggio con versi animaleschi che richiama i Public Image Ltd.: basterebbero questi tre brani a rendere l’album migliore degli ultimi due.

Blah Blah Blah (1986) è tutto ballabile ed orecchiabile, ottantiano fino al midollo. Si ricorda la cover Real Wild Child, inno ribelle da adolescenti, e Cry For Love, tenebrosa Dark Wave come andava di moda nel periodo, mentre il resto è sostanzialmente in linea con la musica del periodo, con altri momenti accattivanti in Hide Away e Winners & Losers. In fondo l’album si fa ascoltare con piacere, ma storicamente è poco significativo.

Istinct (1988) propone un Pop-Metal lineare e senza fronzoli, che non lascia mai stupiti, ma è un buon equilibrio fra lo stile Pop-Wave ed il passato proto-Punk di Iggy Pop. Cold Metal e Easy Rider, i brani maggiori, non sono molto inferiori a Strong Girl, Tom Tom, Squarehead, e così l’intero album è magari un po’ banale, ma orecchiabile e compatto.

Brick By Brick (1990) affina ancora di più il suono tagliente e propone un Pop/Rock graffiante in Home, Neon Forest e Butt Town e si redime con la più placida Moonlight Lady. Livin’ On The Edge Of The Night, sospesa fra timbro Morrison-iano e Pop/Rock da FM, è l’hit più evidente di un album che rimane mediamente ancorato ad un sound non certo innovativo, ma equilibirato. Poi c’è la piaciona Candy, con Kate Pierson, che diventa famosa e solo per questo merita citazione.

American Caesar (1993) è un disco dispersivo, che supera i settanta minuti, ma ha anche il pregio di essere l’occasione per alcuni colpi di coda dell’ormai attempata vena artistica di Iggy Pop. Se è ancora una energia tutta Rock quella che alimenta brani come Wild America, e non è certo niente di nuovo, i sei minuti soffusi e decadenti di Jealousy sono ammalianti nella loro oscura veste e l’ancora più lunga Hate, che arriva ai sette minuti, è tetra come il più funebre Post-Punk e non si rifiuta bagni di Noise-Rock assordante. La scatenata slam-dance di Plastic & Concrete, l’incendiario boogie di Boogie Boy e soprattutto la lunga Caesar (7 min.), delirio di spoken-word ed uno sgangherato Blues/Rock allucinato e opprimente, bastano ad illuminare la seconda parte dell’opera. Peccato che una buona metà della scaletta sia affollata di brani mediocri, ma almeno Jealousy, Hate e Caesar, venti minuti di repertorio, sono fra le cose migliori della carriera.

Naughty Little Doggie (1996) segna un passo indietro, ed in pratica suona soprattutto Rock graffiante (I Wanna Live, Pussy Walk ecc.), con la soffusa Shoeshine Girl a rappresentare il versante dei brani più atmosferici.

Avenue B (1998) è un album molto più parlato, intimista, suonato con chitarre acustiche, arrangiamenti orchestrali ed un Jazz-Pop soffuso. Almeno Nazi Girlfriend e Miss Argentina e la sensuale e lasciva I Felt The Luxury sono aggiunte originali per il suo canzoniere. Espanol, l’escursione nella lingua sudamericana, è invece poco più che una curiosità.

Beat ‘Em Up (2001) si aggiorna al Nu Metal in LOST, Go Fo The Throat e nella title-track, sferraglia negli ululati di Howl, ed in Jerk non sarebbe troppo assurdo pensare ai RHCP. L’irriverenza di VIP è un pretesto per uno spoken word di sette minuti abbondanti, autoindulgente e prolisso. C’è poco qua dentro che meriti l’attenzione, se non per i completisti. Tutti gli altri, se vogliono, possono sentire un attempato rocker diviso fra passato e qualche posticcio esercizio di ammodernamento.

Skull Ring (2003) sembra spesso un Hardcore melodico à la Green Day et similia (Private Hell, Little Know It All, Supermarket), altrove richiama il passato (la title-track).

Preliminaires (2009) è un ritorno dopo sei anni, questa volta fra Elettronica (l’Elettro-Funk di Party Time) e Jazz (King Of The Dogs a fare il solletico a Tom Waits). L’ombrosa atmosfera di Je Sais Que Tu Sais, da vecchio bluesman al passo con i tempi, è probabilente il momento maggiore assieme allo spoken-word di A Machine For Loving. Come un consumato intrattenitore, Iggy Pop veste i panni di una invecchiata canaglia, e sfrutta il suo carisma per proporre un album che inventa, ancora una volta, molto poco.

In una lunga carriera piena di cambiamenti stilistici, Iggy Pop ha provato a vestire panni sempre differenti, fino ad inseguire affannato le nuove mode, forse per conservare un aggancio con quella gioventù che a fine anni ’60 vedeva in lui una sorta di esplosivo punto di riferimento. Decadente, retrò, punk, metallaro, rocker, poeta della strada, Iggy Pop è un’icona ma non ha mai scritto un album capolavoro, ed il raccolto pregiato della sua lunga carriera solista si riduce in fondo a pochi brani che meritano assolutamente l’ascolto. Nude & Rude: The Best of Iggy Pop (1996), senza eccedere e diventare prolissi, è una raccolta che racchiude un po’ del periodo degli Stooges e molte delle tappe fondamentali della carriera solista: un buon modo per accostarsi all’artista.

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Voti:

The Idiot – 6,5
Lust For Life – 6
New Values – 5
Soldier – 4
Party – 3,5
Zombie Birdhouse – 5,5
Blah Blah Blah – 5
Istinct – 5,5
Brick By Brick – 5,5
American Caesar – 6
Naughty Little Doggie – 5
Nude & Rude: The Best of Iggy Pop – 7
Avenue B – 4,5
Beat ‘Em Up – 4,5
Skull Ring – 4
Preliminaires – 4,5

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