David Bowie – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Rockstar internazionale, uomo di spettacolo, artista mutante con una carriera ultraquarantennale, mito del Rock discusso e contrastato, ma soprattutto amato da generazioni di critici e di musicofili: tutto questo è David Bowie, ma non solo questo. Il trucco, l’immagine ambigua, gli show, il cabaret, Brian Eno, richiami ai ’60, la trilogia berlinese, numerosi generi e stili interpretati, modellati sulla sua personalità complessa e sfuggevole. L’inglese David Bowie è una delle personalità più famose dello star-system Rock e Pop, ma non è tutto fumo e niente arrosto: nel corso della sua lunga carriera ha alternato opere interessanti e complesse ad altre più pasticciate. Il principale limite della sua produzione è forse proprio questa altalenante qualità, che ha permesso la pubblicazioni di opere di spessore come di superflue raccolte di brani minori. Come per molti fenomeni che sono fondamentalmente legati all’intrattenimento, al gossip ed alla storia dei rotocalchi è possibile scrivere una storia di David Bowie considerandone solo le dichiarazioni alla stampa, le affermazioni di omosessualità e bisessualità, le vendite dei dischi, i make-up sfoggiati sul palco. Non è mio interesse particolare concentrarsi su questo aspetto, che è comunque ampiamente documentato, essendo Bowie internazionalmente famoso e celebrato, così che ogni suo singolo album è facilmente trovabile, come è facile trovare le più minuziose informazioni sui dettagli più curiosi.

Quella che segue è una analisi, dalla mia prospettiva, di tutta la carriera, concentrata sui meriti più strettamente musicali e storico-musicali, ponendo attenzione al ruolo che Bowie ha avuto nell’evoluzione del linguaggio musicale.

Gli esordi furono mediocri. David Bowie (1967) era in linea con il sound dei Beatles, del Folk-Pop e del Pop dell’epoca, con tracce di R’n’B e Rock, riproposti senza grande originalità.

Space Oddity (1969) si distingue per la title-track, affascinante suono orchestrato grazie al mellotron ed ornato da una strumentazione ampliata per il primo brano da ricordare della carriera, vicina per certi versi al sound dei primi Pink Floyd. Il resto dell’album aveva un suono più duro e canzoni più lunghe (Unwashed and Somewhat Slightly Dazed) oppure tendenze verso un Folk allucinato (Letter To Hermione, An Occasional Dream). Alcuni brani, che spingono su un drammatico crooning strappalacrime, come Cygnet Committee (9 min. e mezzo), sono semplicemente tedianti. Il finale affidato a Memory Of A Free Festival (7 min.) è invece un corale Gospel e Soul in salsa Rock, alla stregua di certi episodi dei Rolling Stones. Ancora un album difficilmente peculiare, ma che mostra una maturazione di Bowie non indifferente.

Il chitarrista Mick Ronson segna, assieme alle fascinazioni per il mimo, il primo momento di cambiamento nella lunga carriera di Bowie. The Man Who Sold The World (1970) è prodotto da Tony Visconti, l’uomo che aveva aiutato la nascita di un divo Glam-Rock come Marc Bolan, ed è una fusione di due nuove fascinazioni musicali: Blues/Rock, spunti Hard Rock e pose Glam. The Width Of A Circle (8 min.) è lo sfogo di Ronson, che propone sprazzi di boogie in odore di Hard Rock. Abbandonato il Folk/Rock, rimane un Hard Rock morbido che affiora in All The Madmen, sofisticata anche da sintetizzatori per l’epoca originali. Black Country Rock richiamavano Black Sabbath e Led Zeppelin, senza gli eccessi di nessuno dei due gruppi, ma anzi con un sound che ricordava più il proto-Hard Rock di derivazione Blues/Rock proposto da band come gli Who (senti anche Running Gun Blues), i Rolling Stones, i Kinks, i Deep Purple (si senta l’eccesso virtuoso di She Shook Me Cold). La cupa title-track è probabilmente il brano maggiore, un riff di chitarra spettrale per una ballata dagli spunti quasi esoterici, impiantata su uno scheletro Folk/Rock. Quanto ci fosse di David Bowie in questi brani, e quanto di Visconti o di Ronson, è tutto da discutere e poco mi interessa. David Bowie inteso come nome, invece, come “ragione sociale”, come “etichetta”, conosce un ulteriore passo avanti con questo terzo album.

Il limite principale rimane quello di non aver creato poi niente di davvero nuovo: non il Glam, non l’Hard Rock, non i lunghi brani chitarristici. Rispetto ad album coevi come Paranoid e Black Sabbath dei Black Sabbath, In Rock dei Deep Purple, Led Zeppelin dei Led Zeppelin l’Hard Rock ed il Rock di Bowie suonano un po’ datati. Il canto di Bowie, drammatico e quasi da crooner, appartiene più al passato che al futuro della musica Rock, seppure nel suo magniloquente tono emotivo sia poi una componente fondamentale del carisma di Bowie stesso. Anche l’atteggiamento omosessuale e lo spirito decadente non sono nuovi, visto che già ci erano stati i Doors, i Velvet Underground e tanti altri.

Hunky Dory (1971) è una sorta di manifesto del Glam-Rock, già reso famosi dai T Rex. Un trionfo di disimpegno politico, di assenza di spinte ideologiche e di ambiguità sessuale, di look ricercati e via dicendo, in contrasto con i tardi anni ’60 impegnati, politicizzati e spartani. Unendo ricordi Folk/Rock, la decadenza che fu di Velvet Underground e compagnia, un sound Pop/Rock efficace ed orecchiabile, un canto enfatico David Bowie scrive molti dei suoi più riusciti brani, quantomeno alcuni dei più orecchiabili e radiofonici. Changes e Oh You Pretty Things, ancora al limite del music-hall e del semi-recitato, anticipano la notevole Life On Mars?, ballata pianistica arrangiata in modo orchestrale ed interpretata con quel tono emotivo e teatrale da Bowie che diverrà un po’ il suo marchio di fabbrica all’interno di una carriera dallo stile mutante. Un’altra ballata, meno peculiare, come Quicksand, e poi un motivetto pianistico come Fill Your Heart, quindi le “dediche” di Andy Warhol (un Folk/Rock che è nobilitato un po’ dalle armonie vocali) e Song For Bob Dylan (che ricorda proprio l’omaggiato), e finalmente si giunge ad un altro brano d’interesse: Queen Bitch è guidata da un potente riff Hard Rock, un po’ Velvet Underground nel suono percussivo, un po’ Hard Rock nei volumi. Ma in genere l’opera alterna ammicchi a stili già conosciuti con momenti minori, e si nobilita grazie a qualche brano di pregio e qualche refrain orecchiabile e riuscito.

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (1972) segna la definitiva entrata nell’olimpo del Rock, e l’ascesa nello stardom musicale. Un album ben più complesso, un concept-album che parla della futilità della celebrità nel mondo della musica, un inno di edonismo e decadenza, fascinazioni extraterrestri e ammicchi sessuali, toni melodrammatici. Gioiello del Glam-Rock e del Pop/Rock, Ziggy Stardust è una sequela di caricature del Rock e della sua mitologia, praticamente meta-Pop/Rock. Il tono drammatico del canto è esasperato fino al kitsch, fino all’isteria, fino alla disperazione. Ken Scott alla produzione e Mick Ronson sono quantomeno co-protagonisti: il primo come produttore, il secondo come chitarrista e come contribuente alle musiche.

La delicata e tutto sommato banale Five Years da ballata dozzinale diventa un crescendo tragico e isterico, ed introduce di fatto l’album ed il personaggio del concept, quello Ziggy/Bowie dove non si capisce il confine fra persona e personaggio. Il sound, sofisticato e barocco, proponeva commistioni Soul/Rock come in Soul Love ed un elaborata ballata pianistica come Moonage Daydream, segnata da interventi Hard Rock. Il primo gioiello Pop/Rock è Starman, gioiello decadente dal refrain subito canticchiabile. Il secondo brano da ricordare, Lady Stardust, è una ballata dolce e romantica che è uno dei migliori riassunti dello stile estetico di Bowie, distante dagli eccessi macho del nascente Heavy Metal. Il proto-Punk di Hang On To Yourself, che è dalle parti dei Ramones, si unisce in una intrigante doppietta con Ziggy Stardust, snodo fondamentale del concept e maestoso mix di Pop e Black Sabbath. Altre fascinazioni proto-Punk con Suffragette City e poi il finale tragico con Rock’n’Roll Suicide, altro apice di commozione ai limiti del patetismo e del kitsch. Tutta l’opera, che si fonda poi sulla riduzione del Rock a musica di apparenza, configurando una critica alla superficialità dell’immagine e del successo, è un concentrato di pose teatrali, di eccessi drammatici, di picchi isterici, di arrangiamenti suntuosi, di ammiccamenti al Rock, al Folk, all’Hard Rock, al Pop. Ed in fondo il concept ha in questo la sua natura, essendo una ideale parabola di una rockstar di plastica, di una band “aliena” alla ricerca disperata di successo. Un’opera decadente, che è un po’ caricaturale ed un po’ auto-ironica, eccede e spinge su quel che critica, innalza a totem e contemporaneamente rinnega la celebrità e lo show musicale, venera ma anche ripugna lo star system. Ziggy Stardust è una metafora di decadenza e di vanità, è uno specchio di Bowie ed un suo alter-ego, ed è contemporaneamente una riflessione sulla futilità della vita e dei traguardi che agognamo, soprattutto quelli di fama e celebrità. Stilisticamente, oltre a questa esasperazione di Pop, Folk e Rock che è guidata dagli arrangiamenti barocchi (già presenti nel Prog-Rock) e dalle crisi isteriche ed i patetismi al canto, le maggiori invenzioni risiedono in qualche accenno proto-Punk, mentre poco innovativa, anzi in linea con i tempi, era l’idea del concept album. Il contenuto lirico aggiunge qualcosa all’opera.

Aladdin Sane (1973) è invece intriso di Hard Rock, con richiami al Blues ed al Soul. Le possenti Watch That Man e Cracked Actor e il Blues/Rock à la Sympathy For The Devil di Panic In Detroit giocano fra Hard Rock e padri Blues/Rock. Mike Garson assicura uno splendente intervento del pianoforte nella title-track, fumoso Rock che trionfa nei momenti strumentali affascinanti dal Jazz. Altrove c’è sempre il suono Glam Rock come in Drive In e Lady Grinning Soul, il gusto teatrale e Glam di Time e accenni Blues e Rock’n’Roll sparsi qua e là a completare il DNA di un album che pare una pallida prosecuzione di Ziggy Stardust, senza una vera evoluzione stilistica, e che segna una battuta d’arresto.

Pin-Ups (1973), raccolta di cover, sembra proprio suggellare la fine di un periodo, l’ascesa e caduta di Ziggy/Bowie.

Diamond Dogs (1974) è un concept album sul terrore per il futuro, con spunti del 1984 di Orwell. Fantascentifico e kitsch, propone un banale Blues/Rock nella lunga title-track e una lunga e svenevole ballata in Sweet Thing, che prosegue in Candidate, più rumorosa ma non molto più originale. Per giungere ad un brano da ricordare si deve arrivare a Rebel Rebel, che in fondo è un misto di Lou Reed, Rolling Stones e Pop/Rock da classifica. Il resto rimane mediocre, a meno di accontentarsi di We Are The Dead, ballata cupa con richiami Hard Rock, o del Funk che si sente in 1984.

Young Americans (1975) è altra musica mediocre, intrattenimento per adulti e poco più. Musica da sottofondo (Fascination, Fame), con pulsazioni Disco e Funk che sono degne di qualche artista Pop minore.

Station To Station (1976) è un po’ Disco ed un po’ Funk, prova a risollevare la carriera con qualche sperimentazione e molto ritmo. I dieci minuti della title-track sono così segnati di piccoli esperimenti minimali e rumoristici, tutto a ritmo ballabile (negli anni della Disco), ma non si tratta poi di niente di memorabile. Altrove il riferimento sono un Funk nero, quasi tribale, come nella curiosa Golden Years, o magari declinato col pianoforte come in TVC15. Il momento maggiore è Stay, che è vicina ai Talking Heads di pochi anni dopo, un Funk tribale con grande groove, uno dei brani maggiori della carriera ed uno dei migliori da diversi album.

Word On A Wing è una nuova ballata che ha poco di nuovo e fa coppia con Wild Is The Wind, un crooning anni ’50 un po’ troppo attempato. Troppi pochi sintetizzatori per parlare di sound moderno ed al passo con Karftwerk e Neu, che poi non esordiscono certo nel 1976, questa musica deve soprattutto molto alla Disco ed al Pop/Rock, ed è tutt’altro che sperimentazione, semmai la dimostrazione che Bowie avesse ascoltato qualcosa della musica sperimentale dei primi anni ’70 e la Disco Music coeva. Le idee Afro-Funk sono le più intriganti, ma l’album zoppica.

Bowie rinacque con gli album successivi, che forse non contengono le sue migliori canzoni, ma alcune delle sue composizioni migliori sì. Pieni di richiami a Kraftwerk e Kraut-Rock in genere, soprattutto i Neu, gli album si fregiano dell’apporto fondamentale di Brain Eno e dei suoi sintetizzatori, ed idealmente ricollega Bowie a Tangerine Dream e Cluster. Saranno anche album dove all’allontanamento dalla forma canzone si unirà un avvicinamento a brani atmosferici, anche minimale, in molti casi totalmente strumentali, come mai era successo enlla carriera di Bowie (ma molte volte successe della carriera di Eno prima della collaborazione con Bowie). I successivi tre album passeranno alla Storia come Trilogia di Berlino, anche se non tutto fu registrato nella città tedesca, e segnano un avvicinamento di Bowie al sound più moderno che i sintetizzatori avevano portato nel Rock e nel Pop/Rock. Su Heroes, l’aggiunta di Fripp aggiunse altra classe e spessore alla formazione. La ricerca sonora in Low ed Heroes non ha precedenti nella storia di Bowie, ed è coadiuvata oltre che da Eno e Fripp, anche dal produttore Tony Visconti, che utilizzò un Harmonizer per modellare il suono in modo peculiare.

Partiamo dall’inizio, con Low (1977), da subito segnato dal cambiamento: lo strumentale intriso di synth di Speed Of Life e il Funk elettronico di Breaking Glass e What In The World mostrano poco interesse per i cardini del passato di Bowie, riducono l’impatto del canto (la prima non lo ha nemmeno) e sfruttano arrangiamenti dove l’Elettronica ha un ruolo di primo piano. Se questo cambiamento sia dovuto più alle sperimentazioni di Brian Eno o sia farina del sacco di Bowie, è un problema che mi interessa relativamente, quel che mi sembra certo è che Eno conoscesse ed applicasse questi esperimenti ampiamente nei suoi album ben prima che Low li integrasse. La fascinazione dei synth continua anche in ballabili come Sound And Vision, fino a giungere al martellante e sofferto Funk/Disco di Be My Wife, attraversata da una tensione Post-Punk. Un affresco semi-Ambient e proto Techno apre A New Carreer In A New Town, strumentale fra futurismo e western, subito prima del capolavoro dell’album: Warszawa (6 min. e mezzo) è un lugubre affresco strumentale nello stile di Brian Eno, con richiami dei primi Kraftwerk ed un canto funebre e drammatico, astratto, spettrale, angosciante. La conclusione è affidata ad altri strumentali: Art Decade, sorta di affresco cinematico e semi-Ambient; Weeping Wall, danza robotica quasi da Neu; Subterraneans, affascinante affresco elettronico quasi completamente strumentale e colorato da un sax malinconico. Ampiamente strumentale e vicino alle sperimentazioni del Kraut Rock e dell’Ambient che Eno stava sviluppando, l’album, se non opera che deve tanto ad Eno, quantomeno appare ispirata ai lavori del compositore inglese. A chiunque vada tributato il merito, comunque, Low è il miglior album di Bowie (o marchiato David Bowie, decidete voi) dai tempi di Ziggy Stardust, e non è poco.

Heroes (1977), che con Low forma una sorta di doppio album, vede la collaborazione di Robert Fripp, oltre che sempre di Brian Eno. Si apre con ballabili moderni, evoluti esempi di Disco/Funk/Rock come Beauty and the Beast o la possente Joe The Lion, che nasconde anche un’anima quasi Heavy Metal. La title-track, uno dei gioielli di Bowie, è invece avvolta da spirali melodiche, con un sontuoso arrangiamento che guida tutto il brano e che fa da sfondo all’interpretazione magistrale di Bowie, esaltato al massimo nelle sue perversioni drammatiche e teatrali, ad un passo dal grido. Dopo il trittico iniziale, i toni mediorientali di Sons Of The Silent Age, con ricordi di Pink Floyd, abbassano un po’ l’attenzione. Un altro ballabile martellante, Blackout, con momenti di intricata ricerca di destabilizzazioni e di vortici sonori futuristici, come dei Funkadelic esaltati e sci-fi, e si arriva al momento degli strumentali, che dominano la seconda metà dell’album. Se V-2 Schneider è una sorta di omaggio a Kraftwerk, Sense of Doubt torna ai toni lugubri di un certo Low con un cinematico momento di semi-Ambient e prosegue idealmente nelle fascinazioni orientali di Moss Garden, pacifico ed affascinante affresco cosmico/spirituale, una New Age precoce. La spinta sperimentale che attraversa soprattutto la seconda metà del disco prosegue con Neukoln, malinconica e cupa, e si attenua nel finale, con una The Secret Life of Arabia che torna al Funk. Sia il modello di ballabile sperimentale che la porzione strumentale dell’album sono fra le cose migliori che Bowie abbia mai pubblicato, e portano a considerare un album di spessore degli ultimi anni ’70. Il connubio fra orecchiabilità e sperimentazione, al passo con quello che Brian Eno stava producendo in solitaria, è un momento importante per quel territorio di mezzo che esiste fra Pop/Rock e musica di ricerca e sperimentazione. Per certi versi la forma canzone unita ai Karftwerk sarà alla base di molte realtà musicali del periodo, tanto da far considerare Heroes un possibile punto di riferimento più o meno esplicito del Post-Punk e della New Wave.

Lodger (1979) è un passo indietro, ma comunque un album da non sottovalutare. Brian Eno è ormai autore al fianco di Bowie in ogni brano o quasi, e l’album, seppure appaia meno sperimentale ed abbandoni gli strumentali, è comunque capace di qualche colpo di classe. African Night Flight è un Funk/Rock tribale e confusionario, un orgia di percussioni e di suoni che farebbe invidia ai Talking Heads più scatenati. Anche Yassassin, che regala qualche fascinazioni mediorientale, vale l’ascolto, ma il resto è spesso minore. Anche i motivetti più carini, primo fra tutti DJ, sono poco più che canzoncine un po’ stravaganti. Forse Red Money, un Funk stravagante, è l’unica altra eccezione, ma sbiadisce al confronto con i brani maggiori di Heroes e Low.

Scary Monsters (And Super Creeps) (1980) è un album di musica ballabile vagamente sperimentale, fra Post-Punk, Pop/Rock e Disco/Funk. L’anima Punk possiede It’s No Game, un assalto violento e rumoroso per i canoni di Bowie, con uno scatenato Fripp alla chitarra e urla sguaiate al posto del canto. Un ansiogeno ballabile come la title-track, il Pop/Funk allucinato e sperimentale della ricordevole Ashes To Ashes, la robotica danza glaciale di Fashion si uniscono a brani minori, come la lunga Teenage Wildlife o Because You’re Young, con Pete Townshend alla chitarra. Nel complesso manca la spinta atmosferica del periodo Low-Heroes, e l’avvicinamento ad una New Wave di maniera non aiuta a nobilitare l’opera, che in fondo si distingue solo in Its’ No Game, Ashes To Ashes e Fashion.

Let’s Dance (1983) segna un momento di cambiamento nel sound, ora vicino alla musica delle discoteche, seppure ancora piuttosto sofisticata e con tentativi di conservare un carattere proprio. Se la title-track (7 min. e mezzo) è in anticipo sulla Techno ed appartiene più agli anni ’90 che agli ’80 e Cat People (quasi 7 min.), con Giorgio Moroder, sono due brani da ricordare, il resto è però poco più che dozzinale.

Tonight (1984) è un altro album molto minore, con anche un Reggae banalotto (Don’t Look Down) ed altri sprazzi in levare (la title-track). Due episodi, Neighbourhood Threat e Dancing With The Big Boys, sfoggiano un suono aggressivo e potente per gli standard della carriera. L’album è prodotto con l’attenzione che solo le grandi star possono permettersi, anche quando sono in grande declino.

Never Let Me Down (1987) non migliora di molto la situazione. Bowie sembra perso negli anni ’80, e non trova un suono personale convincente. Torna un po’ alle canzoni Pop/Rock, ma continua a farsi affascinare da scialbi ballabili (per es. Shining Star).

Una parziale rinascita si ha con Black Tie White Noise (1993) album che però non è esattamente all’avanguardia. Quantomeno The Wedding, con quella tromba di Lester Bowie che favorisce poi le sfumature Jazz di tutto il disco, segna un netto miglioramento, col suo mix di Funk, Soul e Jazz. Un animo Jazz/Funk attraversa I Feel Free, Jump They Say e Looking For Lester ed è la maggiore novità dell’album, ma da qua ad essere un album significativo per il periodo, c’è ancora molta strada.

Buddha Of Suburbia (1993) è una colonna sonora che gravita ancora attorno alla musica da ballo. La maestosa title-track, tinta di World Music, la robotica danza quasi Techno di Sex And The Curch ed il ritorno dei brani strumentali (l’Ambient meditativa e metafisica di The Mysterie; il Jazz un po’ astratto ed un po’ cocktail di South Horizon; l’Ambient soffusa e magica di Ian Fish) segnano un ritorno della vena creativa, ma il febbrile Electro-Punk di Dead Against It, che pure è trascinante, Bleed Like a Graze Dad, Strangers When We Meet e Untitled No. 1 sono brani minori, ed in genere il suono è complesso ma non propone mai idee folgorante. Resta che è con buone probabilità l’album migliore da una decina d’anni.

Outside (1995) è un altro album “al passo con i tempi”, ma che poco inventa. Torna Brian Eno a collaborare, ma probabilmente la differenza è che non è il Brian Eno geniale degli anni ’70, ed il suo apporto è meno importante. Il tono drammatico e decadente di Bowie è ormai pura routine, non solo nel suo canzoniere ma anche fra gli epigoni, e lo stesso si dica per le melodie. Quel che cambia, è, semmai, il paesaggio musicale, che in episodi come The Hearts Filthy Lesson (pianoforte astratto e Industrial soffuso), Hallow Spaceboy (Ministry e Nine Inch Nails si sentono forte), No Control (scolastica New Age), The Voyeur Of Utter Destruction (tormentata Dance Music), Wishful Beginnings (anemica musica straniante da ballo), Thru These Architects Eyes (musica da ballo senile) suona più attuale che mai, almeno per quanto riguarda le tecniche di produzione. Il limite sta però nelle ragnatele del canto di Bowie, nell’anima decadente fin troppo abusata, nella mancanza di brani davvero innovativi. Tutto si riduce ad una versione senile e professionale del sound del periodo, una professionalissima prova di mancanza di freschezza. Superare i settanta minuti, inoltre, non aiuta granché.

Nel 1995 fino ad inizio 1996 David Bowie va in tour con i Nine Inch Nails, una esperienza che peserà molto sull’album successivo.

Se l’idea di fondere un ballabile moderno con la sua musica tradizionale, con qualche sperimentazione nella “composizione del sound”, non era bastata a Outside, la dose viene rinforzata in Earthling (1997). Fondamentalmente Little Wonder è la musica delle ballate settantiane ai tempi della Drum’n’Bass e del Big Beat. Se ascoltando Looking For Satellites sembra di ricordare in alcuni dettagli i Death In Vegas; in Battle For Britain i Prodigy; in Seven Years In Tibet, Law e e nella trascinante ed adrenalinica The Last Thing You Should Do i Nine Inch Nails; in Dead Man Walking i Chemical Brothers, allora è facile comprendere perché l’album sia il risultato del tour con i Nine Inch Nails ed una ulteriore iniezione di musica coeva. Il canto e le melodie sono abbastanza mediocri, ma le chitarre violente dell’Industrial ed una potenza e complessità ritmica che Bowie non ha mai proposto bastano a far galleggiare l’album, che ha anche il pregio di non dilungarsi molto.

Hours (1999) è molto meno moderno, sostanzialmente in linea con il repertorio degli anni ’70. Avrebbe qualche importanza storica un album dei Velvet Underground nello stile del 1968 trent’anni dopo? e di Dylan? e dei Faust? Non lo ha neanche nel caso di David Bowie.

Heathen (2002), ancora molto datato, suona quasi come un revival anni ’80. I più senili Pink Floyd sarebbero fieri di Slip Away, mentre la Drum’n’Bass desta dal sonno in I Took a Trip On A Gemini Spaceship. Lo strumentale 5:15 The Angels Have Gone è probabilmente il brano migliore, e non è una nuova Heroes o una nuova Space Oddity.

Reality (2003) si apre con New Killer Star, che avrebbe potuto venire da qualche album della sua discografia settantiana. Il resto ruggisce ogni tanto (Reality) e sfiora il patetico altrove (The Loneliest Guy, Try Some Buy Some). La lunga Bring Me The Disco King (quasi 8 min.) con il suo incedere spettrale è il brano relativamente più fascinoso, colorato di Jazz. Si tratta di un altro album superfluo, che anticipa una lunga e forse salutare pausa.

The Next Day (2013) ripercorre la sua storia e quella del Pop-Rock che prima, durante e dopo i suoi album è fiorito. Lou Reed (la title-track), il dramma operatico (The Stars), la New Wave (Love Is Lost), ballate romantiche d’altri tempi (Where Are We Now?; You Feel So Lonely You Could Die), un effluvio di effetti speciali (If You Can See Me; Heat), un balletto dozzinale (Dancing Out In Space) e l’Hard & Heavy ottantiano (Set The World On Fire): Bowie si esercita in numerosi stili, senza mai aggiungere qualcosa da ricordare.

Blackstar (2016) è uno dei casi discografici dell’anno, visto che l’autore muore il 10 Gennaio, due giorni dopo la pubblicazione. L’album viene considerato un ultimo capolavoro e letto alla luce dei fatti personali di Bowie: la malattia, la consapevolezza della morte, l’elaborazione tramite la musica. La storia dietro a Blackstar è una di quelle che segna la cultura popolare ma, considerando la sola musica, il giudizio dovrebbe forse essere più cauto e meno entusiastico. La title-track (10 min.) è uno dei più avventurosi brani dell’intera carriera, un Prog-Rock per fiati e ossessive ripetizioni vocali che richiama alla mente Scott Walker, pur in una versione addomesticata rispetto alle sue opere contemporanee. Il resto dell’opera è tuttavia meno creativo e, pur sofisticato nella produzione, non stupisce né inventa. Si possono riascoltare certi Radiohead in ‘Tis a Pity She Was a Whore, piena di fiati Jazz, mentre Lazarus, all’indomani della morte, diventa più facile da leggere ma la sua struttura, l’incedere lento, la prolissa coda rimangono. Il thriller/noir di Sue (Or in a Season of Crime) è fiaccato da un canto monotono e lamentoso, così è meglio quando in Girl Loves Me prevale un arrangiamento spettrale. Pur prodotto come un album 2016, l’album riesce a suonare obsoleto in Dollar Days e nell’elettronica di I Can’t Give Everything Away, conclusone rasserenante di un album che, conoscendo la storia personale dell’artista, risulta comunque toccante.

Dopo una così lunga carriera la figura di David Bowie rimane nell’immaginario collettivo un simbolo del Glam-Rock, un divo Pop, una personalità conosciuta ben oltre le questioni musicali. Nella sua lunga carriera, Bowie ha pubblicato opere minori, ma si è distinto in alcuni periodi con alcune opere rimaste nell’immaginario collettivo.

Si potrebbe anche sostenere che il periodo maggiore, quello di Heroes e Low, sia opera per buona parte di Brian Eno, e per il resto di Fripp e dello stesso Bowie, come d’altronde è abbastanza facile sostenere che Bowie non abbia mai effettivamente inventato un nuovo stile: il Glam fu ripreso un po’ da Marc Bolan, le chitarre Heavy Metal ed Hard Rock nacquero in Inghilterra qualche anno prima che lui le sfruttasse (e vennero introdotte da Mick Ronson, che compose molti brani del periodo), i synth ed i brani ambientali da Brian Eno, la Drum’n’Bass e la Techno da musicisti che potrebbero essere suoi figli.

Bowie però ebbe il merito di calare un po’ della sua personalità artistica in ognuno di questi stili, col suo canto enfatico e drammatico, con le sue liriche decadenti, in definitiva con la sua immagine variopinta e cangevole. Almeno Ziggy Stardust, Low ed Heroes sono opere che meritano l’ascolto, e sparse qua e là una manciata di canzoni meritano di rimanere in una apposita antologia. Ma Bowie, oltre a questo, segnò il costume della sua epoca, fece scalpore con le dichiarazioni di bisessualità ed affascinò con la sua personalità teatrale e sopra le righe.

Quanto sia personaggio e quanto sia persona reale nelle sue opere, è materia che lascio a chi lo ha studiato meglio di me, ma resta che a fronte di una sterminata discografia molto altalenante, la sua vita da “star” è stata in molti frangenti eccezionale.

Numerosissime le compilation. The Singles Collection (1993) fa una bella panoramica della carriera, ma essendo questa altalenante non è comunque tutto da ricordare. Più focalizzata su molti dei brani maggiori è The Best of David Bowie 1969/1974 (1997), mentre la compilation gemella The Best of David Bowie 1974/1979 (1998) scarta purtroppo alcuni strumentali grandiosi del periodo. All Saints (1993) colma la lacuna degli strumentali, ma forse non meritavano addirittura una compilation a parte. Best of Bowie (2002) tenta di riassumere tutta la carriera, ed inj due dischi riassume quasi tutto il meglio di Bowie, tranne gli strumentali in collaborazione con Eno. The Platinum Collection (2005) si perde in tre dischi, un po’ troppo prolissi. The Best of David Bowie 1980/1987 (2007) è mediocre quanto gli anni che riassume.

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Voti:

David Bowie – 4,5
Space Oddity – 5,5
The Man Who Sold The World – 6
Hunky Dory – 6,5
The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars – 7
Aladdin Sane – 6
Pin-Ups – 3
Diamond Dogs – 4,5
Young Americans – 4
Station To Station – 5,5
Low – 7
Heroes – 7,5
Lodger – 6
Scary Monsters (And Super Creeps) – 5,5
Let’s Dance – 5
Tonight – 4
Never Let Me Down – 3,5
Black Tie White Noise – 4,5
Buddha Of Suburbia – 5,5
Outside – 5
Earthling – 6
Hours – 4
Heathen – 4
Reality – 4
The Next Day – 4
Blackstar – 5,5

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Voti su alcune compilation:

Golden Years – 4,5
Fame and Fashion – 5
The Singles Collection – 6
The Best of David Bowie 1969/1974 – 6,5

The Best of David Bowie 1974/1979 – 6
All Saints – 6
Best of Bowie – 7
The Platinum Collection – 6
The Best of David Bowie 1980/1987 – 5

Ascolta le migliori canzoni di David Bowie

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11 thoughts on “David Bowie – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Un’ottima biografia, con un particolare accento sulla parte musicale della carriera di Bowie (il che, per un musicista non è mai male)… Bel post, e sono d’accordo con molti dei tuoi giudizi…

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  2. Serling ha detto:

    Anche questa scheda è copiata da Scaruffi:i voti sono gli stessi,solo qualcuno si differenzia di mezzo voto.Non farmi notare le differenze dato che non ci sono.Da tempo non leggevo una tua scheda,ho trovato questa per caso e vedo che non riesci proprio a pensare con il tuo cervello.Sei irrecuperabile.

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  3. Meno male ci sei tu Serling che riesci a pensare con il tuo cervello, il che ti permette immagino tanta tracotanza. Sei così disinteressato alla discussione che non solo accusi, ma mi intimi anche cosa posso e non posso rispondere a quel che tu commenti sul mio blog. Tu mi accusi – a me pare – per la soddisfazione di scriverlo nel mio blog, perché delle mie risposte non ti interessa nulla. Decidi tu chi dei due è irrecuperabile.

    Ad ogni modo le due schede hanno voti quasi uguali, questo è vero. In linea generale concordo con quello che Scaruffi dice di Bowie. Non penso sia ancora una cosa di cui vergognarsi, ma troverai in giro centinaia di persone che la pensano in modo molto diverso (magari qualcuno dirà che l’ultimo album surclassa Heroes, è probabile). Come penso di averti già spiegato numerose volte, non mi importa nulla di scrivere giudizi “diversi” da tutti gli altri, compreso Scaruffi. Se concordo, i giudizi ci somiglieranno. Non capisco perché questo dovrebbe essere un problema.

    Ad ogni modo il tuo commento è di una rara maleducazione ed arroganza, spero tu non voglia tediarmi ancora con simili amenità. Il tuo disprezzo mi annoia, così come la tua ripetitività. Non voglio perdere altro tempo a rispondere per la decima volta ai tuoi commenti-fotocopia.

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  4. bach ha detto:

    il solito scaruffotto. Quant’è facile individuarvi, sembrate fatti con lo stampino, e quanto deboli le vostre motivazioni. Purtroppo Scaruffi ha messo in piedi un sito fatto apposta per soggiogare chi non ha gli strumenti culturali per rendersi conto del fatto che manipola costantemente le informazioni, inventa i fatti, distorce la logica e tace omertosamente su tutti gli elementi che contrastino le sue teorie. Quanti italiani che così si perdono il piacere di ascoltare uno dei più grandi geni musicali del Novecento.
    Comunque mi spiace contraddirti ma gran parte delle recensioni di “Blackstar” sono uscite prima della sua morte. La sua media su Mediacritic il giorno prima che Bowie morisse era 86, appena un centesimo inferiore a quella attuale. Puoi controllare da te:
    http://web.archive.org/web/20160109084036/http://www.metacritic.com/music/blackstar/david-bowie

    Insomma il tuo paragone sull’articolo, basato sull’assunto che chi ha amato Blackstar s’è fatto gabbare emotivamente dalla sua morte, è sostanzialmente fuffa. Come quasi sempre quando si prova a sminuire Bowie.

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  5. Alle prime sette righe di insulti personali e di critiche ad altri siti (che si possono fare su altri siti 😉 ) non rispondo.

    Io scrivo che “Blackstar (2016) è uno dei casi discografici dell’anno, visto che l’autore muore il 10 Gennaio, due giorni dopo la pubblicazione. L’album viene considerato un ultimo capolavoro e letto alla luce dei fatti personali di Bowie: la malattia, la consapevolezza della morte, l’elaborazione tramite la musica.”

    L’osservazione su Metacritic è molto interessante (ed è un’argomentazione che, credimi, è molto indebolita dagli attacchi personali!): molte testate avevano già recensito Blackstar prima della morte. Il “caso”, a mio parere, è venuto fuori dopo la morte, e non a colpi di voti su Metacritic. Ne hanno iniziato a parlare in moltissimi, legando la vicenda personale alla musica appena pubblicata.

    Un po’ di esempi di questo tipo di lettura:

    – Telegraph: http://www.telegraph.co.uk/music/news/david-bowies-blackstar-album-contains-secret-hidden-message/

    – The Guardian: https://www.theguardian.com/music/musicblog/2016/jan/11/was-david-bowie-saying-goodbye-on-blackstar

    – Panorama: http://www.panorama.it/musica/david-bowie-i-cinque-segni-premonitori-nellultimo-disco-blackstar/

    – Metallized: http://www.metallized.it/recensione.php?id=12454

    …non ho tempo per fare una raccolta esaustiva, scusa…

    A queste vanno aggiunte tutte le riviste cartacee che, non uscendo quotidianamente, si sono trovate a scrivere dell’album dopo la morte. Non voglio perder tempo (neanche qua) a cercare chi sia uscito prima e chi no (è molto laborioso) ma seguendo un po’ cosa succede anche sulla carta stampata, ricordo che il numero di Rumore di Febbraio fu un raro caso di copertina senza David Bowie (ne ho parlato anche col direttore di Rumore pochi giorni fa, che mi ha detto di aver ricevuto critiche al riguardo)

    Io non ho scritto in nessun modo che “chi ha amato Blackstar s’è fatto gabbare emotivamente dalla sua morte”, ma che le analisi si sono concentrate, dopo la morte, su un determinato tipo di lettura. A mio parere, se ci si concentra sull’opera di per sé, non è che un album mediocre. Questa è la mia goccia in un oceano di persone che ama Bowie e tutto quello che ha composto: si può accettare anche senza odiare e tacciare di ottenebrato chi la scrive, o no? 🙂

    La rilettura a posteriori vale anche e soprattutto per il pubblico: su Rate Your Music ci sono 560 pagine di “ratings” a Blackstar. Le ultime 460 pagine sono voti dati dopo la morte. Le recensioni (anche queste, per la maggior parte, post-mortem – 21 pagine su 26) sono quasi tutte incentrate sul tragico avvenimento e ne parlano ampiamente.

    Qualche estratto di queste analisi:

    “It then suddenly clicked and the emotions flooded in. I realized Bowie knew he only had a limited time left, and made Blackstar as a parting gift to his fans. I suddenly realized the creepy imagery and lyrics actually were Bowie alluding to his own imminent death.”

    ” All the little lines and metaphors now apparent, obvious in their intent. Critical review of the music aside, the method of which this album was released on his 69th birthday… with Bowie knowing full well that his time was limited… Even his death is an artistic expression.”

    “At first I thought it was a 7/10 but now studying the lyrics closer in context of him knowing of his coming death it is a lot more powerful and clear. Will be remembered for years.”

    “Anyway, as much as this news totally changed how I viewed the album, it didn’t really change my rating all that much. It went from an on-the-fence 4.0 to a definite 4.0. RIP Bowie.” (poi cambiato a 4.5, tralaltro, ma comunque riletto post-mortem)

    “last edit: okay, i’ve done enough dwelling on this, it was four stars initially but knowing now what everything is supposed to represent and knowing what this album is elevates it to five stars easily.”

    Non voglio perdere tempo a riassumerle tutte, mi sembra una linea abbastanza chiara.

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  6. Anonimo ha detto:

    Voi detrattori di Scaruffi siete tutti uguali: non riuscite a concepire il fatto che qualcuno possa pensarla in maniera diversa da voi sui vostri beniamini che subito lo insultate, ovviamente senza argomentare. Bach, dato che tu sei convinto di essere una persona intelligente, nonchè esperto di musica, potresti scrivere per quali motivi dovremmo apprezzare colui che consideri uno dei più grandi geni del Novecento (grazie per questa perla) ?
    Credo di sapere già le risposte:
    1) E’ inutile, tanto sono perle ai porci;
    2) Vatti a leggere quello che hanno scritto X,Y, e tanti altri;
    3) Era amico di Eno, Fripp, Lou Reed ecc.
    4) Informati!!!1111unounoundici
    Ovviamente siamo noi quelli che non ragionano con la propria testa, non voi che seguite la massa di critici che parlano bene di tutti i gruppi che recensiscono.
    GunClub.

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