Pantera – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ascolta le migliori canzoni dei Pantera

I Pantera, dal Texas, erano destinati a diventare una delle band più famosi dell’Heavy Metal degli anni ’90. Il loro nome entra nell’immaginario collettivo anche per la tragica fine che ha fatto nel 2004 Dimebag Darrell, chitarrista ucciso da un fan mentalmente instabile.

Ma i Pantera ebbero soprattutto dalla parte loro un sound pieno di ritmo e potenza, che univa il Thrash Metal ad un interesse per il groove che li fa affiancare a gruppi come i Prong ed in misura minore agli Helmet. Il suono possente, terremotante, del loro Heavy Metal univa le famose pose machiste, adrenaliniche e le scorribande classiche alla potenza delle linee di basso, alle muraglie ritmiche della chitarra in un mix spettacolare, entusiasmante e aggressivo, ma anche orecchiabile quanto basta a chi già apprezzava l’Heavy Metal degli anni ’80. Si potrebbe anche, idealmente, vedere i Pantera come uno degli anelli che congiungono l’era del Thrash Metal a quella del Nu Metal.

I Pantera, però, lavorarono a lungo per giungere a quel sound che li rese famosi. Metal Magic (1983) era diviso fra un Pop-Metal innocuo di inni stradaioli (Ride My Rocket) e brani più pensosi (la power-ballad Biggest Part Of Me, la più complessa Sad Lover), ma aveva poco di davvero maturo e personale.

Projects in the Jungle (1984) se non altro era più spettacolare (All Over Tonight, Like Fire e soprattutto Projects In The Jungle) e aveva spunti Thrash Metal (Out for Blood, Killers) che rendevano l’opera più distante dalle fila del Pop-Metal e delle fascinazioni Glam, verso un mix di Van Halen, Accept e qualche ruvidezza Thrash Metal. Un brano, Takin’ My Life, è così radiofonico ed orecchiabile da superare tutti i loro tentativi Pop-Metal. Il chitarrismo di Darrell si è fatto molto più pirotecnico ed è la vera marcia in più, oltre ad un songwiriting più maturo.

I Am the Night (1985) spicca nella title-track, Down Below e Valhalla, momenti dagli spunti Thrash Metal che comunque sbiadiscono al confronto con i lavori di Megadeth o Metallica coevi.

Power Metal (1988) vede l’entrata di Phil Anselmo alla voce, discepolo degli acuti dei Deep Purple e di Bruce Dickinson, seppure con uno stile aggressivo che deve qualcosa anche al Thrash Metal. Muscoloso, aggressivo, veloce e pirotecnico, il sound di brani come Power Metal, Over And Out e Burnnn! è sufficientemente cingolato per far pensare ad una band ormai a proprio agio con il Thrash Metal, seppure qua e là tediante tracce di poco fantasioso Glam Metal continuino a farsi largo.

Cowboys From Hell (1990) è l’album della consacrazione, ed anche il loro primo album che valga davvero lascolto complessivo. Se dei primi quattro album si salva poco, e nessun brano è davvero notevole, qua finalmente la band crea qualcosa di più personale. Ripartendo chiaramente dai Metallica ed infarcendoli di un riffing chitarristico orientato a groove assassini, l’album è un concentrato degli eccessi del Thrash Metal, ma non rinuncia ad una cerca orecchiabilità e ad una enfasi sul ritmo che lo rendono relativamente orecchiabile. Adatto al pogo ed all’headbanging, Cowboys From Hell è un album che garantisce alla band un successo ed una fama forse inaspettati. Il Groove/Thrash Metal della title-track, Psycho Holiday, Heresy e soprattutto della potentissima Domination, che nel finale è un po’ l’epitome dei loro groove schiacciasassi, è la vera cifra aggiunta, e viene riproposto anche in brani come Clash With Reality e Medicine Man. Le mitragliate della batteria di Message In Blood sono un’altra incarnazione del loro interesse verso il ritmo. Il chitarrismo pirotecnico di Darrell attraversa tutto l’album, ed è il protagonista insieme al lavoro dietro le pelli. Come raramente accade, la band riesce anche in una loro Stairway To Heaven, Cemetery Gates (7 min.): partenza in punta di piedi poi passo panzer, mid-tempo di Rock senza eccessi, crescendo drammatico e, dopo varie vicissitudini, una lunga coda che è un pretesto per una sfida fra voce e chitarra; il tutto è condito da un Darrell in piena forma, che si libra anche in un lungo assolo. Cemetery Gates, il loro capolavoro, mostra come la band riesca a superare anche il formato standard dell’Heavy e del Thrash Metal, verso una forma compositiva più elaborata. Nel complesso Cowboys From Hell è un album compatto, potente, energico, che contribuisce ad un aggiornamento del Thrash Metal all’era dei Groove che sarà gli anni ’90 (gli anni dell’Hip-Hop e della Techno). La potenza drammatica, lo studio sui ritmi e le interazioni fra ritmi e voce/chitarra, sono quelle di un album alla ricerca di un sound nuovo. Non è tutto così nuovo, anzi gli spunti di Metallica, Anthrax e compagnia sono più che evidenti, ma questo non basta e rendere l’opera trascurabile.

Vulgar Display Of Power (1992) continua nel sound a cavallo fra Thrash e Groove Metal, ma spinge fino ai limiti del Death Metal (Rise, No Good). La potente e trascinante Mouth For War è un’altra dei momenti da ricordare della carriera, con un finale esplosivo a rotta di collo. Il ritmo è un grande protagonista (A New Level): la dinamicità del suono, che accelera, decelera, si modula, si trasforma sono alla base dell’interesse che quest’album (mi) suscita. Walk è qualcosa di cui i Prong sarebbe molto fieri. Fucking Hostile ha una violenza che ricorda l’Hardcore ed il Death Metal, nonostante qualche spunto melodico; è un brano che i Metallica non hanno mai scritto. Peggiore il versante delle ballate: This Love, un po’ la nuova Cemetery Gates, non regge; Hollow è metà ballata e metà una nuova Domination e nonostante tenti di fondere le due anime non riesce a convincere. La seconda metà dell’album appare comunque più debole. Fra i difetti c’è il canto di Phil Anselmo, alla lunga monotono e poco personale. Come per Cowboys From Hell, l’album ebbe una certa influenza nell’Heavy Metal degli anni ’90.

Far Beyond Driven (1994) propone nuove sanguinose mattanze come Strength Beyond Strength,Slaughtered, Use My Third Arm, 5 Minutes Alone, l’interessante Groove Metal più educato I’m Broken, un esperimento per un meccanico passo Industrial in Good Friends And A Bottle Of Pills. A spezzare l’album in due c’è Hard Lines Sunken Cheeks (7 min.), fra accelerazioni Thrash e ralentamenti quasi Doom. 25 Years continua gli esercizi ritmici per cui sono diventati famosi e Shedding Skin prova nuove combinazioni dei loro elementi di base, ma in fondo non c’è nessuna grande evoluzione: cingolare ancora il loro Thrash/Groove Metal, rimischiare le carte in tavola e proporre un esperimento Industrial non bastano a levarmi l’impressione che sia un altro album di lento declino. Arrivò al primo posto su billboard, incredibilmente per un album così efferato.

The Great Southern Trendkill (1996) è un album di una violenza a tratti davvero notevole, per esempio quando esplode nell’apertura della title-track. Per il resto, però, sotto la scorza di violenza e brutalità, sotto questo Thrash/Groove Metal un po’ ottuso che è diventato il loro marchio di fabbrica, c’è poco di nuovo. Il Nu Metal ha evoluto le loro stesse intuizioni, così da farli suonare datati. Floods (7 min.), finisce per somigliare a qualcosa fra Alice In Chains e Pearl Jam, con eccessi devastanti che esondano decibel, ma il risultato è comunque un po’ sfilacciato.

Reinventing the Steel (2000) è un altro album diretto e violento, che aggiunge pochino a quanto già detto. Sarà anche l’ultimo album della carriera, per la formazione.

Una panoramica è fornita da The Best of Pantera: Far Beyond the Great Southern Cowboys’ Vulgar Hits! (2003).

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Voti:

 Metal Magic – 4,5
Projects in the Jungle – 5,5
I Am the Night – 5,5
Power Metal – 5
Cowboys From Hell – 7,5
Vulgar Display of Power – 6,5
Far Beyond Driven – 6
The Great Southern Trendkill – 5
Reinventing the Steel – 5
The Best of Pantera: Far Beyond the Great Southern Cowboys’ Vulgar Hits! – 6,5

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3 pensieri su “Pantera – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. A The Great Southern Trendkill darei un 6 anche per i testi leggermente più elaborati.
    Reinventing the steel è stato un tonfo clamoroso e darei 4,5.
    Philip Anselmo è sempre impeccabile, dal punto di vista canoro.

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