Isis – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ascolta le migliori canzoni degli Isis

Gli Isis sono una formazione Post-Metal statunitense, della California, che iniza la propria carriera nella scia dei Neurosis e del loro Sludge dilatato e articolato in lunghi brani eterogenei. Il cantato, nella loro opera, ha sempre avuto un ruolo marginale: si tratta spesso di composizioni dall’animo strumentale, distese su tempistiche che spesso superano i 6 minuti.

Celestial (2000) è pieno di ritmi meccanici, di urla lancinanti e di minacciosi rombi di chitarra. I brani, molti dei quali piuttosto estesi, sono imponenti e maestosi. Celestial (The Tower) (quasi 10 min.) è una mutazione infernale dei Melvins, con una seconda parte atmosferica che ricorda da vicino i Neurosis e che anticipa il futuro più chiaramente Post-Metal e Post-Rock. Il monolitico attacco di Swarm Reigns ha poco da invidiare in potenza alle opprimenti opere dei Godflesh, ma l’anima malinconica affiora chiaramente anche qua in lunghi momenti di pensosa musica atmosferica. Deconstructing Towers (7 min. e mezzo) è forse il brano maggiore: un ciclico e spettacolare spettacolo pirotecnico che rallenta in asfissianti paludi Doom/Sludge. Collapse And Crush sta in equilibrio fra pacata malinconia e Grunge/Metal sofferente. Che la band non sia una copia sbiadita dei Neurosis lo evidenzia l’affresco atmosferico di CFT, elegante equilibrismo fra esplosione e placida desolazione, ed in chiusura Gentle Time sigilla un esordio non puramente originale, ma segnato da peculiarità intriganti.

Oceanic (2002) mostra una maturazione notevole, che allontana la band dallo Sludge e la avvicina al Post-Metal. L’insieme di ricordi Hardcore, potenza Stoner Metal e Doom, un gusto compositivo Post-Rock e Post-Metal, porta l’onirica The Beginning and the End (8 min.) a ricordare i Frodus, ma privi dell’irrequietezza nevrotica che li contraddistingue, seppure il crescendo pre-finale è comunque un colpo di classe. Il limbo in cui vive The Other (7 min.) è tentato da momenti atmosferici e abissi infernali; False Light (quasi 8 min.) dialoga con tribalismi maestosi e grida semi-growl, ma viene spezzata da un lungo momento atmosferico. Carry (poco meno di 7 min.) apre lentamente, poi si colora di roots-music, prima che tornino vortici Metal; la chiusura cerca strani ibridi Post-Metal/Sludge. La seconda metà del disco si apre in una sottile psichedelia con Maritime, placido strumentale con echi mediorientali. L’imponente Weight (11 min.) è forse il brano più impressionante, o quantomeno quello che meglio mostra il peculiare equilibrio atmosferico che gli Isis hanno raggiunto in breve tempo: come fuoriuscendo da una dolce nebbia oceanica, il brano prende lentamente forma, arrivando ad una energia Rock dopo cinque minuti e poi proseguendo il colossale crescendo in un moto che ricorda quello delle onde, che lentamente ondulano lo specchio dell’acqua e si fanno minacciose, fino a infrangersi nel finale, con melodie vocali femminili che aggiungono eleganza e misticismo alla composizione. From Sinking (8 min. e mezzo) è un’altro brano maggiore di un album con pochi riempitivi: alterna l’anima più sofferente a quella più atmosferica e malinconica, i ricordi Sludge con la calma Post-Rock. Lento e maestoso l’incedere della conclusiva e ricordevole Hym (9 min.), Post-Rock/Metal esplosivo, rabbioso, brutale ma anche docile, affascinante, sensuale. Al limite fra dolce malinconia e terribile sofferenza, seguendo una coesione dettata dal procedere maestoso, imponente degli estesi brani che lo compongono, Oceanic è un album che porta i Neurosis nel mondo del Post-Rock, sfruttando una abilità evocativa non indifferente.

Panopticon (2004) è il punto di arrivo del loro Post-Metal atmosferico germogliato sullo Sludge degli esordi. I lunghi passaggi strumentali atmosferici sono i protagonisti dell’opera. La maggiore novità è forse un retogusto psichedelico. So Did We (7 min. e mezzo) nel finale si sublima in cristalli onirici; Backlit (quasi 8 min.) torna ai giochi di contrasti, che ormai sono complessi come certi brani Prog-Metal. Un gioiello dell’album è In Fiction (9 min.), psichedelia soffusa e malinconica, esplosioni Metal, ma, come nel Prog-Metal, il flusso sonoro dà il massimo nel suo complesso. La tesa serenità di Wills Dissolve (7 min.), le fratture di Syndic Walls (quasi 10 min.), la giostra spaziale e psichedelica dell’ammaliante tristezza di Altered Course (10 min.) ed infine la danza tribale per fruscii cosmici di Grinning Mouths (8 min. e mezzo), piena di dinamiche Post-Rock, sono una sequenza che poche formazioni possono permettersi negli anni Zero. Ed in sostanza tutto l’album non sbaglia una composizione, seppure non si rinventi esattamente ad ogni canzone. Nel complesso, però, è un viaggio emozionante fra cullante psichedelia, Post-Rock, Post-Metal ed eccessi di violenza.

In The Absence Of Truth (2006) è il seguito di Panopticon, ne smussa qualche spigolo e ne presegue la forma. Wrists Of Kings e Not In River But In Drops sviluppano spunti Prog-Metal proseguiti da 1,000 Shards e Garden Of Light, nonostante permangano i substrati Post-Metal e Post-Rock. L’atmosfera di Oceanic e Panopticon torna in Over Root And Thorn e nella magica sospensione di Holy Tears, forse il brano maggiore. Non c’è l’effetto sorpresa di Oceanic e Panopticon, certo, ma la loro musica conserva una magia, soprattutto nei momenti strumentali, che li inserisce fra le band più “classiche” e orecchiabili del Post-Metal.

Wavering Radiant (2009) prosegue sul sound meno ostico delle ultime prove, ed è un album piacevole all’ascolto e segnato da una maturità ormai classica per la band. I punti di riferimento sembrano essere i Tool, gli Opeth, i Pink Floyd, i Porcupine Tree mentre poco è ormai rimasto degli esordi Sludge. Nel complesso l’operà è comunque dignitosa, visto che lunghe composizioni come Hall Of The Dead (quasi 8 min.) e Ghost Key (8 min. e mezzo), in apertura, bastano a far intuire lo spessore del disco. Questa sorta di Prog-Rock/Prog-Metal dalle tinte Post e dalle pulsioni Death Metal è affascinante nelle sue mancanze di equilibrio, ma è anche abbastanza prevedibile negli svolgimenti delle composizioni. La forma più della sostanza, quindi, ed è così anche in Hand Of The Host (quasi 11 min.) e Stone To Wake A Serpent (8 min. e mezzo). Il fatto che ci sia dello Shoegaze in 20 Minutes 40 Years (7 min.) è così un dettaglio di un album che fluidamente scorre, algido, inquieto ma mai davvero innovativo. In chiusura un altro brano colossale, Treshold Of Trasformation (10 min.), mostra la perfezione che la band ha raggiunto nel suo stile, un equilibrio instabile di Prog-Rock, Metal e psichedelia leggera. Per quanto Wavering Radiant non sia fra gli album migliori della band, il suo comunque apprezzabile valore evidenzia lo spessore degli Isis.

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Voti:

 Celestial – 6,5
Oceanic – 7,5
Panopticon – 7,5
In The Absence Of Truth – 6,5
Wavering Radiant – 6,5

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