Low – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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I Low sono una delle maggiori formazioni statunitensi degli anni ’90. Propongono una musica soffusa, malinconica, intimista, minimale, poetica, virata in colori seppia, in riverberi e vuoti lievemente desolanti, cullando l’ascoltatore in una tristezza dolce ed ammaliante. Sfruttando lo scheltero portante della musica Rock nella strumentazione, fatta di chitarra, basso, batteria e voci, i Low propongono un suono che è fra il sogno ed il ricordo, una commistione di bellezza, sinuosità e malinconia, una nostalgia fatata. Il loro stile è riconducibile a quello dei Red House Painters, in qualcosa ai Codeine, ai Mazzy Star, ai Bedhead, ai Galaxie 500 ed è fondamentalmente un Rock dimesso, fluttuante, che si può inserire nella categoria non molto affollata dello Slo Core. La componente onirica è tale che i Low lambiscono a tratti anche il Dream Pop e qualcosa dei Cocteau Twins, oltre che una sensibilità più Pop/Rock.

In linea con il loro peculiare sound, i Low non hanno elementi che spicchino particolarmente nel sound. Non risaltano le chitarre, non risalta il basso, non le voci, tantomeno risaltano particolari momenti di molte composizioni: il flusso sinuoso della musica guida l’ascoltatore in un viaggio atmosferico ed ipnotico di intimismo e fragilità, di sussurri, di melodie malinconiche.

L’esordio I Could Live In Hope (1994) è un album onirico, sognante, malinconico e “magico”, nel senso che in brani come Words l’atmosfera vale più di tutto il resto: melodia che lentamente si dipana nel refrain, voce distante e melodie dimesse altrove. Un affresco tenue come Fear e si arriva ad una Cut in linea con i Red House Painters, con qualche sussulto misurato. Un carillon malinconico (Slide) portano alla danza sommersa e notturna di Lazy, uno dei vertici di questo esordio di grande caratura. Il capolavoro è Lullaby, quasi 10 minuti, uno Slo Core dalle tinte quasi Gospel, puro distillato di malinconia, con un crescendo misurato ma magnifico, un momento di lieve liberazione in un deserto di incolmabile vuoto. Down (7 min. e mezzo) replica con una simile intensità evocativa ed è un altro soffuso Rock sussurrato. E sempre l’atmosfera è ammaliante e peculiare in Drag, una sorta di Rock chitarristico al ralenti, con un assolo chitarristico che un po’ l’epitome del loro sound: lento, fluttuante in una nube di musica soffusa, sognante, desolante. Unendo allucinazione e depressione i Low consegnano l’audace Rope, una voce ectoplasmatica in un intreccio di chitarre, altro vertice del disco. Il trionfo della nostalgia è nel finale, con Sunshine, una sognante ninna-nanna umbratile. Una fusione di desolazione, tristezza, nostalgia, sogno, fragilità rendono questo esordio uno dei dischi più atipici degli anni ’90.

Long Division (1995) prosegue fondamentalmente sulle cordinate dell’esordio, dilatando ancora tempi ed smussando gli spigoli. Violence (6 min.) è un inno Rock, depotenziato e suonato in modo trasognato e Below & Above, un gioiello minimale, mostra come la pochezza dei mezzi sia per i Low lo stimolo per una vibrante comunicatività. Il lungo sussurro di Shame o Throw The Line, la sognante musica da ballo di Swingin’ e soprattutto la pace meditativa dell’impercettibile See-Through sono un esercizio di delicatezza, una musica che passa praticamente inosservata, splendida nella sua quiete, nei suoi silenzi, quasi statica. Il passo minaccioso di Turn, violento per i loro canoni, è ossessivo e cupo come la marcia di un condannato verso il patibolo, poi sfuma nell’onirico. Dopo Caroline, quasi una canzone Pop/Rock normale, Alone torna al sussurrato e Stay (7 min.) diventa di nuovo ai limiti dell’imprecettibile. Si tratta di un album di grande atmosfera, ma che soffre la somiglianza con l’esordio, di cui rimane comunque degno erede.

The Curtain Hits The Cast (1996) estremizza per certi versi le intuizioni dei primi due album. Anon conserva ormai poco del Rock, è un fluttuare di scampoli musicali sussurrati, l’ombra di una canzone normale. The Plan o Lust fanno sembrare il Gospel una musica violenta. Mom Says e Standby sono un saggio della loro abilità di rendere questi scampoli sonori sinuosamente semi-imprecettibili più affascinanti grazie a note di colore ed i emozione, piccole impennate, leggeri crescendo. Laugh nei suoi 9 minuti tende spesso a diventare una semplice vibrazione Ambient. Il capolavoro di turno è Do You Know How To Waltz (quasi 15 min.), la somma della nuova evoluzione del sound: due minuti di semi-silenzio, un lentissimo crescendo psichedelico, strati di rumore quasi cosmico, una stasi che rimane fluttante aleggiando in una nube di eternità; si tratta di una delle composizioni più affascinanti degli anni ’90, nella sua forma minimale è un gioiello di atmosfera ed innalza di una tacca l’album. Questa terza opera, abbandonati i richiami di Red House Painters, Codeine e compagnia è ormai una soffusa, imprecettibile musica atmosferica.

Songs For A Dead Pilot (1997) è un EP che sperimenta questa musica Ambient (Will The Night), aggiunge brani più vicini ai primi album (Condescend, Hey Chicago) e con Born By The Wires (13 min.) scrive un altro dei momenti maggiori, un ralenti che è tentato di sfociare spesso nel silenzio.

Che il suono fosse arrivato ad un limite lo dimostra il fatto che Secret Name (1999) modifica la strumentazione, ampliandola e ritorna più vicino alla forma canzone, con un sound più pieno, elegante e tenue. La malinconia di I Remember lascia il posto ad una Starfire che è sognante ma vicina alla musica da camera, affogata in una orchestrazione tenue da non impercettibile. Altre dolci poesie sonore (Two-Step, Missouri, Immune, Lion/Lamb) , un lontano richiamo ai Black Heart Procession (Don’t Understand) ed una chiusura sperimentale con Home completano un album leggermente più vicino al Rock ed alle canzoni, ma costantemente teso verso una poetica personale. Lo stile dei primi album è trasposto in un sound leggermente più canonico, ma comunque peculiare.

Things We Lost In The Fire (2001) è un album leggermente più canonico, cullato da melodie dolci e malinconiche, con maggiore corpo e meno atmosfera, ma anche con una ormai totale padronanza dei trucchi negli arrangiamenti, nelle melodie, nelle dolci orchestrazioni che la loro maturità permette. Alcuni brani, questa volta, sono quasi vere canzoni come Sunflower, Dinosaur Act, Like A Forest, July o la notevole Whore, a metà fra sussurro e chitarra distorta. Qua e là ritorna però il clima onirico da inno liturgico (Whiteail, Laser Beam). Una componente Folk domina Kind Of Girl ed In Metal. La dolcissima Closer è una ninna nanna da ricordare, dimostrazione di come la band abbia ancora qualcosa da aggiungere al repertorio maggiore.

Trust (2002) regala altri gioielli a partire dalla notevole opener Amazing Grace (7 min.), un Gospel sognante, un carillon psichedelico e liturgico con vibranti percussioni. La novità però è la “violenta”, relativamente, Canada, un misto di sixties, distorsioni Heavy Metal e armonie vocali Pop. Il jingle jangle di Last Snowstorm Og The Year è un’altra buona carta da giocare per la band. In lingue di orchestrazioni sognanti si muove The Lamb, una ninna nanna suonata dai Sigur Ros. Tonight (7 min.) con un passo marziale e possente, un canto stentoreo, un coro a tratti inquietante e sicuramente vibrante, si impone come uno dei momenti maggiori. Non a caso un altro momento da ricordare, John Prine (8 min.), verte nuovamente su percussioni, cori, ed un passo lento e possente, virato funereo; un momento di atmosfera che diventa un canto religioso. Meno interessanti brani come In The Drugs, Little Argument With Myself, La La La Song, Point Of Disgust anche se niente diventa mai tediante, sono solo brani meno creativi, con spunti Folk e Pop più canonici, relativamente. I Low concludono con Shots and Ladders (8 min.), un altro momento magistrale di droni, di distorsioni cosmico-psichedeliche, una visione fra Dream Pop e Grateful Dead, orchestrati come in una barocca Pop-song. Almeno Amazing Grace, Tonight, John Prine, Shots And Ladders e Canada portano a considerare Trust l’ennesimo album riuscito dei Low, proseguendo una carriera ad altissimi livelli. In pratica nessuno degli album dei Low finora merita di essere scartato; solo i grandi si possono permettere di sbagliare poco nell’arco di sei album.

The Great Destroyer (2005) ha il merito di stravolgere il loro sound, più corposo, imponente, aggressivo, distorto, leggero e disimpegnato. I nuovi brani sono strane versioni di inni Pop/Rock, come la minacciosa Monkey, o semplici melodie radiofoniche come California. Il fracasso di Everybody’s Song è Death Metal per la loro discografia, e coinvolge con i volumi ma ha poco della classe degli album precedenti. I Low, in questo slancio vitale e un po’ superficiale, sembrano un gruppo californiano intento a scrivere canzoni estive, come le mediocri Just Stand Back, Walk Into The Sea o Step. Il meglio arriva quando alla passata calma liturgica si unisce un uso delle chitarre degno dei gruppi più affamati di decibels, come in On the Edge Of. Spesso le chitarre distorte e gli “effetti” sono l’unico buon motivo per ascoltare brani altrimenti banali (When I Go Deaf, Broadway, Pissing). Una delle più grandi band degli anni ’90 e dei primi anni ’00 sembra aver fatto il primo passo falso.

Drums And Guns (2007) è, in opposizione a The Great Destroyer, un album intriso di Gospel, di marce funebri e di tristezza. Un sermone come Pretty People apre l’opera impostando il registro, Belarus sfoggia uno scheletro minimale di Funk in sordina. Il modello di un ballabile minimale, intimista, fragile e malinconico torna anche in Breaker, Always Fade, la spettrale Take Your Time e nella più radiosa Hatchet. La tetra Sandinista e la pulsante Murderer fanno discorso a parte. Dust On The Window è un funerale suonato con qualche apporto immaginario dei Bardo Pond. Violent Past è una marcia funebre distorta che fonde Gospel, Psichedelia e Noise Rock sotto la cupola dello Slo Core. Si tratta di un album particolare, senza colpi di genio ma forse leggermente superiore al precedente.

C’mon (2011) vive un mondo sonoro assopito, dove i brani si susseguono trasognati. Abbandonato lo spirito minimal-ballabile, quello più fracassoso di The Great Destroyer, ma band si spoglia e rimane vestita di Folk/Rock e Slo-Core. Try To Sleep, $20, Nightingale sono alcuni dei momenti di un disco armonioso, seppure poco coraggioso o innovativo; adagiati su un rassicurante sound, i Low scrivono brani piacevoli e godibili, ma non così carismatici.

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 Voti:

 I Could Live In Hope – 8
Long Division – 7
The Curtain Hits The Cast – 7,5
Songs For A Dead Pilot (EP) – 6,5
Secret Name – 7
Things We Lost In The Fire – 7
Trust – 7
The Great Destroyer – 5,5
Drums And Guns – 6
C’mon – 5,5

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