Esoteric – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli inglesi Esoteric non sono una di quelle formazioni buone per tutte le stagioni e per la maggior parte degli ascoltatori. Dediti ad un lugubre Doom Metal funereo, avvelenato dal Death Metal, sono stati i titolari di quelli che sono considerati i primi esempi di Funeral Doom Metal, un genere musicale dal nome particolarmente esplicativo.

Esoteric Emotions – The Death of Ignorance (1993) è un demo di ottanta minuti che evidenzia da subito una delle loro principali caratteristiche: album monumentali, mastodontici, divisi in pochi brani chilometrici. Esoteric (9 min.) è pestifero Death/Doom, doppiato da Enslavers of the Insecure (quasi 9 min.). Scarred (12 min.) è invece il manifesto primitivo del loro Funeral Doom, un rantolo lamentoso e catacombale, uno strazio di voci dannate ed ampi squarci atmosferici; il suono colloso diventa allucinato e nerissimo nell’ultima parte, un concentrato impenetrabile di dolore. Ancora più intrigante è Eyes Of Darkness (17 min.), aperta con un assolo epico di chitarra, avvolta da spire spettrali di una sparuta chitarra, prima della marcia per elefanti zombie prenda il sopravvento, lasciandosi poi deformare da rallentamenti estremi, il tutto mentre un batterismo evoluto decora insieme a melodie sconsolate il lunghissimo brano. Intorno al decimo minuto i sintetizzatori aggiungono spunti sci-fi e campionamenti aumentano il carisma della composizione, prima di riaprire la trenodia per zombie, l’apocalittico lamento che rimane il centro oscuro del pezzo. Altre truculenze orrorifiche (l’abominevole fantasia allucinata di Infanticidial Fantasies) non aggiungono molto di differente, ma l’opera è comunque malvagiamente intrigante, un concentrato di sofferenza che coagula Death e Doom in un amalgama che, nei momenti più estesi, si estende con sintetizzatori e campionamenti, nonché un songwriting più variegato, verso una significativa evoluzione del mondo sonoro più funereo.

Epistomological Despondency (1994) conta sei brani per quasi 90 minuti. I risultati maggiori sono una evoluzione significativa di quanto ascoltato nel demo. Bereft sfora il muro dei 20 minuti: apertura atmosferica, prima del diluvio di cupi boati, prima che il growl gutturale incomprensibile stentoreo si lamenti negli echi allucinanti, prima delle urla e dei lamenti; prima del quarto minuto droni alieni, inquietanti, fanno crescere una terribile suspense, i sintetizzatori si impennano in un vento mortifero, un terrorizzante gorgo infernale di urla dannate impera fino all’ottavo minuto, quando l’allucinazione diventa sempre più un bad trip da antologia dell’orrore, torna la batteria, rombano nuovamente le chitarre. Il rantolo semi-umano al nono minuto è tutt’altro che una liberazione, così che l’assolo malinconico di chitarra mentre la voce si perde negli echi colpisce definitivamente l’ascoltatore. Lentamente l’affalto malinconico diventa un mostruoso lamento recitato da un gigante in punto di morte: è difficile immaginare un canto più inumano di questo. Bereft è un tour-de-force che probabilmente non ha precedenti nella Storia della Musica. The Noise Of Depression (19 min.) è un’altra mastodontica allucinazione funebre, di cui colpisce l’alieno assolo intorno al tredicesimo minuto, ma che si dilunga un po’ oltre il necessario. Lametnted Despondency (13 min.) è decorata da interventi di chitarre effettate al limite del synth. In chiusura la colossale Awaiting My Death (26 min.) mischia marcia funebre, allucinazione e malinconia nei notevoli minuti iniziali, poi ritorna ad un rantolo inumano, si libra in un epico canto tragico di chitarra/synth prima del 15esimo minuto; poi lentamente si muore negli ultimi dieci minuti, distillato di dolore e sofferenza come raramente ne sono stati scritti nella Musica. Due brani monolitici e mastodontici, opener e closer, incorniciano un’opera disperatissima, tetra, funebre, lugubre, inquietante che unisce al Doom una spinta allucinata, un uso scaltro degli effetti e dei sintetizzatori, un rantolo Death Metal mutuato dalle band più brutali.

The Pernicious Enigma (1997) supera le opere precedenti, affermandosi come una delle più colossali ed imponenti opere del periodo. Difficilmente, d’altronde, un album può vantare un minutaggio di 115 minuti per soli nove brani. Esclusa la breve At War With The Race, il brano più trascurabile, non si scende sotto gli 11 minuti. Ma non solo le dimensioni sono colossali, lo è anche il tono epico e funereo che avvolge l’opera come una foschia mortifera. La commovente apertura è affidata a Creation (13 min.) che si muove per i primi cinque minuti in territori di malinconica psichedelia, con melodie desolanti; lentamente prende il via uno Psych/Death/Doom mostruoso, con una accelerazione Thrash prima dell’ottavo minuto; il lungo pre-finale è un olocausto in slow-motion osservato dopo aver assunto dosi cospicue di LSD; la chiusura è uno sfogo allucinato e violento di Death/Doom schiacciaossa. Il supplizio continua con Dominion of Slaves (16 min.), marcia funebre senza nessun attimo di respiro; Allegiance (12 min.) si apre con un intrigante sample di Scent Of A Woman e fra le più truci mostruosità porta avanti una trenodia infernale. Il secondo momento da ricordare è NOXBC9701040 (13 min.), un mix di ricordi Prog-Rock, Psych-Rock e rumorismi inumani, una informe massa di allucinazioni e dolore, come sei Grateful Dead ed i Black Sabbath avessero intonato una composizione per una guerra termonucleare. Sinistrous (13 min.) è svestita di molti decibel, esplorando territori più desolanti che maestosi. Una timida chitarra apre mestamente A Wothless Dream, lentissimo pianto con sfuriate Death/Doom e nuove rappresentazioni sonore di un gorgo cosmico/psichedelico nerissimo. Stygian Narcosis (13 min.) si impenna in vertigini dolorose, sussulti sofferenti e porta quindi alla lunga conclusione, affidata alla notevole Passing Through Matters (19 min.). Qua gli Esoteric abbandonano i più volte battuti territori del Death/Doom e aprono con voci dannate e dolci melodie malinconiche, contaminando poi un clima desolante con rifrazioni allucinate e sfociando nell’estetica del più atroce dolore tramite assordanti droni galattici; al nono minuto torna la veste Psych/Death/Doom, ma anticipa la lenta marcia finale, epica, malinconica e tragica: i rantoli al rallentatore dell’umanità. Quando tutto è sfumato nel silenzio, assordanti scorie radioattive di rumore impediscono all’ascoltatore di trovare una qualche distensione dopo un simile tour-de-force. Album monolitico, difficile, maestoso, straziante, epico, deprimente, angosciante, mostruoso, funereo, The Pernicious Enigma è, pur con qualche prolissità e qualche momento che poco aggiunge all’opera nel complesso, un album peculiare nella scena Doom, che conosce così una declinazione nuova, verso un impressionante inferno di allucinazioni, mostruosità e dolore, dove la depressione e la malinconia risultano persino balsami lenitivi. Raramente ho ascoltato opere così incompromissorie.

Metamorphogenesis (1999) è, per loro, un mini-album. “Soli” 44 minuti per tre brani chilometrici. Più “densi”, i nuovi brani sono tendenzialmente violenti ma anche più complessi ed intricati. Dissident (17 min.) unisce tragedia Doom a brutalità Death, chiudendosi in gorghi allucinati. The Secret Of The Secret (15 min.) ha tutti gli eccessi canori soliti, ma una forma musicale più dolce, seppur relativamente; le melodie che attraversano la seconda metà bastano a renderlo il brano più coraggioso dell’album, quello che più marcatamente cerca nuove strade, in ambienti limitrofi al Post-Metal. Psychotropic Transgression (12 min.) suona invece un po’ risaputa, per chi conosce la discografia, tranne che per altri intarsi melodici.

Subconscious Dissolution into the Continuum (2004) è composto di tre lunghe composizioni ed una sorta di coda (Arcane Dissolution), per un totale di 51 minuti. I desolanti squarci Post-Metal di Morphia (16 min.) non giusitificano un brano così lungo; l’apertura melodica e commovente di The Blood Of The Eyes, che si carica lentamente di toni tragici, è il pretesto per una nuova marcia funebre ed una seconda parte meno interessante. Grey Day (17 min.) è la composizione maggiore, un misto di pensose chitarre Post-Metal e Post-Rock unite ad un lamento gutturale rifratto in echi allucinati, con mefistofeliche marce paludose Death/Doom in pieno bad-trip, suoni mostruosi a tonnellate, urla acute ad unirsi al growl, un terrificante rallentamento nel finale.

Per quanto non si tratti dei brani innovativi degli esordi, la formula è mutata non poco: al Death/Doom si è unita una vena melodica, uno stile leggermente più orientato verso la composizione invece che verso l’album nel complesso, una propensione malinconica che è più evidente rispetto agli esordi, unita al solito tono funebre ed agli accenti infernali e sovrumani del canto incomprensibile da orco-licantropo. Spunti Post-Metal e Post-Rock, una maggiore evoluzione all’interno delle composizioni ed un nuovo formato di album, notevolmente più breve, portano a dividere la carriera all’altezza di The Pernicious Enigma, opera imponente e forse il loro capolavoro. Dopo The Pernicious Enigma la band ha cercato nei due album successivi nuove strade espressive.

The Maniacal Vale (2008) torna a sforare i 100 minuti, tornando alle tempistiche di The Precious Enigma, ma facendo tesoro degli spunti Post-Metal e melodici degli ultimi album. Circle (21 min.) è in questo senso il manifesto dell’album: lunga introduzione melodica, lunghe pause desolanti ma pacate, un substrato melodico. Similmente è venata di melodie malinconiche Beneath This Face (11 min.). I “tenui” minuti iniziali di Quickening (12 min), la struggente vena atmosferica della notevole Silence (16 min.), gli spunti di dinamiche Prog-Rock in Order Of Destiny (11 min. e mezzo) ed infine la chilometrica Ignotum Per Ignotius (23 min.), aperta da pensosi fantasmi psichedelici, imponente e maestosa ballata per anime dannate, inumana sinfonia di sofferenze costruiscono un altro album carismatico, dove le composizioni imponenti sono impreziosite da alcune evoluzioni stilistiche, certamente non incredibili, ma capaci di rendersi apprezzabili. Forse, però, il ritorno ad una forma mastodontica di 100 e passa minuti non è giustificata da queste marginali innovazioni.

Paragon Of Dissonance (2011) è dentro alle dinamiche del Post-Metal, del Post-Rock e dell’Heavy Metal degli anni Zero molto più di tutti gli album precedenti, e presenta una varietà stilistica che completa la focalizzazione sulla composizione rispetto all’atmosfera. Se i primi album erano enormi blocchi di depressione dolore, adesso i brani si evolvono in modo più dinamico, inglobando un uso dei ritmi e degli intrecci chitarristici più variegato. La matrice Doom/Death si unisce a quella atmosfericamente Post-Rock e Post-Metal, trionfando tragicamente quando intorno al minuto undicesimo un turbine percussivo lancia uno spettacolare momento a metà fra una melodia cullante ed una battaglia campale, lì tra le cavalcate dei Bathory, la tragedia dei Cathedral e gli imponenti crescendo del Post-Rock. Loss Of Will (7 min.) è una ballata pianistica che conferma l’evoluzione ritmica e timbrica. Cipher (9 min.) sfrutta sprazzi virtuosi e meccaniche fra Post-Rock e Prog-Metal, svettando come uno dei momenti più originali nella recente discografia. Non Being (15 min. e mezzo) è spettacolare nella lunga prima sezione, un duello fra ritmo e chitarre degno del Prog-Metal, mentre fa meno notizia quando ralenta in un catacombale Death/Doom. Lunghi assoli di chitarra in Aberration (16 min.) contrastano con quella che, alla fine, è l’ennesima marcia funebre. L’album perde smatlo quando ritorna sui territori battuti mille volte, va meglio quando Disconsolate (15 min. e mezzo) crea su una impalcatura di Rock chitarristico e batteria maestosa un grido disperato che i vortici di ritmici e melodici non fanno che esaltare in potenza espressiva; alcune dinamiche ricordano persino il Metal-Core, ad esempio certi Meshuggah, seppure nel complesso la varietà stilistica faccia pensare ad una strana versione di Prog-Metal. Torrents Of Ills (17 min.), infine, è straziante e tragica, ma non così peculiare nel loro drammatico museo degli orrori. Relativamente più facile da ascoltare e da “digerire”, Paragon Of Dissonance è un nuovo traguardo per la formazione, che guarda al passato e suona poco interessante, ma presenta ampi squarci dove un presente Post-Metal e Post-Rock donano nuova efficacia alle loro trenodie infernali.

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Voti:

 Esoteric Emotions – The Death of Ignorance – 6,5
Epistomological Despondency – 7
The Pernicious Enigma – 7,5
Metamorphogenesis – 6,5
Subconscious Dissolution into the Continuum – 6,5
The Maniacal Vale – 6
Paragon Of Dissonance – 6,5

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