Bon Iver – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

 

Playlist di brani selezionati di Bon Iver

Bon Iver è il progetto di Justin Vernon, un cantante Folk statunitense.

Il suo toccante esordio, For Emma, Forever Ago (2007) è un album creato in tre mesi di isolamento ed è la quintessenza dell’indie-Folk intimista statunitense, sulla scia dei lavori, per esempio, di Elliot Smith. Soffuso e triste, malinconico ed elegante, l’album rivela un gusto tutto emotivo per la desolazione, l’abbandono, il vuoto. In questi vuoti si perdono i brani come Flume, che al centro si perde nel freddo invernale, nella notte, il tutto mentre scorre un Folk senza spigoli, doloroso e tragico, ma dolce. Anche una cassa dritta che spinge Lump Sum non toglie quella coltre di invernale malinconia che pure impreziosisce The Wolves, Gospel corale con finale caotico. Musica ad occhi chiusi, iper-intima, come in Blindsided, scheletro di una canzone. tanto che quando Creature Fear inizia a brillare, ad alzare la voce, sembra un lampo di luce, prima di tornare ai sussurri. La riscoperta di un sé perduto, intensa fino alla allucinazione (Team, fischi, ritmo ossessivo, melodie psichedeliche), passando in rassegna ricordi e ferite. Ed in tutto questo altre decorazioni che impreziosiscono i brani, come For Emma, con fiati di “malegria”, e così lo stile casalingo, intimista, si fa anche moderatamente ricco, capace di colorare i brani senza mai intaccarne troppo l’atmosfera. Il viaggio dentro sé si chiude con Re: Stacks (quasi 7 min.), musica per se stessi, musica senza corpo, leggera come un dialogo in solitudine. Opera-esperienza, frutto di una avventura nei recessi dell’anima, è un album di liberazione dai fantasmi dell’anima, un toccante, vibrante, sincero esempio di cantautorato.

Bon Iver Bon Iver (2011) non può replicare un esordio che era, per il modo in cui era nato, praticamente irreplicabile. Corale, stratificato, intenso e maestoso, l’album è ancora fortemente emotivo ed a tratti anche sorprendente, ma non un For Emma parte due. Non mancano brani da incorniciare. Perth, orchestrata, con fiati malinconici, con percussioni tuonanti, con melodie tristi è una tempesta di emozioni; i quadretti dedicati a vari luoghi (la nube Dream-Folk decorata da archi e fiati della notevole Minnesota, gli echi di Hinnom, i richiami Post-Rock di Calgary, l’Ambient-drone di Lisbon) raccontano di viaggi della mente più che del corpo, di pensieri, di flussi che sgorgano dall’anima, di un mix sonoro dove fluttuano fiati, ritmi, melodie in un gioco che è più suggestione che realtà, è un gioco di sfumature, di delicatezze, di poetica intimista e timida.

Fluttuando nello spazio della mente incontriamo Holocene (il ritmo che rincorre sullo sfondo il canto in falsetto che è ormai tipico), Towers (per qualche secondo ballabile come un Pop-Folk normale), Wash (gocciola il pianoforte, piangono gli archi). L’unico brano davvero minore è Beth/Rest, roba ottantiana dozzinale, piena di ragnatele. Non avrà l’intensità dell’esordio, album-storia, album-esperienza, album-viaggio interiore, e quindi non ne ha la coesione, ma c’è un gusto per nuove strade che trattengono un aspetto peculiare di questo cantautorato: canzoni sfumate, senza contorni precisi, canzoni-allucinazioni e canzoni-visioni, avvolte nella malinconia e in una sottile inquietudine.

22, A Million (2016) è un album spiazzante, costruito attorno alla voce e agli effetti più disparati. Il canto ne esce stravolto, deformato, frammentato, torturato, deumanizzato mentre gli arrangiamenti si muovono fra frammenti ritmici, cacofonie e idiosincrasie di ogni tipo. La materia sonora sembra esplosa in mille coloratissimi frammenti, in cocci che è impossibile rimettere insieme in modo logico. Neanche i titoli dei brani sono comprensibili, pieni di simboli difficili da decifrare; i testi sono criptici. 22 (OVER S∞∞N) è psichedelia soffusa, un’opener che illude l’ascoltatore: la successiva 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄  è vocoder e un ritmo distorto ai limiti del rumore puro, un Soul spaziale e robotico che è fra le più strazianti esperienze musicali del periodo. 715 – CRΣΣKS è una più banale confessione per vocoder, con ricordi del Kanye West più discusso e il moltiplicarsi delle voci. 33 “GOD” recupera l’intimismo Folk, pur mutato in una macchina musicale che zoppica fra deflagrazioni e voci alterate: è come se delle emozioni di un tempo non rimanessero che riflessi contraffatti, come dimostra anche ___45___, frammenti esplosi di uno struggente Soul con fiati. 21 M♢♢N WATER rimane a fluttuare in una nuvola di synth, giocando con la voce deformata dai filtri dell’autotune e chiudendo in cacofonie minimali.

I momenti più banali sono quelli più simili ai primi due album: 29 #Strafford APTS, 666 ʇ, 00000 Million. Tuttavia, questi momenti più canonici servono a segnare la distanza con quanto accade altrove: sono i brani struggenti che ancora non sono stati deflagrati.

Attorno al concetto di distruzione, errore, deformazione si muove l’intera opera, che sembra vivere di un equilibrio instabile tanto forte da segnare, virtualmente, la fine della carriera. Dopo questo straziante insieme di sospiri sentimentali, di emozioni e di sussulti spezzati, sembra impossibile ritornare alla forma degli esordi. Album intimo e sussurrato, cacofonico e assordante, struggente e robotico, si tratta di uno dei più interessanti esperimenti di cantautorato del periodo.

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Voti:

For Emma, Forever Ago  –  7,5
Bon Iver, Bon Iver  –  7
22, A Million – 7

Playlist di brani selezionati di Bon Iver

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