Aesop Rock – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati di Aesop Rock

Ian Matthias Bavitz, meglio conosciuto come Aesop Rock, è una delle figure fondamentali del rinnovamento dell’Hip-Hop degli anni zero. Paladino del movimento underground, Aesop Rock è una bandiera dell’avanguardia del genere. Il suo flow complesso ed astratto è iniettato di visioni affascinanti, che rendono i brani criptici e tridimensionali, intrisi di simboli, di giochi fonetici, di citazioni, di richiami, di rime acrobatiche. Aesop Rock riassume in sé la spocchia del ragazzo del ghetto ma anche lo spirito intellettuale del poeta urbano. Come un consumato ed eclettico attore, può cambiare personaggio e unire le riflessioni più “alte” alle trivialità più “basse” con una magistrale capacità di adattamento.

Le liriche complesse ed articolate, astratte e poetiche sono uno dei due lati dell’unicità di Aesop Rock. L’altra metà è la musica, un concentrato densissimo di eleganti escursioni stilistiche, degna sintesi di un genere musicale, l’Hip-Hop, che ormai è giunto ad una complessità che ha poco e nulla da invidiare ai più enciclopedici complessi Rock. Aesop Rock vive di questo stile complesso, evita di ripetersi e di tornare su territori già battuti da lui o da altri colleghi. Spesso è lui stesso a vestire i panni del produttore, tuttavia almeno un altro nome è fondamentale per la riuscita del versante musicale delle sue opere, quello di James Anthony Simon, meglio conosciuto come Blockhead.

Un dettaglio da non sottovalutare è che Ian Matthias Bavitz è un bianco cresciuto in una famiglia cristiana. Non caspita spesso che a scalare l’Olimpo dell’Hip-Hop sia un ragazzo dal viso paffutello, dall’aspetto poco minaccioso e dall’aria riservata. Sin da ragazzo sviluppa una passione per le citazioni, soprattutto quelle più oscure e minacciose, astratte e suggestive: sulle braccia si tatua una frase del classico di fantascienza L’Invasione Degli Ultracorpi, da una parte “Must Not Sleep…” e dall’altra “Must Warn Others”. Ian si è interessa all’Hip-Hop sin da piccolo, grazie ai frequenti viaggi nella città di New York. All’università di Boston conosce Blockhead che, dopo aver capito la stoffa del giovane Ian, decide di diventare un produttore e accantona l’idea di fare il rapper. In un’intervista del 2002 Aesop Rock cita Public EnemyBoogie Down Production, KMD e Run DMC come influenti per la sua formazione, anche se nella discografia è arduo rintracciare queste influenze.

Il primo passo è nel segno dell’underground più spinto: un album autofinanziato e registrato con un budget quasi inesistente. Ian masterizza i CD uno a uno e ritaglia le copertine: ne vende oltre 300 copie, un successo inaspettato. Music For Earthworms (1997) è, col senno di poi, solo l’antipasto di quello che verrà.  Un album di esordio, non ufficiale, già spinto da un flow di classe e tocchi musicali carismatici. Dentro si trova il suo primo singolo, Abandon All Hope, con i curiosi campionamenti classici, per il quale viene prodotto persino un video.

Le voci retrò di Wake Up Call e i synth acquatici sci-fi di Night Train Promo coesistono con la fanfara misteriosa di Shere Kahn, piccolo capolavoro arabeggiante. Una varietà stilistica travolgente, che si arrichhisce anche dei fiati comici di Coordinates e della marcia militare di Troubled Waters, con degli archi malinconici. In futuro i brani si mostreranno ancora più sofisticati e stratificati, arrangiati come piccoli puzzle sonori senza restrizioni di generi, ma già questo esordio non ufficiale basta a rendere interessante questa declinazione obliqua dell’Hip-Hop. I testi sono già un trip fonetico e culturale con pochi rivali. Nella sola Abandon All Hope cita il personaggio di Transformers Megatron, gli Wookie di Star Wars, la stella Stella Polare, Boo Radley de Il Buio Oltre La Siepe, il Colonnello Kurtz di Cuore Di Tenebra, Il Mago di Oz e nel titolo richiama persino la Commedia di Dante. Ma non è solo una questione di riferimenti accattivanti e variegati, ma soprattutto di lessico: uno dei più vasti mai arrivati su un disco Hip-Hop, capace di mettere a dura prova il vocabolario di chi non è madrelingua. Questa incredibile ricchezza di vocabolario è ancora più impressionante quando la si confronta con molti dei nomi più importanti e celebrati della musica Hip-Hop, come ha fatto il sito Poly-Graph. Nel grafico risultante Aesop Rock è letteralmente fuori scala, capace di far impallidire persino Roots, Wu Tang Clan e CunninLynguists in quanto a numero di parole differenti utilizzate nei propri testi. Praticamente, la complessità lessicale dei suoi testi crea una categoria a parte, dove non sembra avere nessun rivale (anche se noi in Italia abbiamo gli Uochi Toki)

Appleseed (1999) è un EP auto-prodotto che vede fra le altre cose l’inizio della collaborazione con Blockhead. Ci sono altri assi che Aesop Rock mette in gioco, come il Jazz di Dryspell, rubato a Ornette Coleman, e il Rock malinconico e introverso che zampilla dalla chitarra di Same Space (The Tugboat Complex Part 2). La tromba desolata di Hold The Cup, poi ornata da altri fiati e da percussioni, è probabilmente il momento maggiore assieme a 1000 Deaths, Afro-Hip-Hop con piano malinconico e fiati. In Odessa una chitarra mesta si affianca a un flauto ancestrale . Si tratta di cattedrali di campionamenti, di contaminazioni, di fusioni che hanno pochi rivali. L’elemento più trascurabile è il beat, poichè i brani ruotano attorno a questi strati di musiche, di campionamenti, di stralci vocali. Assieme a questo “flusso” si muove quello dei testi, mutanti e sempre sul punto di diventare disorientanti.

Float (2000) fa il “vuoto” rispetto al resto della scena. Settanta minuti per l’esordio non auto-prodotto, ed è la consacrazione definitiva di Aesop Rock come uno dei più talentuosi rapper di sempre. L’album è maturo e ripudia praticamente tutti gli stereotipi del genere, a partire dal beat, che spesso si interrompe. Il ritmo spesso si frattura, si assenta e diventa irregolare. Mancano i classici generi di riferimento: pochi Funk, Soul, Rock, Blues e Jazz e comunque stravolti, mischiati, riletti. Sono sostituiti da ibridi stilistici che, tutt’altro che secondari, costruiscono paesaggi musicali non meno peculiari del rapping, al solito di gran classe e lessicalmente sconfinato. Dal manifesto Float alla psichedelia onirica per chitarra elettrica di Commencement At The Obedience Academy, dal Jazz con violino di Big Bang ai bassi penetranti di Garbage, con altri archi. E così, senza cedimenti, ancora, il Blues-Hip-Hop à la Beck di I’ll Be OK, l’intermezzo pensoso e orchestrato di Basic Cable, la tromba urbiaca di Fascination, l’allucinazione etno-Jazz-orchestrale del capolavoro Oxygen, il Reggae-Rock della notevole Skip Town, le voci robotiche di 6B Panorama, la suspense di grande atmosfera di Spare A Match e la maestosa marcia di Attention Span.

La fantasia che l’opera sprizza è impressionante, senza contare che ogni episodio trova una sua dimensione e sviluppa adeguatamente un paesaggio sonoro preciso. La splendida How To Be A Carpenter, fiati da suspense inclusi nel prezzo, e l’allucinazione di No Splash portano a un altro momento da incorniciare, Drawbridge, suspense cupa, orchestrazioni variegate, rapping tagliente e clima da apocalisse. Chiude The Mayor And The Crook, indian-etno-Rap che è degno di un album eccezionale.

Che sia un Jazz-Rap nuovo fatto di trombe allucinate e distanti, magari condito di percussioni, o che sia una psichedelia visionaria o una marcia maestosa, la parte strumentale di quest’album è protagonista almeno quanto i testi e il rapping. Sfruttando il potenziale del campionamento, si mette su disco un tour de force di contaminazioni e commistioni, rifuggendo i modelli preconfenzionati del genere. Aesop Rock ci mette tutto se stesso dietro il microfono, non perdendo occasione per depistare e sommergere di immagini stravaganti l’ascoltatore, che rischia al primo impatto di rimanere disorientato e inebetito. Penetrata la scorza dura di questi brani, però, se ne apprezza la ricchezza nei testi e nella musica. Sono 20 canzoni capaci di rifondare l’Hip-Hop underground e alternativo, ritornando a porre al centro i testi e, contemporaneamente, usando la parte strumentale come fucina di suggestioni, visioni e divagazioni.

Solo perché segue Float, il successivo Labor Days (2001) può sembrare un album fin troppo lineare. In realtà, inserito nel suo contesto, è un altro momento di grande cratività e varietà stilistica, solo meno imprevedibile rispetto al recente passato. Per quanto colpisca da subito Labor, con i suoi bassi tellurici, è la poetica e commovente Daylight, dolce melodia di Folk-Pop orchestrale, a iniziare l’elenco di brani maggiori. La melodia orientaleggiante e inquietante di synth di Flashflood, con sfumature etniche, è il secondo momento da ricordare come una delle vette della carriera e uno dei momenti più distanti dai modelli comuni di musica Hip-Hop. È seguita a ruota da No Regrets, momento orecchiabile e chiaro esempio dell’originalità delle musiche di Aesop Rock: saltellante il refrain, sullo sfondo voci lontanissime ed eteree, orchestrazioni cameristiche mentre dietro il microfono si snocciola un testo surreale con tanto di plot-twist. Il complesso arrangiamento di fiati di Bent Life e il travolgente carillon drogato di bassi di 9-5 Anthem completano idealmente i momenti maggiori di un album meno spaventosamente alieno rispetto a Float, ma che ancora suona come diverso da quanto proposto dal resto della scena. Questa volta è più facile ricondurre le tracce a vere e proprie canzoni Hip-Hop, per quanto  atipiche e infuse di carisma.

Nel 2002 l’EP Daylight contiene una versione alternativa del brano omonimo, già comparso in Labor Days. Si intitola Night Light ed è un reworking più cupo e agitato dell’originale. Il resto suona come una raccolta di scarti d’autore.

Tempo di cambiare, così Blockhead interviene molto meno nel successivo album, Bazooka Tooth (2003), un altro viaggio che investe l’ascoltatore e lo trasporta nei più variegati paesaggi sonori. C’è ancora la totale libertà musicale nella title-track, poi la musica da ballo mediorientale, jazzy e da club di N.Y. Electric/Hunter Interlude che apre alla psichedelia di Easy prima che ci si tuffi nel turbine ritmico di No Jumper Cables, mostrando in quattro brani una varietà sonora che molte discografie faticano a mettere insieme. L’album è segnato da ritmi che abbondano maggiormente di bassi possenti, di un feeling ballabile, come ben fotografa Limelighters, doppiata da Babies With Guns, il quasi-Grime di Mars Attack e Super Fluke, gioiello che è ormai altro dall’Hip-Hop, vicina all’astrazione che sarà della Dubstep. Discorso solo in parte collegato è 11:35, ballabile con cantante d’opera sullo sfondo e un fluido flow che armoniosamente si cosparge sul beat. Anche quando si torna al Funk, lo si fa in modo sbilenco come in Cook It Up, in un’estasi canora, di voci, di intrecci, ai limiti del caos nel finale. Aesop Rock si sta spingendo lentamente verso uno stile più ballabile, senza per questo perdere molto in carisma. D’altronde non avrebbe potuto ripetere mai l’effetto-novità di Float rimanendo su territori che, pur essendo vasti, rischiava di visitare per la seconda volta.

L’Ep Fast Cars, Danger, Fire and Knives (2005) serve a spezzare la fame di nuove canzoni. C’è almeno un brano, fra questi tentativi a tratti poco peculiari (Zodiaccupunture), che è degno del repertorio maggiore: Holy Smokes, un violino e gemiti ad accompagnare uno xilofono. Rickety-Rackety anticipa lo stile ballabile che arriverà con l’album successivo alla maturità mentre il sample più irrevente è quello sfacciatamente porno di Food Clothes Medicine, il brano col beat più duro e minaccioso. L’Ep è venduto inizialmente con un libretto di 88 pagine, intitolato The Living Human Curiosity Sideshow, che raccoglie tutti i testi oltre a fotografie e artwork inediti: imperdibile per gli appassionati.

None Shall Pass (2007) è per certi versi la naturale evoluzione del sound di Aesop Rock, ovvero un esercizio su come incastrare un Rap sui tappeti musicali più variegati e spesso ballabili: Keep Off The Lawn è Rap, Metal e Funk; Funk e Prog-Rock si fondono in Catacomb Kids; il Jazz caraibico arriva a rubare la scena in Bring Back Pluto; spunta il Jazz/Rock in Fumes; ritorna il Funk in The Harbor Is Yours e il pretesto per No City è una “quiet storm” con dosi extra di Jazz.

Tutta una serie di brani esaltano lo spirito ballabile, come già preannunciato da Bazooka Tooth: le voci all’elio dell’elegante House-Hip-Hop della title-track; le cacofonie nascoste sullo sfondo di una 39 Thieves guidata dal basso; la violenta e coinvolgente Gun For The Whole Family e il Rock-Rap di Coffee sono solo alcuni esempi. Blockhead si è dimostrato più imprevedibile come producer, mentre qua Aesop Rock fa quasi tutto da solo. Ne viene fuori un album mai così coeso, dove musica e rapping vanno di pari passo, ma che ha perduto qualche grammo di stravaganza ed eccentricità rispetto al passato.

Il 2007 è anche l’anno in cui è pubblicata una composizione commissionata dalla Nike, All Day: Nike+ Original Run. Un esperimento sul formato lungo, con ampi momenti strumentali, che in 45 minuti di musica ininterrotta sembra fare il proverbiale passo più lungo della gamba.

Dalla seconda parte del 2007 al 2011 Aesop Rock scompare quasi completamente dai radar, senza pubblicare album, Ep o altre cose a proprio nome ma solo intervenendo qua e là in un panorama Hip-Hop che col tempo ne ha riconosciuto il ruolo di semidio dell’underground e di ibrido uomo-vocabolario.

Skelethon (2012) è un’affermazione di classe e un nuovo album da ricordare, anche se ormai chi lo conosce potrebbe essersi abituato a questo fuoriclasse. Leisureforce è un inizio fulminante, che mostra una sintesi sonora e stilistica costruita su un ritmo vorticoso pieno di “filler” di batteria e stratificazioni.

ZZZ Top è contaminata di Pop e Rock, vortica sui ritmi come in una jam di virtuosi e viene ammaliato da quel flow sensazionale che lo ha sempre contraddistinto.

Melodie orientali in Cycles To Gehenna e cupe sensazioni di dramma in Zero Dark Thirty, peraltro senza un attimo di respiro, sono altre dimostrazioni di superiorità rispetto a molti colleghi: nei ritmi elaborati, nelle contaminazioni Pop e Rock, nelle sintesi e nelle strutture cangianti Aesop Rock è un passo avanti a molti altri. Sentire che stravagante intreccio sonoro c’è in Fryerstarter se ancora non si è convinti. Se avete ancora entusiasmo per quel suo flusso di coscienza, eccolo che torna in un clima cosmico in Ruby ’81, che si ascolta col fiato sospeso e con l’attenzione del monologo finale di un film.

Al centro del disco, a fungere da spina dorsale, c’è la doppietta Crows 1 e Crows 2: un ritmo pestato, dolci melodie vocali femminili e fiati nostalgici e fumosi, poi una seconda parte di minaccioso Rock manipolato dall’Hip-Hop. Il rapper riesce a proseguire l’idea di un Aesop Rock buono per i party in Racing Stripes. Gli ultimi brani contengono forse meno cose di cui parlare, ma fino alla conclusiva Gopher Guts non c’è traccia di banalità.

Per ingannare l’attesa nel 2014 pubblica The Blob, disponibile online gratuitamente. Si tratta, nelle parole dell’autore di “32 minutes of beats & sounds that have otherwise been orphaned by their hell-bound father. It is largely unmixed and occasionally offensive”. Materiale per fan e completisti, che non ha la pretesa di essere nulla di più.

Il settimo album, The Impossible Kid (2016), arriva a ricordare a una scena di Hip-Hop alternativo ormai vicinissima al mainstream chi è stato uno dei fondatori. Negli anni in cui la critica adora Run The Jewels, queste nuove canzoni sembrano dover ricordare al mondo la centralità di Aesop Rock nella recente storia dell’Hip-Hop. È un album abbastanza accessibile, ormai molto lontano dalla complessità di Float e che tiene a freno il suo stile verboso e criptico, veicolando i testi con musiche meno avventurose che in passato. Non è comunque un album di 50 Cent: comunque caratterizzato dal solito ventaglio di variazioni stilistiche e da testi astratti e complessi.

Dorks, Blood Sandwich e Water Tower si aggiungono al suo già lungo canzoniere da antologia. Sostanzialmente, però, non c’è nulla di nuovo da segnalare. Come biasimarlo?


Discografia:

Music For Earthworms 1997 7,5
Appleseed (EP) 1999 7,5
❤ Float 1999 9
Labor Days 2001 8,5
Daylight (EP) 2002 6
Bazooka Tooth 2003 8
Fast Cars, Danger, Fire and Knives 2005 7
All Day: Nike+ Original Run 2007 6
None Shall Pass 2007 7,5
Skelethon 2012 8
The Blob 2014 5
The Impossible Kid 2016 7

Playlist di brani selezionati di Aesop Rock

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3 thoughts on “Aesop Rock – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Finalmente un 8! E al mio personale 'artista-totem', sul quale non posso non dilungarmi, anche solo per dire nulla! 
    Ti sei giusto perso "Daylight" (ep del 2002 da ascoltare, non fosse altro per "Nightllight", controparte più dark della title track) , "Fast Cars, Danger, Fire and Knives" (ep del 2005), ma è comunque un'uscita minore.
    "All Day" (anche questa uscita decisamente minore, una traccia di 45 minuti realizzata per Nike+ipod); ma senz'altro ti sei concentrato su quella che è la sua discografia essenziale.
    Questa è tra l'altro una delle prime recensioni che leggo su aesop rock a non sminuire "Bazooka Tooth" (cosa che non ho mai apprezzato nè sono mai riuscito completamente a spiegarmi).
    E' vero che ultimamente aesop si è fatto più quadrato nella stesura dei testi (d'altronde non sta fermo un attimo) e più 'indie' e abbordabile nel suono, ma in "Non Shall Pass", per quanto riguarda il mio gusto personale, siamo ancora sui livello dei precedenti.
    Ora sono curioso di ascoltare questo suo prossimo (imminente…pare…) disco per vedere bene a cosa hanno portato questi anni in cui tanto è cambiato…
    Nel frattempo, fossi curioso a riguardo, c'è stato un disco a nome "Hail Mary Mallon" (Aesop Rock, Rob Sonic, Dj Big Whiz), intitolato "Are You Gonna Eat That?" (trascurabile rispetto alla sua discografia solista, ma illuminante circa quella che potrebbe essere l'impronta del suo prossimo lavoro).
    Detto questo…lieto tu abbia trovato un disco da 8 🙂

    ps. Vedo che hai apprezzato anche i tappeti sonori di Blockhead, anche lui ha una (più breve) discografia solista che ne delinea a pieno pregi e limiti…

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  2. Inutile dire che è merito anche tuo per avermelo segnalato. Un otto su cui ovviamente ho riflettuto a lungo, ma che mi sembra tutto meritato! Ero a conoscenza anche delle altre opere sue che citi, che vedrò poi se recuperare. Mi segno Hail Mary Mallon, nel frattempo. 🙂

    Grazie del commento e dei consigli 😀

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