Dead Can Dance – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Dead Can Dance

I Dead Can Dance sono un duo anglo-australiano dedito ad una musica che per certi versi richiama il suono dei Cocteau Twins e del loro Dream Pop, dall’altra è un esercizio di arrangiamenti fantasiosi per affreschi atmosferici che si rifanno ad immaginari cupi, desolanti, tetri, privi di vita e vitalità. Il duo è formato da Brendan Perry, principale fautore delle musiche, e Lisa Gerrard, a cui è affidato il canto.

Dead Can Dance (1984) è una evoluzione del sound oscuro dei Joy Division, conservandone cupidigia, tensione, ossessività ritmica. Ancora forte è l’anima Punk e Rock che scomparirà in seguito (The Trial), ma le propensioni ad integrare stili musicali estranei arabi (Frontier, Treshold), un canto carismatico e drammatico (la notevole Ocean, sospesa in un limbo di dannazione ed angoscia e senza un vero impianto ritmo) ed una deriva atmosferica ai limiti dell’Ambient come Musica Eternal anticipano un futuro che si distaccherà fortemente dalle radici Post-Punk.

Garden of the Arcane Delights (1984, EP) mostrava già una forte evoluzione: i ritmi tribali che nell’esordio erano già presenti diventano preponderanti (Flowers Of The Sea), così come le fascinazioni etniche (Carnival Of Light). Un lavoro che è già esotico e multi-culturale, e che anticipa Spleen Et Ideal.

Spleen And Ideal (1985) innalza di molto il livello della loro musica, soprattutto ampliandone varietà ed originalità, anche grazie alla strumentazione ampliata (fiati, violini). Abbandonato ormai completamente il richiamo ai Joy Division (l’eccezione, piccola, è la trascurabile Advent), quel che rimane è una musica suggestiva, d’atmosfera, che si preoccupa tramite arrangiamenti tetri e dilatati di richiamare mondi ed epoche lontane, in una sorta di visione allucinata a metà fra sogno ed incubo. L’imponente De Profundis apre l’opera imponendo uno stile tragico, spettrale, etnico e vibrantemente emozionale: la Gerrard lentamente articola un canto distante e doloroso mentre minaccioso l’organo e lentissime percussioni disegnano il paesaggio musicale. Ancora più astratta è Ascension, dominata da una funebre melodia di fiati che poi si dissolve in una oscura nube Ambient dove la voce della Gerrard riecheggia lontanissima ed i droni impongono una tensione opprimente. Un altro vertice atmosferico, e forse l’apice dell’opera, è Avatar, con la Gerrard astratta e sublime nel suo canto disperato, singhiozzante, drammatica, mentre un evoluzione Post-Punk scintillante di rintocchi propone una danza dai toni vagamente orientali. Gli archi aprono Circumradiant Dawn che lentamente trova collocazione fra un canto antico riemerso da tempi antichi e lenti rintocchi di chitarra, costruendo un altro gioiello di atmosfera ed arrangiamento fantasioso. Ritrovato ritmo ed un’anima Rock, la band giunge ad un Blues da catacomba come The Cardinal Sin, e poi a Mesmerism, sorta di ansiogena rifrazione di voci a ritmo tribale ossessivo che invece di Rock conserva poco ed infine diventa una trenodia umbratile in Indoctrination, altro brano vicino all’estetica del Rock. Un fascino medievale affiora in Enigma Of The Absolute, danza notturna ornata anche dai violini. Album di atmosfere e di suggestioni, guidato da arrangiamenti stilisticamente variegati e ricchi, dal canto della Gerrard carismatico e penetrante e da una peculiare forma musicale che è piena evoluzione del Post-Punk più oscuro, verso un ombroso mix di spunti da varie epoche musicali che ha un volto classico, esotico e decadente. Le liriche, ispirate molto anche da Baudelaire, segnano un altro punto a favore.

Within The Realm Of A Dying Sun (1987) è ancora tutta una questione di atmosfera. L’orchestrazione è più imponente (Windfall), ma in fondo il clima spettrale è quello di sempre (Anywhere Out Of The World). Semmai qua e là il suono è così classicheggiante da ricordare le colonne sonore dei film d’epoca (In The Wake Of Adversity). Altrove non si fa che aggiungere altri momenti di dramma asfittico (Dawn Of The Iconoclast) e di elegante decadenza vocale (Cantara, Persephone e Summoning Of The Muse, quest’ultima dominata dalle campane!). L’album sembra provenire direttamente dalla notte dei tempi, è intriso di arcaiche musiche e canti secolari, ed ha ancora la propria forza nell’atmosfera fuori dal tempo, esotica, decadente che affiora in molti momenti. Si è perso l’effetto sorpresa, magari, ma l’opera è comunque di spessore.

Con The Serpent’s Egg (1988) la formazione affonda nelle fascinazioni mediorientali e nei toni religiosi. Il canto della Gerrard è spesso protagonista, sofferente e tragico, emozionale e affascinante, vibrante e avvolgente, penetrante e sofferente. D’altro canto la musica si è ridotta spesso per impatto, ma è ancora elegante quando dipinge paesaggi ed atmosfere. La splendida litania di The Host Of Seraphin è a metà fra canto cristiano e mediorientale, fra gotico e arabo. Una maestosità liturgica traspare anche in Orbis De Ignis e nella meno intrigante Severance. The Writing Of My Father’s Hand mostra bene dove sia giunta la semplificazione: un canto che riecheggia, un clavicembalo che spettrale accompagna un canto arcaico e fuori dal tempo, come risorto dalla notte dei tempi, rievocante la Nico di Desertshore. Notevoli anche Chant Of The Paladin, campanelli spettrali, canto arabo ed un andamento da marcia ipnotica ed Echolalia, delirio psciodrammatico della Gerrard. Mother Tongue è invece il manifesto di Perry e la sua tecnica musicale sempre più suggestiva, avvolta da una atmosfera mistica e misteriosa. L’album è distante dall’immaginario di Spleen Et Ideal, si tuffa nel mondo dei culti mediorientali, nelle allucinazioni del deserto, in un mondo di vento, sabbia e leggende.

Aion (1990) è l’album più medievale della discografia, distante dal sound del Rock (tranne Black Sun) e senza gli arrangiamenti orchestrali che avvolgevano le opere precedenti. Un album di brani brevi, quasi frammenti. Il clima è sempre serio, a tratti anche molto oscuro (The Song Of The Sibyl), ed il canto sovente gregoriano, umbratile. Le composizioni sono più rade. L’album conserva fascino, ma è in fondo un’opera minore della discografia.

Into The Labyrinth (1993) si apre con l’atmosferica Yulunga (7 min.), soprattutto uno show della Gerrard che prima si muove in lunghissimi cicli di stampo tibetano e poi si lascia avvolgere da sempre più forti fascinazioni arabe. Il resto dell’album è più etnico che gotico o religioso, un album di World Music elaborata, che ingloba anche tendenze celtiche. I momenti maggiori (Towards The Within, 7 min e la multi-etnica The Spider’s Stratagem), non valgono i capolavori del passato.Tell Me About The Forest è il momento migliore con protagonista Perry, che invece in The Carnival Is Over ed How Fortunate The Man With None sembra un crooner attempato e poco più. Ormai è abbastanza facile per il duo diventare monotoni: esclusa la voce della Gerrard, sempre affascinante anche se non più così “nuova”, la piega presa da Perry sembra fin troppo retrò.

Spiritchaser (1996) pone fine alla carriera con un disco minore, figlio delle fascinazioni etniche ma improntato molto su una forma e poco sulla sostanza. Il che, in fondo, è già successo nella carriera della band, peccato che adesso questa New Age etnica sia piuttosto banale e che gli arrangiamenti si siano fatti poco interessanti, semplicemente richiamando i mondi etnici del canto. Anche la lunga Song Of The Stars (10 min.), con momenti da Jazz/Rock etnico e la musica d’atmosfera in salsa indiana di Indus (9 min. e mezzo) non superano la sufficienza, ed alla fine si salva l’allucinata ed incorporea Devorzhum, in chiusura. L’album è la meritata fine della formazione, ormai arrugginita nell’epoca di Enya e compagnia.

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Voti:

Dead Can Dance – 6,5
Garden of the Arcane Delights – 6,5
Spleen Et Ideal – 8
Within the Realm of a Dying Sun – 7,5
The Serpent’s Egg – 7,5
Aion – 6,5
Into the Labyrinth – 6
Spiritchaser – 5

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