Van Der Graaf Generator – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Van Der Graaf Generator

I Van der Graaf Generator sono un gruppo progressive inglese fra i più conosciuti ed apprezzati del movimento. Divennero famosi per il loro approccio “esistenziale” e “filosofico” alla materia Prog Rock. Furono i più angoscianti e psicodrammatici fra i Progster inglesi.

The Aerosol Grey Machine (1969) è un disco dove la chitarra acustica è ancora fortemente presente, ma già affiora una tensione emotiva tipica della formazione. Afterwards, l’ansiogena Orthentian, l’allucinata e spettrale Necromancer, aperta da rumori sovrannaturali sono un trittico già di tutto rispetto. Octopus (8 min.) è vorticosa e tesa, e rimane forse il primo brano esteso da ricordare, avvolto dalle nubi delle tastiere e dai primi accenni di psicodramma. Si tratta però di un album ancora sfocato, legato ad uno stile quasi cantautorale, dove la componente strumentale è ancora lontana dallo sbocciare ed i brani estesi hanno qualche elemento di interesse ma non sono ancora incisivi come in futuro, spesso sembrano dilungarsi.

The Least We Can Do Is Wave to Each Other (1970) mostra una maturazione eccezionale. La componente musicale è completamente sbocciata, le composizioni rimangono entusiasmanti fino alla fine, gli spunti più cantautorali e Folk si sono ridotti e spesso appaiono annullati. Rimane un gusto lirico, quasi teatrale, imponente e drammatico, che trova nell’opener Darkness, con finale dagli spunti Free-Jazz, il primo gioiello. Una fragilissima Refugees inizia in un clima bucolico una ballata malinconica avvolta da cori eterei, contrastando idealmente con la ben più cupa White Hammer (8 min.), il loro primo capolavoro: prima i contrasti fra spunti intensi venati di energia Hard Rock e momenti più intimisti poi un finale umbratile, oscuro, tetro, funebre, per fendenti catacombali da Black Sabbath (o persino da Doom Metal inizio anni ’90) uniti a vertigini Free-Jazz, per una conclusione pirotecnica ed avanti sull’evoluzione del linguaggio musicale. After The Flood (11 min. e mezzo) è l’apice formale di variazioni e di enciclopedismo stilistico: un mix di Folk, Jazz, cavalcate intense ai limiti dell’Hard Rock, linee di organo da rito liturgico. I brani si sviluppano come intense riflessioni che vengono snocciolate assieme ad una musica sempre pronta a cambiare pelle, conservando in genere un substrato di tensione emotivo-espressiva, una sorta di trasporto teatrale, una intensità che ricorda le declamazioni più imponenti dei palchi teatrali. Il gusto tragico e drammatico è unico a sfumature psicodrammatiche, restituite dai momenti più sperimentali, venati sovente di una irrequieta tensione angosciante ed un senso dell’ineluttabile. Out Of My Book è l’unico brano ancora avvolto in sentori Folk/Rock, sostanzialmente involuto.

Se già il secondo album si limitava a 6 composizioni, H to He, Who Am the Only One (1970) scende a cinque, con due mini-suite. Ancora più estesi i brani, ancora pù drammatici. Il gusto per i momenti ansiogeni, di esasperata emotività, è cresciuto. Si inizia copn gli otto minuti abbondanti di Killer, un Jazz/Rock oscuro, che si impenna in vertigini canoro-drammatiche; quasi al quinto minuto si avvia lo psicodramma di Jazz e strati sonori oscuri, una musica ansiogena, tesa, psicodrammatica. L’organo impone un mood da liturgia e da psicodramma. Affoga nella malinconia House With No Door ed anticipa The Emperor In His War Room (8 min.), brano complesso con richiami militari, allucinazioni, malinconia, tensione, vorticosi apici drammatici, organo minaccioso, un saliscendi emotivo di grande potenza espressiva. Il capolavoro è probabilmente Lost (11 min.), duetto di organo liturgico e sax, di Jazz/Rock al cardiopalmo, tesissime marcette militari che vedono ancora il canto disperato di Peter Hammill interpretare un dramma psicologico, straziante, vero centro nevralgico di queste composizioni. Il finale, cupo e tragico, al limite del funereo, con i contrasti fra fiati, organo e ritmi incalzanti restituisce la complessità emotiva del brano, giocato su contrasti e cambiamenti. La lunga Pioneers Over c (12 min. e mezzo)è soprattutto una composizione sull’angoscia della solitudine e alternamomenti intensi ad altri dove si fluttua nel vuoto cosmico, in una soffusa poetica del vuoto. Molti brani sembrano lunghi soliloqui, riflessioni esistenziali, profonde trasposizioni in musica di pensieri angoscianti ed opprimenti. Solitudine, vuoto, paura, tensione, morte sono alcuni dei temi portanti. La forma musicale, di matrice progressiva, è maestosa ma evita di diventare imponente o faraonica, bensì indulgia in una logica di contrasti e di tensioni, rese attraverso arrangiamenti spesso poco accomodanti, che iniettano suspense e ansia nell’ascoltatore.

L’esasperazione della tensione, del cupo alone che avvolge la loro musica, il vertice artistico della formazione, il punto di approdo del processo di allungamento e di sempre maggiore complessità degli psicodrammi giunge ad un traguardo con Pawn Hearts (1971). Pienamente padroni del linguaggio dello psicodramma, la formazione può concentrarsi su tre suite, tutte di alto livello. Lemmings (12 min.) è di nuovo un mix di richiami Jazz, di organi liturgici, di sobbalzi emotivi, di un cantato sofferto, di deformazioni allucinate del suono: le vertigini al quarto minuto; il Jazz/Rock da incubo al sesto minuto; il romantico cantato all’ottavo minuto; l’allucinato ed onirico finale. Man-Erg (10 min.) ha tutto il trasporto liturgico-tragico nei primi tre minuti, poi è assalita da un ossessiva figura di sax, poi degenera in un Jazz/Rock ansiogeno, violento; si torna ad un soliloquio sussurrato, venato di tensione, impennando verso il finale nei tipici saliscendi. L’imponenza della chiusura è Wagner-iana. A Plague Of The Lighthouse Keeper (23 min.) ruba però la scena: si apre soffusamente, sottilmente inquietante, avvolta dall’organo rituale, con la voce deformata e tragica, poi con un colpo di teatro imponenti i fiati guidano l’esplosione; lasciati nel vuoto della solitudine, in un semi-silenzio spettrale ed allucinato, i fiati tornano ad imitare le navi, il ritmo romba in sottofondo, il silenzio domina nuovamente la scena. Si torna al tema iniziale, fra fumi di fiati, sempre con una sottile ansia e poi si esplode in un dramma maestoso che all’ottavo minuto si conclude con un tuffo in un abisso di tristezza. Un lamento si sviluppa e s’impenna in uno straziante delirio d’ansia e tensione, fino ad una esplosione cacofonica di iper-tensione astratta. Nuovo frangente deprimente, accorato e romantico, che cresce nuovamente. Poco prima del diciassettesimo minuto parte un bandismo sfrenato, delirante, che lascia spazio ad un canto/recitato che è l’apice del loro psicodramma, è una trasposizione degli incubi di Kafka in musica. Al diciannovesimo minuto rimane poi, dalla nube caotica di cacofonia, una tenue melodia che diventa poi un corale finale, infine falcidiato da disturbi di rumore bianco. A Plague Of The Lighthouse Keeper si impone come uno dei massimi brani del Progressive, declinato in un lessico personale, elaborato, intenso, emotivamente travolgente, coinvolgente, che non lascia possibilità all’ascoltatore di sfuggire alla tensione che attraversa tutta la suite. Pawn Hearts è uno dei capolavori del periodo e del Rock.

La band torna solo nel 1975, dopo che Peter Hammill ha avviato una carriera solista. L’album, Godbluff, non è all’altezza di Pawn Hearts e nemmeno delle opere precedenti. Undercoverman è una melodia romantica senza gli psicodrammi del passato, quasi un ritorno alle ballate dell’esordio. Scorched Earth (10 min.) torna al canto di stampo teatrale, teso, e rievoca i vortici angoscianti delle opere precedenti. Arrow (10 min.) ha una violenza che ricorda le pantomine dell’Heavy Metal, fino a giungere ad urla strazianti, ma in fondo musicalmente è vicina ad un Jazz/Rock non particolarmente originale. Il momento migliore è probabilmente The Sleepwalkers (10 min. e mezzo), il brano più variegato, seppure anche in questo caso non si trasudi dell’originalità dei precedenti. In genere il sound è più aggressivo ed è minore il ruolo dell’organo, nonché meno intensa la componente drammatica. Le composizioni sono andate semplificandosi.

Still Life (1976) inizia nel loro stile con Pilgrims (7 min.), sofferta ed a tratti tesa, ma anche malinconica. Una novità invece è la title-track, il brano migliore dell’album: un lamento funebre cantato a cuore aperto; poi acquista un passo più ritmico, quasi Funk/New Wave, che domina la parte centrale, ma nel finale si riannega nelle tenebre. In La Rossa (10 min.) torna l’organo ed Hammill urla in modo finanche sguaiato. My Room (8 min.) si dedica ad un melodismo meno interessante; Childlike Faith in Childhood’s End (12 min.) si inerpica a tratti in climax drammatici e nel suo contorto svilupparsi giunge ad eccessi lirico/drammatici, pomposi e nel finale persino strappalacrime, con un Hammill ai limiti dell’autoindulgenza. I VDGG usavano una volta linguaggi più personali, ora si avvicinano facilmente a forme sonore meno personali, melodismi meno peculiari, un pomposo Rock che, nell’anno del Punk, negli anni della New Wave, è una nota a margine. Il senso di solitudine, la sottile malinconia, il dramma umano sono diventati meno importanti, lasciando spazio a fiati meno fantasiosi, lunghe e distese composizioni senza la densità di idee degli anni d’oro.

World Record (1976) richiami all’esordio dei King Crimson in When She Comes, ma con una intensità ed una aggressività tutte differenti. I brani spesso si dilungano oltre il necessario, come in A Place To Survive (10 min.), e delle volte, come in Masks e Wondering, l’impressione è che siano semplicemente brani gradevoli e poco più. Meurglys III (21 min.) è la composizione più ambiziosa, ed infine quella che tiene a galla un album minore: ci sono i dialoghi fra gli strumenti, il canto teatrale, i vari momenti e le varie sfumature di intensità ed un flavour Reggae che è una totale novità nella discografia. Magari non vale proprio tutti i 21 minuti, e non ha la densità di A Plague Of The Lighthouse Keeper, ma non è il caso di essere puntigliosi.

The Quiet Zone/The Pleasure Dome (1977) mischia un po’ le carte, con uno spirito vicino a quello della New Wave ed una tracklist con nessun brano che superi i 7 minuti. Il violino, nuovo entrato, affiora soprattutto in The Siren Song, con vertigini strumentali. Ma ci sono lentezze negli sviluppi, melodismi ritriti (The Wave, Last Frame, The Siren Song, Chemical World) da ballata classicheggiante, con tanto di ritorni di fiamma acustici (Chemical World). Un po’ di energia in Cat’s Eye Yellow Fever ed il sapore Pop/Rock elaborato di The Sphinx In The Face contribuiscono ad elevare un album che cambia un po’ le carte in tavola, ma non sembra (per quanto mi riguarda) mostrare granché di interessante. La formazione, fra ritorni ad un suono classicheggiante, acustico e da ballata Folk suntuosa, fra brani più brevi e meno ambiziosi, sentendo anche il peso del tempo sulle spalle, segna il primo momento davvero trascurabile della carriera.

La band, dopo quasi trent’anni, torna sulle scene con Present (2005), ed il risultato è molto migliore di quanto accade solitamente. L’opera è doppia ed il primo disco, di inediti, non è esattamente l’avanguardia del nuovo millennio, ma suona meno polveroso del previsto. Every Bloody Emperor, la sbilenca e caracollante Abandon Ship, l’aggressiva In Babelsberg sono tutti momenti che nella precedente epoca avrebbero fatto molto parlare. Il secondo disco, di improvvisazioni, è però quello più interessante: un mix di Jazz, Rock, spinte atmosferiche, ammicchi Ambient, tensioni emotive e l’abbandono del canto portano molta aria fresca. C’è da stupirsi quando in Vulcan Meld, dopo tre minuti, per potenza ricordano il Prog-Metal più che i gruppi dei ’70. Slo Moves, sospesa in un paesaggio che richiama John Hassell, ma con un ritmo da Slo Core ed un clima allucinato e thriller, è forse l’apice di queste improvvisazioni ed uno dei vertici della carriera, ma anche i fumi di Architectural Hair (9 min.) e la notturna e fumosa Eavy Mate valgono l’ascolto. In questo secondo disco, con tanto di qualche grammo di Elettronica, la vecchiaia della band lascia spazio ad un sapiente amalgama di una formazione rodata e professionale, che ripudia i paletti preimposti del Rock e del Prog-Rock classico, verso un aggiornamento del linguaggio.

Trisector (2008) suona spesso datato ed è iniettato persino di dosi Hard Rock come in Drop Dead o All That Before, probabilmente fuori tempo massimo. Il meglio sta in Only In A Whisper, sempre ad un passo dal dissolversi nel suo amalgama Jazz soffuso. La suite Over The Hill (12 min. e mezzo) è nostalgica, ma nei suoi momenti quieti e desolanti richiama positivamente alla mente i momenti ispirati del passato.

A Grounding In Numbers (2011) è un ottimo album di un gruppo Prog invecchiato bene, come il vino, ma anche ed inesorabilmente di un gruppo che al Prog ed a quel periodo continua ad appartenere. Non ci prova ad essere “alla moda”, anzi si diverte nell’AOR con il ritornello di Higly Strung e spesso sembra richiamare il passato settantiano. Il misterioso tribale di Red Baron, la chitarra desolante quasi Post-Rock di Bunsho, l’etera Splink sono un richiamo alle improvvisazioni di Present, e sono i momenti più nuovi. Piacerà ai progster, probabilmente, ma non ne farei un album significativo.

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Voti:

The Aerosol Grey Machine – 6
The Least We Can Do Is Wave to Each Other – 7,5
H to He, Who Am the Only One – 7,5
Pawn Hearts – 8,5
Godbluff – 6
Still Life – 6
World Record – 6
The Quiet Zone/The Pleasure Dome – 5
Present – 6,5
Trisector – 5
A Grounding In Numbers – 5

Playlist di brani selezionati dei Van Der Graaf Generator

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5 thoughts on “Van Der Graaf Generator – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Godbluff e Still Life li avrò ascoltati già più di tre-quattro volte ma non mi sembrano nemmeno album da 6…..li ho trovati a tratti piatti, decisamente piatti…..
    e a me questo gruppo piace molto….
    belli il 2, il 3 e il 4 album………ovviamente…..

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