Ayreon – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ayreon su Spotify

Playlist di brani selezionati degli Ayreon

Arjen A. Lucassen, già nei Vengeance, è l’olandese dietro il progetto Ayreon, al confine fra Prog-Rock, Prog-Metal, fantasy e Rock-opera. La formazione che registra gli album è piena zeppa di guest star e professionisti, che variano in buona parte da album ad album. I vari personaggi dei concept sono interpretati da molti cantanti differenti, selezionati nell’Olimpo della musica progressiva. Per questo motivo ha più senso parlare di un progetto che di una vera e propria band. I nomi sono d’eccellenza e vanno da Andi Deris degli HelloweenBruce Dickinson, storica ugola degli Iron Maiden, passando per l’italianissima Cristina Scabbia, l’istrionico Devin Townsend, il celebratissimo James LaBrie, solo per citarne alcuni. La scelta dei collaboratori dà spazio all’uso di strumenti che superano i tradizionali del Rock e del Metal, così troviamo Jeroen Goossens impegnato al didgeridoo, Jack Pisters al sitar e ben cinque diverse persone impegnate ai flauti nel corso della lunga carriera. La formazione mutante funziona come un’orchestra delle meraviglie, adattabile alle fughe fantascientifiche del suo direttore, autore e plasmatore, il capelluto Arjen A. Lucassen, incarnazione dello spirito più fantasy, nerd e sfrenatamente ambizioso dell’Heavy Metal. In lui trova piena soddisfazione quella tendenza all’epopea sovrannaturale, fantascientifica, speziata di topos tanto rassicuranti quanto classici, che collega Tommy (1969) degli Who a 2112 (1976) dei Rush, giunge a Operation Mindcrime (1990) dei Queensryche e conduce fino ai colossali concept dei Dream Theater.

Nel corso degli anni Ayreon ha anche delineato un preciso formato musicale, una forma che ne rappresenta una caratteristica almeno quanto la curiosa formazione estesa da supergruppo mutante. Capace di rileggere, alla luce della conoscenza enciclopedica del Rock e del Metal progressivi, la tradizione, Lucassen è diventato il più importante compositore di rock opera (o ancora meglio metal opera) di tutti i tempi, sicuramente quello che più di ogni altro ha fatto di questo stile non un’arma del proprio estro compositivo ma l’elemento centrale, caratterizzante e quasi unico in cui imbrigliare la propria tentacolare creatività.

Per meglio far comprendere quanto si possa intendere la discografia come susseguirsi di opere rock differenti ma assimilabili, si consideri che prendono tutte vita in uno stesso universo di fantasia, nello stesso modo di un Tolkien o di un Martin.

Vista la peculiarità del progetto, soprattutto il fatto che Lucassen canti e suoni quasi tutti gli strumenti con fare quasi sovrumano, gli Ayreon non si sono mai esibiti dal vivo fino al 2017: per 22 anni sono esistiti esclusivamente su disco. Una caratteristica che in qualche modo ne ha alimentato la fama di band legata alla fantasia, al magnifico e all’immaginifico, impossibile da afferare e irretire su di un palco senza così perdere parte di quell’afflato magico. E sia detto questo non per la riuscita dei tanto agognati ed attesi concerti, sicuramente frutto del lavoro di virtuosi e professionisti, quanto dell’impossibilità di restituire con la stessa forza una creazione che, come un grandioso romanzo fantasy,  funziona anche attraverso i trucchi dei montaggi, delle omissioni e della partecipazione creativa del fruitore e della sua immaginazione.

The Final Experiment (1995) è calato in atmosfere fantastiche e narra la storia di Ayreon, un menestrello cieco. L’opera è imponente e dopo un esteso prologo, The Awareness (6 min. e mezzo), si cala in atmosfere Folk guidate dai synth, con ritmi che intervengono insieme alle chitarre solo nella seconda parte. La fusione fra sinfonico ed Heavy Metal dai suoni tecnologici giunge all’apice in Eyes Of Time, che funge da manifesto stilistico. The Banishment, per fanfara e musica da corte, è in sostanza un omaggio Prog-Rock con qualche spunto Heavy Metal nella seconda parte e del Folk che affiora qua e là, assieme ai vortici di sintetizzatori: sono 11 minuti potenti, che nel finale sfoggiano persino un growl Death Metal, a testimonianza di una fame creativa onnivora. Sail Away To Avalon è un mix di Folk, musica epica, Heavy Metal e flauti: mostra come la sintesi di Lucassen possa essere originale, senza confini stilistici. Allo stesso livello Listen To The Waves, avvolta di synth e Merlin’s Will, corale e sinfonica.

Non mancano episodi minori, compreso un episodio fin troppo recitato (Waracle) seguito a ruota da Ayreon’s Fate, che si appesantisce di esigenze narrative fino ad allungarsi verso i 7 minuti. Molti momenti tipicamente Folk o più classicheggianti sono minori, ma riscattati a tratti da un sound futuristico e sci-fi (Magic Ride e soprattutto Swan Song, fatato momento per pianoforte e synth).

Se gli Who fossero nati nel 1990 forse le loro Rock opera sarebbe state qualcosa del genere. Un po’ prolisso, con qualche filler e qualche momento trascurabile, questo esordio straripante ha dalla sua momenti da ricordare e segna la nascita di un sound fra Folk (passato), Metal (presente) e orchestre di synth (futuro, o quantomeno futuristiche) che non ha un vero corrispettivo, ma solo qualche ispirazione.

Actual Fantasy (1996) è un caso raro nella storia del progetto Ayreon, in quanto non è un concept album con una unica lunga trama. I brani sono tutti piuttosto estesi, tutti oltre i 7 minuti (uno oltre i 9), tranne per due eccezioni. Album lento, venato di atmosfere sci-fi, sintetizzatori e spunti sinfonici, sembra col senno di poi una tipica opera di transizione dopo il frastornante, maestoso esordio. Abbey of Synn insiste su potenza Heavy Metal e synth, ma non vale quasi 9 min. e mezzo, e uguale è il discorso per The Stranger From Within (quasi 8 min.), che quantomeno trova un po’ di Folk a variare la formula. Ma c’è poco da raccontare di episodi come Computer Eyes (7 min.), che semplicemente insistono su tantissimi synth e richiami Prog-Rock frammisto a Metal; e lo stesso vale anche per Beyond The Last Horizon (7 min.), con morbidezze Pop o per Farside of the World (6 min.), in pratica un Prog-Rock/Metal sci-fi stiracchiato. I synth si agitano in continuazione, vero baricentro degli arrangiamenti, ma la dimensione fantascientifica tratteggiata è piuttosto scontata, stereotipo del fantastico a tema tecnologico fatto di computer, stelle, viaggi cosmici e tutto il resto. Questo passo falso sarà velocemente dimenticato, rimanendo un caso isolato.

Into the Electric Castle: A Space Opera (1998) torna saggiamente al concept album, alla rock opera, alla grandeur incontenibile e lo fa in modo imponente e pomposo, con un doppio album che sfora i cento minuti. Sembra quasi si voglia esorcizzare la crisi che ha colpito il progetto dopo appena un album, indicando con vigore una direzione che diverrà di fatto la via maestra per tutta la carriera.

L’album dà sfoggio di tutta la maestosa materia Prog-Rock/Metal/Folk di Lucassen, ben riassunta nella suite Isis And Osiris (11 min.), compendio stilistico e uno dei massimi momenti della discografia: è il tripudio del collage di umori, suoni, stili e virtuosismi che fa amare gli Ayreon nel mondo. Le altre suite sono però inferiori. La seconda, Amazing Flight (10 min.), sfrutta il Blues/Rock in modo banale, intervallando con momenti più tipicamente Ayreon-iani, trionfando in un più intrigante Prog-Metal nella seconda metà. La terza suite è The Garden of Emotions (10 min.), dominata da voci filtrate, cori femminili eterei; una lenta introduzione di 3 minuti, poi un Heavy Metal guidato dalla sezione ritmica, momenti Prog-Rock, iniezioni Prog-Metal, un grande momento a metà dell’ottavo minuto di Heavy Metal sinfonico prestato a una danza trascinante. La quarta suite è Cosmic Fusion (7 min. e mezzo), impacciata in partenza e mutata quindi in una marcia maestosa con voci da orco e cori femminili a far da contrasto, prima che una più banale musica synth-driven prenda piede, con immancabili assoli da virtuoso. La quarta suite, la più breve (6 min. e mezzo), è The Mirror Maze ma non sembra trovare, forse a causa dei pochi minuti a disposizione, una sua peculiarità.

Non mancano momenti più brevi e minori (Tunnel of Light, Valley Of The Queens, la stiracchiata The Two Gates), attempati (gli echi di Heavy tradizionale in Across The Rainbow Bridge; il Metal-Pop che affiora in Tower Of Hope, tutta la prima parte classicheggiante di Evil Devolution, poi un Prog-Metal più moderno) e spunti recitativi un po’ pesanti all’ascolto(Forever Of The Stars; The Castle Hall e Tower Of Hope, nella prima parte).

Ancora frequenti i momenti sci-fi, dominati da orchestrazioni di synth, capaci di suggerire un’atmosfera cosmico-spaziale ormai di casa (per es. The Decision Tree). Bisogna forse affidarsi all’opera come a un romanzo in cui immergersi, lasciando a riposare lo spirito critico che rugge dentro e accettandola anche nei cliché narrativi da B-movie e negli spunti musicali, da revival parruccone, rimanendo travolti dalla sua dimensione epica, teatrale, magniloquente. Proprio questi innegabili lati positivi, questa grandiosità sconfinata, conquistano la critica e il pubblico, che inizia a vedere nel progetto Ayreon un tassello fondamentale della cultura progressive.

Universal Migrator Part 1: The Dream Sequencer (2000) è la prima parte di una sorta di opera doppia estesa su due album. Questa primo disco è molto vicino al Prog-Rock e sfrutta spunti cosmico-fantascientifici, nonché qualche momento sinfonico/epico/orchestrale. Il suono dei synth è spesso molto vicino a quello dei Pink Floyd, in primis di Wish You Were Here (1975). Proprio come nel classico  floydiano, le canzoni si estendono, morbide, in lunghe composizioni come 2084 (quasi 8 min.) e One Small Step (quasi 9 min.), in una pacata psichedelia spaziale. Universal Migrator Part 2: Flight of the Migrator (2000) è decisamente più Metal e soprattutto più Power Metal, ma mantiene la vena progressiva. Epico, ambizioso, trascinante, l’album fa quel che ci si aspetta da una Rock opera fantasy degli Ayreon: vortica sui virtuosismi (Chaos), ha ampi stralci sinfonici e classicheggianti (Dawn Of A Million Soul, Journey On The Waves Of Time, The New Migration), elargisce con generosità synth cosmico/spaziali e voci filtrate (To The Quasar), aggiunge tante dosi di magniloquenza (To The Solar System), tanti fragorosi assoli di chitarra, il solito cast impressionante di ospiti di pregio. Bruce Dickinson, per dirne uno, canta nella mini-suite Into The Black Hole (10 min. e mezzo), brano un po’ diluito ma di grande maestosità, con un finale ai limiti del caos che è uno dei momenti più intensi del disco. Out of the White Hole è una mini-suite in due parti che potrebbe essere l’apice dell’opera. Through the Wormhole, una sorta di Funk/Metal spastico, con singhiozzi epilettici di tastiere, è intenso e potente, ed evita di perdersi e disperdersi come altrove accade a Lucassen.

Nel complesso Universal Migrator, nelle sue due parti, è una imponente e gigantesca opera che nella prima parte rimane più sul Prog-Rock, nella seconda parte riscopre il Prog-Metal. Servono proprio 135 minuti per raccontare queste epiche storie fantascientifiche o si poteva risolvere tutto in 70 minuti? La risposta, se la trovate, potrebbe essere la stessa di un’altra domanda: ma davvero sono necessarie tutte le centinaia e centinaia di pagine del Signore Degli Anelli?

The Human Equation (2004) è un doppio, imponente album che rimarrà forse l’opera definitiva degli Ayreon ed è l’ennesimo concept album con un esercito di ospiti d’eccezione. La differenza la fanno la qualità della componente Folk, più varia e originale (flauti, spunti celtici, stralci medievali ecc.) e l’amalgama delle varie voci, in primis quelle di Devin Townsend e James LaBrie. Le dimensioni sono sempre maestose (102 min.), ma la varietà stilistica è maggiore e le lungaggini ridotte grazie a composizioni più asciutte. Il primo gioiello è Isolation (quasi 9 min.), venata dai synth nell’incipit, poi un imponente e maestoso assalto Heavy Metal doppiato dall’organo, uno scambio “teatrale” di dialoghi fra le voci, momenti di marcia epica, ampi stralci di morbide melodie e un finale intenso: sembra di salire sull’ottovolante del Prog-Metal e venire catapultati in un viaggio supersonico e imprevedibile. Il secondo gioiello è una danza Folk/Pop con una melodia avvolgente, Hope, che è la canzone (breve) migliore di tutta la carriera. Trauma (quasi 10 min., contando l’introduzione) è un manifesto di Prog-Metal sci-fi ed è la dimostrazione di come la varietà di stili vocali ampliata abbia giovato all’opera, ben più varia delle precedenti. Il quarto gioiello è Loser, con tanto di mandolino e didgeridoo, Folk saltellante ed un incendiario assolo di tastiere, intensi frangenti Heavy Metal alternati a dimessi momenti acustici ed un finale esplosivo, con scream violento che si oppone al canto melodico del resto del brano. Il finale pirotecnico è tutto di Confrontation (7 min.), apice di un climax emotivo travolgente. L’opera risulta trionfa nell’uso fantasioso delle voci, negli elementi Folk più particolari ed originali, nelle spinte di Heavy Metal estremo (soprattutto nel canto), nell’abbandono di cliché sci-fi fatti di tastiere cosmico/psichedeliche che avevano ormai detto tutto il possibile. In più, l’album suona decisamente più contemporaneo, che non un richiamo agli amati Pink Floyd.

01011001 (2007) non riesce a replicare, nonostante l’opera sia sempre doppia, sempre oltre i 100 minuti, sempre un concept. Si perde più facilmente in lungaggini, ha perduto la varietà del Folk, gli spunti di Heavy Metal estremo nel canto, il vertice difficilmente ripetibile dell’uso vario e fantasioso delle varie voci. E se la band si trova bene in brani lunghi, maestosi e venati di synth, solo Connect The Dots (Synth-Metal con spunti radiofonici), Ride The Comet (tribale e fantascientifica), The Truth Is In Here (sulla scia del momenti di Folk fantasioso su The Human Equation, ma con 2 min. di troppo), River Of Time (un bel momento di Prog-metal vario con momenti Folk e sinfonici) e soprattutto The Sixth Extinction (12 min., con l’unico growl dell’album e l’imponenza delle loro migliori mini-suite) meritano di entrare nel loro canzoniere migliore. C’è una lentezza di fondo che attanaglia composizioni come Beneath The Waves (8 min. e mezzo) e non scambierei Hope con dieci Web Of Lies, né tantomeno la varietà strumentale di The Human Equation con il ritorno dei synth settantiani e delle più ritrite atmosfere cosmico/spaziali.

Critica e pubblica, poi lo stesso Lucassen, si rendono conto che il progetto Ayreon ha detto tutto quello che doveva dire e che ormai si ripete stancamente. Concentrandosi su altri progetti solisti, l’inventore di questa universo fantastico lascia riposare la sua creatura e dà vita ai Guilt Machine e agli Space One. Nel 2012 annuncia un seguito di 01011001The Theory Of Everything (2013), ambientato in una nuova linea narrativa e un differente universo rispetto ai precedenti album. Per la prima volta la storia è scritta a quattro mani, assieme alla compagna Lori Linstruth. Aria di novità anche nei collaboratori, tutti o quasi senza collaborazioni precedenti con Lucassen. Sembra un disperato bisogno di cambiare, senza cambiare. Sempre una rock opera, sempre progressiva fino al midollo e sempre prolissa: a cosa è servita allora la lunga pausa? Nei 42 (!) brani si può ascoltare un compositore iperattivo farsi in quattro per accontentare vecchi e nuovi fan, costruendo un musical sconfinato e ambizioso, ma che poco aggiunge a quanto fatto da Lucassen stesso in passato.

Per The Source (2017) si torna persino nell’universo narrativo originario, Lucassen richiama molti collaboratori storici e sembra quasi che nulla sia cambiato dai tempi di The Human Equation, 13 anni prima.

Lucassen è uno dei giganti della musica progressiva, con ambizioni da scrittore e lo spessore del polistrumentista virtuoso. Suo è il merito di aver radunato vecchie e nuove glorie della musica Rock e Metal per costruire un universo narrativo senza precedenti per estensione, complessità, ricercatezza. Decine di personaggi, storie, colpi di scena e intrecci portano avanti una unica narrazione (con una sola eccezione) da più di vent’anni, anche se con quell’andamento sgangherato tipico delle storie costruite sull’onda dell’entusiasmo, del bisogno di superarsi e di riaffermarsi continuamente. È un gigantismo, il suo, che stordisce e disorienta ma che alla lunga si finisce per riconoscere facilmente, vittima com’è di quelle banalità tipiche della grandeur Rock. Le sue opere richiedono spesso la pazienza e l’interesse insaziabile di quei giganteschi libri fantasy che si comprano nei cestoni al supermercato, quando pur di godere del clamoroso plot-twist finale, della grandiosa descrizione fantastica o dell’avvincente risoluzione tanto agognanta si è disposti a sorbirsi anche qualche centinaio di pagine di ben scritta, ben strutturata ma banalmente incolore letteratura di mestiere.


Discografia

The Final Experiment 1995 7,5
Actual Fantasy 1996 6
Universal Migrator Part 1: The Dream Sequencer 2000 6
Universal Migrator Part 2: Flight of the Migrator 2000 7
Into The Electric Castle 2001 7,5
The Human Equation 2004 8
1011001 2008 6
The Theory Of Everything 2013 5
The Source 2017 5

Playlist di brani selezionati degli Ayreon

Annunci

Un pensiero su “Ayreon – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...