Martyr – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I Martyr sono una formazione canadese che riprende il Death Metal complesso ed articolato degli ultimi Death, con brani che stendono lunghi ponti strumentali e mostrano spunti dall’alto tasso tecnico, nonché qualche scampolo melodico. Partendo da questo stile i Martyr approderanno nel giro di tre album ad un molto più personale mix di Jazz e Death Metal piuttosto originale.

Daniel Mongrain, chitarra e voce, non a caso ha militato nei Cryptopsy e nei Gorguts. Il resto del lavoro è stato svolto da una formazione molto ritoccata negli anni, nella quale svetta Patrice Hamelin alla batteria (sin dagli esordi) e François Mongrain al basso.

Hopeless Hopes (1997) è un’ottimo Death Metal dagli spunti Progressive e tecnici. Aggiunge poco a quanto già fatto dai Death, però. Si nota una maggiore attenzione alle dinamiche del basso ed una buona sezione ritmica. Prototype, The Blind’s Reflection, Non Conformist, Nipsky sono i brani più importanti, ma tutto l’album sbaglia poco, pur dimostrando poco carisma.

L’arrivo di Patrice Hamelin alla batteria nel 1997 preclude, col senno di poi, ad un grande cambiamento stilistico.

Warp Zone (2000) è un’altro pianeta musicale: brani estremamente più dinamici, mediamente più violenti ed estremi, molto più intricati e complessi nella scrittura, dal sound più imponente ed aggressivo. Lo sfoggio di momenti tecnici, virtuosismi e complesse geometrie è notevolmente incrementato. L’iniziale Warp Zone si apre con la sola chitarra che delinae una melodia malinconica, poi si tuffa in un assalto fra Meshuggah, Death Metal, vampate di turbinanti chitarre e duetti devastanti con doppia voce mentre un inferno Prog-Death intesse una ordinata catastrofe. Geometrie Math in Virtual Emotions si uniscono allo sfoggio di ritmi, intrecci vocali, substrati melodici, assoli pirotecnici, scariche di rabbia. Un intreccio di chitarre vagamente esotico apre Endless Vortex Towards Ending che cresce lentamente verso una sovrapposizione di scariche dal forte impatto ritmico unite a chitarre più melodiche e pulite; momenti Jazz, una incredibile vertigine Jazz/Death che impreziosisce il secondo minuto e poi un finale “troncato”. Deserted Waters si apre con fratture ritmiche e tempi dispari e spazzola fra varie tonalità di Death Metal, dagli sfoggi più progressivi e virtuosi a quelli guidati dal growl cavernosi, sempre mantenendo alta la propensione a strutture che si agitano incessantemente. Mentre le chitarre vorticano Carpe Diem propone un assalto pachidermico, regalando ampi momenti più melodici prima del mid-tempo schiacciasassi prima finale. Le composizioni sono millimetriche, complesse e piene di variazioni, si dilungano difficilmente e propongono invece molto spesso una mutazione tutt’altro che caotica. L’uso della voce è molto fantasioso che sull’esordio, e sfrutta adesso un cantato più in clean, un grido Thrash/Death ed un growl più cavernoso; la sezione ritmica è diventata imponente e imprssionante, iniettando assoli di basso e spunti Jazz spesso e volentieri; le chitarre propongono sia la potenza dei Meshuggah che gli assoli più educati e puliti del Metal più classico, di cui affiorano a tratti anche alcuni riff. The Fortune Teller è un altro possente esercizio di questo Progressive Death che fondamentalmente sta a metà fra Death canonico e Jazz, ma ha la violenza terrificante della scuola dei Meshuggah. Speechless rimane sui medesimi territori senza aggiungere molto, mentre un passo quasi meccanico ce l’ha il Math Metal di Retry? Abort? Ignore?. A chiudere la più melodica Realms Of Reverie, che in sostanza è una versione più veloce e dinamica della musica dell’esordio, senza la violenza che più palpabilmente si respira nel resto dell’opera; da notare l’uso della voce, qua riecheggiante come una voce fuori campo di stampo cinematografico volta a innescare un finale epico ed emozionale che suona un po’ come il ritorno all’emozione ed al sentimento, dopo il sound geometrico, matematico, meccanico, intricato dell’opera. Tecnicamente imponente, l’opera suonerà un po’ meno nuova a chi frequenta Gorguts, Death e Meshuggah.

Feeding The Abscess (2006) è un concentrato musicale che spazia dal Death Metal al Jazz, da momenti Math Metal a pause più melodiche. Perpetual Healing si divide fra Death, Math Metal, Jazz ed un momento atmosferico Funk/Jazz ipercinetico, con grande prova del basso che turbina in sottofondo. Lost In Sanity introduce una delle principali novità dell’album quando al solito vertiginoso mix di Death Metal progressivo e tecnico unisce dettagli di archi. Si tratta del sintomo di altre variazioni più consistenti, come l’inedito mix che viene alla luce in Havoc nel primo minuto quando un singhiozzante ritmo umbratile vede una voce filtrata brontolare malevola, poi una voce si staglia epica sul vorticare della batteria e soprattutto il finale si riduce ad un lamentoso violino. Ma anche senza il nuovo aggiunto alla line-up un brano come Nameless, Faceless, Neverborn ha tutta l’energia incredibile di un tornado Death Metal che farebbe invidia ai Gorguts, con lunga coda a passo di Apocalisse per una marcia epica, maestosa, quasi distensiva se non fosse per quando il ritmo si inceppa, si arrampica, inciampa iniettando tensione. Gli intrecci geometrici sono sempre più impressionanti, come ben si ascolta in Silent Science, che unisce a spunti Math Metal intrecci vocali in clean e growl, ritmi ossessivi, spunti Jazz, elementi melodici, virtuosismi chitarristici. Il senso di epica catastrofe che affiora in Felony, con i fendenti imponenti di chitarre ed il martellare ossessivo muta poi in un Math Metal che conserva un’anima melodica che che soprattutto innesta a più riprese esplosioni che lasciano senza fiato, con scariche ritmiche, ripartenze al cardiopalmo, cambi ritmici, pause ad effetto ed un incredibile esercizio di stop & go al centro, fino a giungere al finale dove tornano fendenti sinistri di chitarre. L’album segna un cambiamento anche quando propone il brano in quattro parti Dead Horizon, che si apre come un Fusion Metal acrobatico e violentissimo, tenuto in un costante stato di tensione, fino ai singhiozzi che portano alla seconda parte, aperta da bisbigli inquietanti, da un Death/Jazz futuristico che poi diventa un Jazz dominato da un basso rombante, dove brillano note quasi lounge (notare il contrasto con l’irruenza dell’opera), e poi ancora si alterna fra Fusione Metal, Meshuggah, Death Metal. La terza parte è un breve intermezzo che fra vari feedback ed arpeggi porta, con un taglio netto, alla quarta ed ultima parte, con una partenza fulminante che poi rallenta verso una più epica marcia segnata tra le altre cose dalle urla del violino; segue un passaggio dominato dal basso che duetta con la voce che disperata declama mentre le chitarre assaltano e vorticano a momenti, aumentando lentamente la tensione e sfumando infine, come scomparendo all’orizzonte (e dilungandosi un po’). Feeding The Abscess ripercorre in parte la strada dei Gorguts e dei Meshuggah, unendola a certi spunti Fusion Metal, a certe soluzioni che riecheggiano il Progressive Metal e sfruttando un songwriting cangiante, complesso e orentato sia all’impatto fisico che ad un pathos epico e maestoso. La componente Jazz, spunti Funk pieni di groove e le solite schizofreniche variazioni pongono l’opera come un ottimo esempio di come il Progressive Death Metal si sia evoluto integrando la scuola delle band più valevoli degli anni ’90. Se esiste un filo conduttore che dagli Atheits, i Cynic, i Death porta a Gorguts e Meshuggah, i Martyr lo hanno trovato.

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Voti:

Hopeless Hopes – 5,5
Warp Zone – 7
Feeding the Abscess – 7

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