Sufjan Stevens – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati di Sufjan Stevens

Sufjan Stevens è un cantante, autore e musicista statunitense diviso fra Folk, Pop, orchestre e spunti elettronici di stampo vintage e Glitch. La sua creatività è stata spesso piombata da una certa dispersività, che comunque non ha impedito di scrivere almeno un album, Illinois, da conservare per i posteri.

A Sun Came (2000) è un imponente album di quasi 70 minuti che propone un elaborato ed onnivoro Folk/lo-fi/Pop/Rock. L’album può essere idealmente diviso fra brani brevi e brani più estesi. Dei primi fanno parte: la mini-suite We Are What You Say, arrangiata fantasiosamente e con musiche balcaniche e fiati uniti a momenti Folk più comuni; A Winner Needs A Wand sfoggia un Folk/Pop/Rock ancora più mutante, orecchiabile e variegato, con un finale in punta di piedi; Demetrius (6 min.), uno sbilenco Rock lo-fi con inaspettati elementi di musica orientaleggiante che fanno da protagonisti in tutta la seconda parte; Dumb Sound, ballata pianistica malinconica ma deboluccia, così come il Folk fin troppo classico di Wordsworth’s Ridge; Loverless Bed propone invece una sorta di lo-fi Hip-Hop che ricorda un po’ un allucinato Beck, col feticcio del Noise; The Oracle Said Wander, il momento migliore, sembra una versione alternativa degli U.S. Maple, meno assurda e più lisergica; Jason (6 min.) ricorda qualcosa degli Ween, ma avvolti in volute psichedeliche; Ya Leil propone invece forti fascinazioni mediorientali, purtroppo poco rielaborate. Fra i brani più brevi, molti sono piccoli morsi di qualche secondo, poco più che curiosità o brani minori. Fa eccezione Rice Pudding, Blues Beefheart-iano.

Nel complesso l’opera è sfocata e con diversi momenti minori, ma mostra uno stile eclettico, seppure ancora ingenuo.

Enjoy Your Rabbit (2001), una sorta di concept sull’oroscopo cinese, sfiora gli 80 minuti e sembra scritto da un altro artista. Il sound si è omogeneizzato in una inedita vena Elettronica e Glitch dai sapori clowneschi, un po’ ripetiva. Si tratta di un’opera praticamente tutta strumentale. L’album si apre con feedback assordanti, poi si lancia in un Glitch/Jazz/Hip-Hop con Year of the Monkey, sforando nell’imprevedibile quando acquista una carica orchestrale. Year Of The Rat (8 min. e mezzo) è una giostra fiabesca per voci da cartoni animati, un carillon fatato, un finale di detriti assordanti. Ancora più divertita la danza da cartoon di Year Of The Ox, fra rumorini Glitch, ritmi sconquassanti ed un finale prolisso. Nei medesimi lidi Elettro-Glitch c’è anche Year Of The Boar, comica e demenziale danza, e Year Of The Rooster, mentre Year Of The Tiger è Glitch fatato su una voce remota. I sette minuti di Year Of The Snake, fra Ambient, lo-fi e Glitch, nonché cartoni animati e suoni demenziali, sono uno dei momenti più intriganti dell’opera. Ambient non troppo originale per Year Of The Sheep, Year Of The Dog e Year of Our Lord.

Due brani spiccano per durata e per qualità: l’imponente orchestrazione di Year Of The Dragon (9 min. e mezzo) è un’orgia anche ritmica, nonché sottilmente psichedelica; Year Of The Horse (13 min.) è prima una marcia, poi una melodia fiabesca contrapposta a rumorini Glitch, poi una danza Folk avvolta da rumori assordanti e clangori industriali, poi una Drum’n’Bass lo-fi, poi una sorta di Glitch lo-fi di archeologia Elettronica. Sono i due momenti migliori che alzano di qualche spanna l’opera, in primis Year Of The Horse, ma non si tratta di capolavori.

La title-track, caso a parte nell’opera, sfrutta una carica più Rock, seppure dissimulata in stralci Jazz e Glitch.

Opera prolissa, appesantita dalle lungaggini, Enjoy The Rabbit strappa sorrisi e conquista nei momenti migliori, ma soffre anche di una certa monotonia, in parte mitigata da qualche stravaganza. Sicuramente è un album coraggioso, dopo l’esordio, ma avrebbe meritato di durare 30-40 minuti in meno.

Michigan (2003) è il primo di un faraonico progetto di album dedicati a tutti gli stati degli USA. Stevens torna ad un Folk elaborato, ancora fallato da momenti prolissi e qualche filler. I momenti migliori, però, sono pregevoli: All Good Naysayers è una giostra Folk/Jazz che trascina e coinvolge con orchestrazioni armoniose; For the Widows in Paradise è un commovente Folk tutto emozionale ed intimista; Tahquamenon Falls è un carillon onirico e surreale; Detroit Lift Up Your Weary Head, 8 min., è una danza festosa fra Folk e Progressive, con intrecci di voci, clima festoso, cambi stilistici, momenti di semi-caos, finale praticamente Ambient; They Also Mourn Who Do Not Wear Black (6 min. e mezzo) ha chiari richiami Jazz ed orchestrazioni imponenti, con arrangiamenti raffinati; Vito’s Ordination Song (7 min.) gioca con i ritmi, con la malinconia, con i fiati, con le voci e costruisce una ballata tutta emozionale che si chiude con un pianoforte solitario.

Altrove l’album è meno pregnante. Oh God Where Are You Now (9 min. e mezzo) è sussurrata e religiosa, quasi una preghiera, ma non vale la sua durata. Tutta una serie di brani (Flint, The Upper Peninsula, Say Yes To Michigan, Alanson Crooked River ecc.) sono dignitosi ma raccontano poco di nuovo.

Album ancora degno di qualche taglio, venato di dispersività, ma probabilmente un gradino sopra i precedenti due.

Seven Swans (2004) è un’opera più dimessa, legata ad un Folk segnato soprattutto dall’ukulele e dalle voci. Album intimo, meno complesso e molto meno lungo dei precedenti (si ferma dopo circa 46 minuti), regala momenti come il Folk spoglio di The Dress Looks Nice on You, la più corposa e venata di Elettronica In the Devil’s Territory, la cullante chitarra di Sister, la spettrale We Won’t Need Legs to Stand, la relativamente lunga (6 min. e mezzo) ed un pizzico dispersiva title-track, il solare finale di The Trasnfiguration. Album compatto, senza grandi picchi ma nemmeno scivoloni, meno dispersivo del solito ma anche meno ambizioso e creativo, propone meno idee ma le sviluppa con più attenzione.

Quando Stevens troverà un equilibrio fra opere imponenti e Folk dimesso, fra commozione, emozione, classicità e modernità, sinteticità e varietà scriverà il suo capolavoro. I primi album, però, si mantengono su livelli decenti ma mai sorprendenti, troppo affollati, come sono, di momenti da trascurare e di slanci autocompiaciuti.

Illinois (2005) rimarrà probabilmente il suo capolavoro, capace di essere intimo, variegato, creativo, emozionante ma non ridondante come spesso Stevens riesce ad essere. Soprattutto, l’album sfrutta una varietà sonora e degli arrangiamenti di grande classe. I momenti migliori, questa volta, sono piccoli gioielli: l’orchestrazione Jazz/Folk/Pop di Come On! Feel the Illinoise! (quasi 7 min.), uno dei vertici della carriera, è un esercizio di eleganza e di mutazione, ornato di ritmi fantasiosi, fiati pigri, cori e voci, momenti melodici ed emozionali, finale per archi e voci femminili; Chicago (6 min.) fa ruotare un ritornello corale fra Classica, Folk e Pop; The Man of Metropolis Steals Our Hearts (6 min.) trova una vena Rock che unisce a cori di scolaretti e che intermezza con Folk solitari e dimessi ed un finale soffuso, a lume di candela; The Predatory Wasp of the Palisades Is Out to Get Us! trasforma un Folk dimesso con orchestrazioni di fiati ed intrecci di voci, variando la strumentazione in modo creativo; They Are Night Zombies pesca persino dal Soul ballabile, orchestrandolo e intrecciando strati e strati di voci; The Tallest Man the Broadest Shoulders, sette minuti solari e gioiosi, è un mix di orchestrazioni da film d’animazioni, cori estatici e contentezza che dopo cinque minuti di fiati, battiti di mani e ritmi saltellanti si placa in una serena coda corale; la conclusiva e sperimentale Out of Egypt into the Great Laugh of Mankind, ipnosi sospesa in una nube irreale che fluttua psichedelica, generando uno scampanellio altamente suggestivo ed onirico, una sorta di concentrato della psichedelia degli anni ’60 rivisto dalla sensibilità di Stevens.

Del resto dell’album vale di ricordare soprattutto: Jacksonville, che reinterpreta il Folk/Rock che tanto è nelle sue corde con orchestrazioni solari di fiati; qualcosa di Casimir Pulaski Day, troppo classicamente Folk e prolissa ma con qualche bella idea per i fiati, e per le voci nel finale; To the Workers of the Rock River Valley Region in meno di due minuti unisce Morricone e pianoforte che leggero piove note, mentre le percussioni minacciose incombono; Prairie Fire That Wanders About ricorda il retro-Pop degli Stereolab; The Seer’s Tower è tetra e pianistica quanto minimale.

Illinois segna un salto qualitativo notevole rispetto agli album precedenti. Sono ancora presenti brani minori, ma Stevens è meno ridondante ed autoindulgente e trova spesso affascinanti equilibri fra melodie fantasiose, arrangiamenti attenti, cambi stilistici ampi e variegati, orchestrazioni molto meno stucchevoli e risentite della media. Certamente il Folk

Quel che affiorava di orchestrale nelle opere di Stevens viene esaltato al massimo in The Bqe (2009), imponente opera-suite con richiami ad un Terry Riley che affiorava vagamente in certi album precedenti (Linear Tableau With Intersecting Surprise), ma soprattutto un’opera di colonne sonore e musica sinfonica. Album fatato, adatto ad un film Disney, ma con qualche momento di estrosità degna della sua personalità stravagante:, soprattutto in Traffic Shock che torna all’Elettronica, ma in un clima festoso e natalizio. Complessivamente, però, è un’opera notevolmente minore.

La maestosa operazione artistica legata a The Bqe, opera commissionata dalla Brooklyn Academy of Music comprende anche un film, fotografie, disegni e fumetti.

All Delighted People (2010) è formalmente un EP, anche se sfiora i 60 minuti. Il pezzo forte è la lunga title-track (11 min. e mezzo) che passa da momenti sommessi ed in punta di piedi a maestose orchestrazioni assordanti, sfogi Free-Jazz, canto sentimentale, fino ad un climax finale di archi. Troviamo anche una All Delighted People (Classic Rock Version), di 8 minuti e di minore personalità. Neanche la conclusiva Djohariah (17 min. fra i più morbidi Pink Floyd ed un chitarrismo quasi Noise che si accompagna ad intrecci ritmici e vocali e variazioni al solito abbondanti) però, toglie l’impressione che questo Ep sia quasi sempre pretestuoso e che solo la title-track e questa lunga composizione finale meritano attenzione.

The Age Of Adz (2010) torna con un degno erede di Illinois, seppure sostanzialmente diverso da quell’album che lo ha fatto conoscere fra critica e pubblico. Finalmente c’è una fusione fra Elettronica retrò di drum machine scarne e suoni Glitch o vintage con le orchestrazioni imponenti, le armonie vocali, le melodie di derivazione Folk. Too Much (quasi 7 min.) mostra da subito questa nuova formula, sorta di Folk-tronica sognante e orchestrale, compendio di sfaccettature diverse della discografia. Il problema dell’album è sempre il solito: la title-track (8 min.) diluisce troppo le idee, I Walked impiega troppo tempo per un’idea semplice di Pop elettronico da fine anni Zero, Now That I’m Older affoga in un clima religioso/psichedelico che sembra a tratti una versione lisergica e dilatatissima di Coldplay e Pink Floyd, ma non si lascia neanche lei farsi prendere dalla fretta. Fa meglio Get Real Get Right, ritmi sintetici, sprazzi orchestrali, fiati colorati e finale spaziale, con ricordi della musica cosmica e del Kraut Rock. Da ricordare anche Vesuvius, tutta corale, Folk ed Elettronica che si mischiano, con struttura circolare distesa e serena. Diluita anche I Want To Be Well, nonostante il finale schizofrenico sia da ricordare.

Difficile non considerare un discorso a parte Impossible Soul (25 minuti e mezzo), brano colossale che mostra l’ambizione e la creatività di Stevens: si apre come un canto romantico, turbato da rumori digitali, ritmi sottilmente schizofrenici; suoni orchestrali di varia natura intervengono e sprigionano tutta la fantasia compositiva di Stevens; lentamente il clima si fa soffuso, una lieve tensione intorno al decimo minuto introduce un pianoforte, voci in loop, melodie impalpabili e malinconiche, una vocoder; lentamente un ritmo pieno di bassi si intrufola al tredicesimo minuto, avviando una sorta di mix fra Hip-Hop e musica corale, poi sempre più vicino al ballabile settantiano di stampo Soul; intorno al minuto 19 rimane vocoder “spaziale” e soprattutto il ritmo, mentre il coro è adesso meno preponderante; dopo poco rimane solo il vocoder e droni di synth cosmici, prima che un nuovo ritmo più alieno di quello precedente e fiati riverberati come in uno spazio interplanetario sopraggiungano; al minuto 22 una dimessa melodia Folk accompagna il brano-fiume al finale. Indubbiamente Impossible Soul vale l’asccolto e rimane un brano significativo della discografia, ma anche qua, come nel resto dell’album, Stevens si dimostra spesso autoindulgente quando stiracchia qualche idea oltre il dovuto. In sostanza, il brano-suite poteva durare una manciata di minuti in meno, la tracklist poteva essere più magra di 3-4 brani e quest’album sarebbe probabilmente rimasto ai livelli di Illinois, con la novità di un sound con concrete differenze. Così, invece, sembra quasi un’occasione sprecata.

Carrie & Lowell (2015) è un album di Folk dimesso e intimista, il Nebraska di Stevens, diviso fra malinconie bucoliche e spruzzi di una creatività mai sopita. La title-track è dalle parti di Simon & Garfunkel ma Should Have Known Better, leggerissima e sospirata come una preghiera di dolore e malinconia, arriva dalle parti di Bon Iver e Elliott Smith, in una elegante elegia Folk che riscalda il cuore senza ricorrere a fuochi artificiali e effetti chiassosi.

Rintoccando in paesaggi eterei da Post-Rock (All Of Me Wants All Of You), riallacciandosi al Folk scarno dei primi ’60 (Drawn To The Blood; Eugene) o magari annegando nel clima impalpabile di Fourth Of July (riverberi funebri per una filastrocca fragilissima con presagi tragici) Stevens narra storie intime, confessioni, amichevoli quanto tragiche e malinconiche narrazioni di vita, morte, amore e tempo (passato, soprattutto).

Il carillon di Carrie & Lowell è una versione più sofisticata, aggiornata alla post-produzione obiqua propria del 2015, delle più sognanti fiabe Folk. Il gioiello è forse Blue Bucket Of Gold, un tintinnio lontanissimo, echi e riverberi che affogano un altro sussurro che sfocia in droni minacciosi. Come Nick Drake con Pink Moon e molti altri dopo, Stevens ha trovato modo di esprimere se stesso, le sue più intime emozioni, solo riducendo di molto la sofisticazione della sua musica. Nel suo caso il passo da The Age Of Adz (l’album con una suite di 25 min.) ad un album totalmente acustico di brani brevi avviene però inaspettatamente, risolve finalmente il problema dell’autoindulgenza di molte sue composizioni e tuttavia sembra aver sacrificato quasi completamente la vena più anarchica e creativa, quella esplosivamente incorreggibile. A questo punto è ragionevole chiedersi perché preferire le sue confessioni Folk a quelle di decine di altri artisti che hanno proposto cose simili in passato (sempre che uno sia interessato a rispondere a questo tipo di domande).

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Voti:

A Sun Came – 5,5
Enjoy Your Rabbit – 5,5
Michigan – 6
Seven Swans – 6
Come On Feel The Illinois! – 7,5
The Bqe – 4
All Delighted People – 6
The Age Of Adz – 7
Carrie & Lowell – 5,5

Playlist di brani selezionati di Sufjan Stevens

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2 thoughts on “Sufjan Stevens – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. utente anonimo ha detto:

    Ooooh finalmente ti posso commentare Sufjan…
    Tempo fa avevo scritto un commento lunghissimo ma non funzionava, e ora non mi ricordo una parola.
    Ti dico solo che io sono in grado di ascoltare Impossible Soul tutta intera anche due volte di fila. Dirò una blasfemia ma mi piace più Age of Adz che Illinois. Sì, lui ha un po' questa voglia di essere ridondante…però secondo me è geniale. La svolta elettronica secondo me era la sua. Bellissimi alcuni brani folkeggianti (mi piace molto Enchanting Ghost, ma anche molti di quelli di Illinois), ma quest'ultimo stile mi convince parecchio 🙂
    In concerto è stato grandissimo. Avresti dovuto vederlo!
    Estelin

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  2. Non esiste blasfemia, in queste cose! E poi come avrai letto non vedo molta differenza fra i due album, nel senso che metterei prima Illinois ma non così tanto più in alto. Erano mesi che attendevo questo commento, eh. Intanto io oggi sono tornato sul tuo blog, sperando in nuovi post 🙂

    Me lo raccontasti che il concerto fu fantasmagorico, e ci credo sulla fiducia. deve essere molto spettacolare e di una creatività esplosiva.

    Potrebbe essere un artista con un ottimo futuro, secondo me, nel senso che magari ha ancora molto da dire.

    Grazie del commento!

    Mi piace

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