Cat Power – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati di Cat Power

Cat Power è lo pseudonimo di Chan Marshall, una cantante ed autrice statunitense. Il batterista dei Sonic Youth Steve Shelley e il chitarrista dei Two Dollar Guitars Tim Foljahn completano la formazione.

L’esordio Dear Sir (1995) è un album dolente e spoglio, a tratti persino funereo ed irrimediabilmente notturno, diviso fra Folk e ombre di tradizioni più fragorose. Si muove su un Rock lamentoso in 3 Times e Rockets, aggiungendo dosi di tensione e di ritualismo in Itchyhead. Sulle chitarre che si lamentano ed i ritmi semplici e ossessivi si staglia la voce, divisa fra un canto glaciale à la Nico ed un tono sciamanico, poetico e visionario, che diventa a tratti disperato e catartico come quello di unja Patti Smith. Una straziata, devastata, depressa Rock-song come Yesterday Is Here, presa da Tom Waits, si apre come un canto lunare e notturno, fra lamenti di chitarre, poi trova una carica deforme, con la voce che si divide fra morbidezze e dolorosa tristezza. Avvolta in una ovatta notturna, Sleepwalker è così intima da essere commovente, ed unisce chitarre rombanti a strutture gracili e scheletriche. Un altro momento da ricordare è Mr.Gallo, una dolorosa culla fra Noise-Rock e Slo-Core. In un clima mortuario rintoccano le chitarre di Great Expectations, che rinuncia alla batteria per una scurissima litania al chiaro di Luna, con la chitarra distorta che segna il ritmo di strutture elementari. L’effetto, di grande efficacia, è quello di una versione rumorosa di un canto solitario, desolante, una sorta di incarnazione moderna del più disperato Blues, con l’anemia dello Slo-Core, la semplicità del lo-fi, le chitarre minacciose del Noise-Rock tenute a freno. Il ritmo è sovente ipnotico, l’intimismo dei brani è opprimente, l’effetto è di una terribile fragilità. Tim Foljahn con il suo chitarrismo inquietante e Steve Shelley con un batterismo scheletrico aggiungono dosi di tensione ed atmosfera fosca ad un album che richiama i modelli del Folk più intimista e sofferto, senza suonare derivativo.

Myra Lee (1996) rimane nel clima umbratile, notturno e vagamente inquietante dell’esordio, attraversato dalla medesima, lacerante intimità. Come una bambina perduta, la Marshall canta spaurita in Enough, mentre solo una chitarra dimessa la accompagna, anemica e mimetica, tranne che per qualche sussulto. Una danza per chitarre ubriache e stonate porta We All Die ad un boogie quasi canonico e distrugge un po’ della magia. Un altro Rock notturno, con qualche richeggiamento di distorsioni tenute a freno, come Top Expert e si arriva ad una desolante e depressa Ice Water che è uno di vertici di questo viaggio nella penombra, capace di regalare una grande prova al canto. Intessuta in una ninna-nanna di chitarra appena sfiorata dalle percussioni c’è Faces, con la Marshall che vola vertiginosa, fra tensioni e distensioni, ma il momento più atmosferico è Wealthy Man, chitarra dimessa, tonfi ritmici, tutta quel canto-recitazione che è a metà fra una confessione, una poesia ed un lamento. Brano scurissimo, è un tuffo emozionale in una notte buia e solitaria che consacra in qualche modo la Marshall come artista di grande carisma. L’intimità lancinante è quasi violenta in Not What You want, una sorta di registrazione lo-fi di un bisbiglio che si alza in un canto emotivamente sconquassante, lacerato, ferito, commovente, con una scheletrica chitarra a seguire questi sbalzi. L’album, che ripropone anche brani di Daer Sir, proviene dalle medesime session dell’esordio e ne condivide lo stile, aggiungendo Not What You Want, Ice Water e Wealthy Man al canzoniere maggiore.

What Would The Community Think (1996) è più Folk e più dimesso, proponendo un sussurro impalpabile con In This Hole e They Tell Me, una musica spettrale à la Red House Painters in Good Clean Fun, un intreccio di chitarra Folk, feedback e chitarre elettriche nella splendida title-track, pura magia strumentale dove la voce vibra flebile, dolcissima, come una versione femminile di Tim Buckley. Nella formazione non c’è più Tim Foljahn, e la batteria continua a fare un lavoro efficace ma sovente sceheltrico, come in Nude As The News, che nel finale si impenna in un nervoso, sofferente Folk/Rock ombroso. Un’altra confessione intima e vibrante arriva con Taking People, un momento più teso e nervoso con Fate Of The Human Carbine, piccolo gioiello di Folk spoglio che nel finale uno po’ dello sferragliare che fu dei Velvet Underground. Il sound è intimo, sovente dimesso ed intimo, ma è variegato, elaborato nella sua apparente semplicità: King Rides By, uno dei brani migliori dell’opera, è una splendida culla che si dondola impennandosi in travolgenti vertigini emotive prima della fine. Bathysphere (cover degli Smog) usa anche rumori elettronici che pigolano incessanti, continua ad impennare in climax emotivi, aggiunge persino un sensuale canto da dance-hit, anche se il clima è tragico. Ina una depressa malinconia, con chitarre elettriche che rimangono minacciosamente in secondo piano, si sviluppa Water & Air, con sonagli e canto splendidamente disperato. Il finale è forse il capolavoro dell’opera, The Coat is Always On, una sorta di sdoppiamento della personalità che ricorda certa Lisa Germano, certa Nico, certi casi psichiatrici.

Moon Pix (1998), con la collaborazione di Jim White e Micj Turner dei Dirty Three, è un album più impalpabile e trasognato, che evolve la musica dei primi album verso una sorta di rievocazione della splendida musica strumentale dei Dirty Three, segnata però dal canto intimista della Marshall e da uno spettro stilistico variegato. Degna dei Dirty Three è l’opener American Flag. Splendidamente incorporea è He Turns Down, fra Buckley e Van Morrison, un Folk per flauti che fluttua leggerissimo. Una delle ninna-nanne dei Dirty Three attraversa No Sense, mentre la Marshall volteggia leggera. Ancora più intima è Say, vagamente Jazz è Metal Heart, splendore melodico e ammaliante, e ridotta ad una sola chitarra ed una voce morbidissima e dolcissima Back Of Your Head. Altra giostra da Dirty Three su Moonshiner, altro Folk scheletrico da Nick Drake su You May Know Him.Colors And The Kids, sei minuti e mezzo di pianoforte, voce sussurrata, è una semplice magia senza fronzoli, una sorta di umilissima poesia. Cross Bones Style è più vicino ad una canzone Rock, ma è umbratile e notturna e il canto fa la differenza, con armonie vocali mistiche che si uniscono bene con l’ipnosi della chitarra: è un sottile esercizio di splendida circolarità, un brano che potrebbe andare avanti per sempre, ripetendosi ipnoticamente, come in un rito religioso. Qualcosa della musica cinese affiora in Peking Saint.

The Covers Record (2000) contiene riletture di brani più o meno celebri.

You Are Free (2003) continua sul terreno di una variegata musica intimista e sempre più varia e matura. L’album vede la collaborazione di Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) ed Eddie Vedder (Pearl Jam), fra gli altri. I Don’t Blame You è semplice ed emozionante come un brano di Drake, Free è un Rock semi-acustico che, suonato al doppio del volume ed il triplo degli strumenti sarebbe un perfetto successo Pop: così invece è un fantasma di una hit, acquista ritmo a bocconi, incespica, riparte, alla fine trova persino un coretto che intona un “free” adatto ad incendiare una folla, ma tutto dura troppo poco per diventare stucchevole ed autocompiaciuto come succede di solito in questi casi. Tornando ad una poetica notturna arriva Good Woman, chitarra distorta e voce, una sorta di nube onirica che sembra senza tempo, magnifica ed impalpabile, con piccoli dettagli ad impreziosire l’arrangiamento misurato e di grande effetto. Un altro pizzico di carica Rock in Speak For Me, fra aggressività e poetica dimessa: ascoltate il pianoforte che leggerissimo si muove su una sorta di Grunge depotenziato e crederete forse un po’ meno che si tratti di ossimori impossibili. Un tuffo nell’abisso più desolante in Werewolf, fra fiaba e delirio psicopatico, ornata di archi in secondo piano a sottolineare la tragedia. Un’altra canzone in punta di piedi come Fool, un momento più Folk/Rock, orecchiabile ma comunque ornato dal piovere cristallino dei pianoforte in He War (e la Marshall si dimostra anche ottima da canticchiare). Al limite della notte c’è Babydoll, triste e desolata, un’ombra di un Blues della solitudine. Altri voli pianistici in Maybe Not, delicata e fragile, portano a Names, abisso di desolazione, tristissima elegia, sussurrata, sommessa, arresa, commovente, uno dei momenti migliori della discografia. Terribilmente oscura Half Of You, Country malinconico suonato dai fantasmi, dolcissimo e remoto, stupendamente inafferrabile. Keep on Runnin’, forse il capolavoro di questo grande album, è un Blues per anime morte, affascinante come i fuochi fatui, e mantiene solo qualche indizio dell’originale brano di Jhn Lee Hooker. Half Of You e Keep On Runnin’ alzano di qualche spanna un album già di grande caratura. Evolution chiude fra altri bisbigli, con Eddie Vedder a sostenere la Marshall in un delicatissimo duetto, co-firmando uno dei brani più toccanti del periodo, uno scheletrico pianoforte che segna in modo sottilmente ossessivo il ritmo mentre le voci desolate, anemiche, inermi cantano con un filo di voce. You Are Free è fondamentalmente lo spettro di un album di Folk, Blues e Rock, fragile, delicato, dolce, desolante, solitario, malinconico, depresso, commovente, toccante. Compostamente rassegnato, contiene qualche momento più canticchiabile che illumina e riscalda un po’ un viaggio negli abissi più profondi dell’anima che ha pochi rivali nella storia delle cantautrici e dei cantautori.

The Greatest (2006) mantiene sostanzialemnte l’atmosfera, ma non inventa molto di nuovo. Un’altra lenta giostra come la title-track, momenti più leggeri come Living Proof, Lived In Bars, Could We. L’album scorre fluido, intimista ma meno difficile, più vicino ad una musica soft fra Soul, Jazz, Folk e Pop. Momenti come Willie e la ballata pianistica di Where Is My Love sono in questo senso nuovi vertici, ma non valgono quelli del passato. Più interessante quando la Marshall torna ad una notturna The Moon e Hate, anche se c’è poco di nuovo. Album che cerca di reinventare la carriera, The Greatest rinuncia a molto del clima desolante e solitario degli album precedenti, riducendo di qualche livello la particolarità della musica della Marshall. Love and Communication, ultima traccia, mostra perfettamente dove giunge questo percorso: un sound vagamente retrò, sessantiano, che viene reinterpretato da una grande artista.

Jukebox (2008) è un altro album di cover (in messico pubblicato con la cover di grande effetto Angelitos Negros). Alla fine quest’album di cover mostra la classicità del progetto Cat Power, ma desta anche molti dubbi su futuri lavori all’altezza del passato. Come l’album precedente, le riletture sono spesso piuttosto personali.

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Voti:

Dear Sir – 6,5
Myra Lee – 6
What Would The Community Think? – 7
Moon Pix – 7,5
Covers Record – 5
You Are Free – 8
The Greatest – 6
Jukebox – 5

Playlist di brani selezionati di Cat Power

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