XTC – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli XTC

Gli inglesi XTC sono una delle formazioni fondamentali della vena più Pop della New Wave. Nati nell’epoca del Punk, proposero una musica inizialmente nevrotica e poi sempre più radiofonica e canticchiabile, ma tutt’altro che dozzinale. Non solo la fusione di musica sessantiana e musica settantiana è spesso originale e accattivante, guidata da ritornelli entusiasmanti, ma non mancano nella discografia accenni Jazz, Ska, Punk, Reggae, Elettronica e Funk che variegano i risultati. Non si può attribuire agli XTC nessuna rivoluzione ma hanno avuto il merito di aver costruito un numero invidiabile di canzoni che, un po’ genericamente e sbrigativamente, potremmo definire gioielli del Pop/Rock melodico e creativo, lontano dalle banalità delle classifiche. Potrebbero ambire al titolo di miglior gruppo Pop/Rock del periodo del Post-Punk.

Andy Partridge e Colin Moulding non hanno niente da invidiare ai più blasonati autori Pop del secondo ‘900 ed hanno anche dimostrato di saper evolvere la propria musica dall’esordio ancora influenzato dai nervosismi Punk verso nuovi lidi, con una lunga carriera non certo impeccabile, ma capace di molti colpi di coda e di qualche relativa sorpresa.

White Music (1978) è il loro album più nervoso, agitato, teso, aggressivo. Mix di Punk, Rock, Pop e Funk, con sintetizzatori a decorare il tutto, è un album spigoloso e variegato che pesca dagli anni ’60 ma non disdegna fiammate Hard Rock, le velocità sostenute, il Power-Pop più trascinante. Dal ritornello dell’inarrestabile Radios Motion si viene catapultati sul nervosissimo Funk per epilessi ritmiche di Cross Wires, piena di sintetizzatori che aggiungono un tocco di sperimentazione. This Is Pop affoga invece nei ritornellini anni ’60, ma a passo di un riff Hard Rock. Ugualmente sessantiana è Statue Of Liberty, con altri synth scintillanti e refrain da cantare in coro. I Ramones sarebbero fieri di Into The Atomic Age, ma anche i Beach Boys in qualche modo. Il ritornello più originale ed il brano-capolavoro è Set Myself on Fire, musica scema anni Sessanta, ritmo stravagante, ritmo incalzante, momenti di sottile psichedelia e finale ansiogeno. Altro vertice è I’m Bugged, robotica e nevrotica, vagamente da horror a basso budget, un piccolo capolavoro di Dark-Pop, se così si può chiamare. Senza una sostanziale pausa, l’album si chiude con Neon Shuffle, veloce boogie elettronico e teso, stemperato dai coretti ma alimentato dai vocalizzi esaltati e dal ritmo vorticoso, pieno di fratture. Quantomeno eccentrica la cover di All Along The Watchtower, spezzettata e resa irriconoscibile per l’occasione.

Go 2 (1978) propone sia una danza robotica degna dei Devo come Mekkanik Dancing che momenti con sfumature demenziali come Buzzcity Talking e la velocissima Red. L’abilità di scrivere ritornelli divertenti si sublima nel Power-Pop di Beatown, con finale psichedelico, e nella frizzante, clownesca Jumping In Gomorrah mentre affiora una vena nostalgica con Life Is Good, venata di sintetizzatori e di una atmosfera quasi circense. Super Tuff vira sul Reggae anche se nella versione su CD in chiusura c’è Are You Receiving Me, uno dei loro migliori ritornelli, un divertente Power-Pop energico e orecchiabilissimo, da tormentone. Meno aggressivo dell’esordio, più composto e meno spigoloso, l’album inizia il percorso verso un raffinato Pop di cui gli XTC diverranno i massimi esponenti dei primi anni ’80.

Drums And Wires (1979) sviluppa i semi di Go 2, continuando a spazzolare fra generi diveri per costruire piccoli gioielli Pop orecchiabile, melodici e accattivanti e diminuendo ancora di più spigolosità, slanci sperimentali e rumorosi, rimasugli di Punk e di graffiante Hard Rock. Altri grandi numeri di fantasiosa musica orecchiabile: la più pensosa (per i loro standard) Making Plans for Nigel, il ritornellino da filastrocca di When You’re Near Me I Have Difficulty e quello di Reel By Reel, la più aggressiva Outisde World, il ballabile da discoteca guidato dalla cassa della batteria di Scissor Man, il ritornello sessantiano di Life Begins At The Hop. Il Funk esotico e caracollante di Millions, intrigante ma prolisso, precede il Funk/Jazz malinconico di That Is The Way, mostrando che la band sarà anche orecchiabile, ma riesce comunque a fuggire dal più corrivo Pop/Rock.

Gli XTC non hanno scritto canzoni rivoluzionarie ma riescono a non essere mai troppo derivativi e compensano quel che pescano dalle fonti di ispirazione con una spiccata varietà, un gusto melodico efficace e tantissimi ritornelli orecchiabili. Fra le pieghe del loro sound affiorano Beatles, Beach Boys, Talking Heads, Ramones, i coevi Devo ma difficilmente due canzoni in fila sfruttano il medesimo stile. Il gioco degli XTC è quello di suonare Pop/Rock, conservando però creatività invece di limitarsi a ripetere poche idee magari ritrite. Questa, in definitiva, la loro carta vincente.

Black Sea (1980) è una sfilata di canzoni melodiche, orecchiabili, facili da canticchiare e coinvolgenti come un motivetto d’alta classifica. Un ritmo incalzante e melodie al posto giusto spingono Respectable Street e Generals And Majors, ormai simbolo di un sound completamente lontano dalle nevrosi degli esordi. Ma è la varietà la carta vincente: Living Through Another Cuba è un’estasi ritmica, Love At First Sight gioca con la discoteca ed il Reggae, Paper And Iron nasconde un ritornello in una giungla di ritmi e scintillii Funk, la marcetta da vaudeville di Sgt. Rock è un’altra perla di Pop creativo. La melodia à la Beatles (in particolare Love Me Do) montata su un frastuono di violini, synth ed un ritmo ballabile Funk in Smokeless Zone dimostra come una citazione immersa in un contesto completamente diverso è il segreto degli XTC: riconoscibili, divertenti, immediati ma non risaputi. Due momenti sono almeno atipici: The Somnambulist, battito cardiaco e canto sussurrato, e soprattutto Travels In Nihilon, 7 minuti di ritmo vorticoso, canto sofferente, drammatico, una sorta du Industrial-Punk fragoroso che merita un posto d’onore nel loro canzoniere.

L’imponente English Settlement (1982) è un doppio vinile che supera i 72 minuti. L’opera è probabilmente l’apice del Pop elaborato degli XTC, il punto di approdo di uno stile che si è fatto più melodico e smussato rispetto agli esordi, ma che non rinuncia a pescare da varie tradizioni, infarcirsi di ritmi e di sintetizzatori e ornarsi di ritornelli gradevoli senza mai prestarsi troppo a corrive imitazioni ritrite. Ball And Chain è quasi Ska, Senses Working Overtime è desolata come certo Post-Punk ma orecchiabile come un Pop/Rock, Jason And The Argonauts è un delizioso Power-Pop da ballare, Yacht Dance è uno di momenti migliori, un flamenco esotico e malinconico, a tratti persino bucolico. Echi tropicali à la Talking Heads affiorano in Melt The Guns, anticipano il ritornello appiccicoso ma immediatamente efficace di Leisure, piena di pause. Un altro momento da ricordare è It’s Nearly Africa, danza tribale che è un pazzoide Funk tribale. Kunuckle Down è un luminoso Ska da canticchiare, Fly On The Wall, il capolavoro dell’album, un improbabile, eccentrico, stravagante Psych-Folk elettronico, una sorta di Syd Barrett da discoteca, passato da un trattamento a base di synth. Altri ritmi arrivano con la saltellante English Roundabout e il Funk/Reggae di Snowman. Non si tratta di un album epocale, capace di inventare uno stile nuovo e rivoluzionario, ma si tratta solo di uno dei più grandi album Pop/Rock degli anni ’80; “solo”. Ed è una sorta di ricercata, variegata, fantasiosa forma di musica melodica, segnata comunque dalla personalità della band e tutt’altro che insipida ed usa-e-getta. Anzi, forse è proprio una non totale immediatezza che impedisce all’opera ed alla band di sbancare con vendite milionarie.

Mummer (1983) torna all’album singolo ma non rinuncia a modificare leggermente le carte in tavola. I ritmi sono sempre cangianti e coinvolgenti ma il mood si fa ancora più rilassato, meditativo, sereno, pacifico. La tribale Beating Of Hearts è un po’ ingannevole, in questo senso, perché precede il Folk bucolico di Love On A Farmboy’s Wages ed il Reggae da World Music di Human Alchemy, per non parlare del Jazz umbratile ed impalpabile di Ladybird, forse l’apice dell’opera. In sostanza si tratta di un calo qualitativo, come se dopo la scorpacciata di English Settlement la band ripiegasse su un sound meno ambizioso, che ricorda un Pop più semplice, prevedibile, anche se non ancora di bassa qualità (si intravedono numerosi richiami ai Beatles, per esempio).

The Big Express (1984) segna un ritorno ad un sound spigoloso, duro, di matrice Rock. Dal Funk Rock con momenti atmosferici di Wake Up alle frustate ritmiche di Shake You Donkey Up, passando per l’Heavy Metal doppiato da fiati assordanti e clapping ossessivo di Reign Of Blows ed ancora il ritmo febbrile, meccanico, di The Everyday Story Of Smalltown, con un finale fra Merseybeat e una marcetta a tutta velocità, si capisce che c’è stato un chiaro cambiamento verso un suono più aggressivo. Anche in un numero più Pop, come You’re The Wish You Are I Had, non si rinuncia a percussioni tuonanti e chitarre con sprazzi quasi rumorosi. In mezzo a queste suono energico si distingue la spettrale This World Over, vertice dell’opera assieme al finale con Train Running Low On Soul Coal, Funk veloce, battito Industrial, caocofonie di chitarre, ritornelli melodici ed ariosi contornati da momenti fragorosi ed un finale che unisce un invasato canto da foresta pluviale con un baccanale assordante. L’album sembra portare nuova aria alla formazione, nonostante sia difficile non notare come si tratti in parte di un ritorno al loro stesso passato.

Skylarking (1986) riduce la sperimentazione e raffina meticolosamente un Pop barocco, certosino, scintillante, arrangiato e prodotto con la perizia dei grandi successi. Tutti brani sui tre minuti, figli di quella tradizione di Pop elaborato dei migliori Beatles, di certi Beach Boys, dei Kinks ed in definitiva una fusione fra anni ’60, ’70 ed ’80 che vive in un clima quasi sempre sereno, solare, decorato sovente da quell’intervento orchestrale di archi tanto caro al Pop più elaborato. In questa rievocazione piena di armonie vocali, melodie morbide e di sicuro impatto, queste strutture risapute che si dividono fra un Pop professionale ed un’ombra di creatività gli XTC sbagliano poco e nulla, nel senso che l’album è praticamente impeccabile nel suo genere. Scorre come scorre Pet Sounds ed i suoi simili, ma non lascia qualche vera invenzione, qualche momento memorabile. Si tratta dell’album più Pop degli XTC, epurato dei nervosismi, delle grande elaborazioni ritmiche, dell’onnivora forza di molti album precedenti, ma è, anche e soprattutto, il loro album più compatto, quasi monotono, montato tutto su melodie e ritornelli, con vari tocchi di stili diversi ma praticamente niente che desti un vero effetto sorpresa (Grass, The Man Who Sailed Around His Soul, Big Day, Dear God per fare qualche nome fra quelli più ricordevoli).

Oranges And Lemons (1989) è un’altro album smaccatamente Pop. C’è Mayor Of Simpleton, Poor Skeleton, Scarecrow People, Miniature Fun e tutta una bella compagnia di brani orecchiabili, canticchiabili, godibili, forse una sfilata di canzoni meno impeccabile di Skylarking ma comunque godibile. Ma non vi aspettate granché, si tratta di qualcosa che negli stessi XTC avreste potuto già ascoltare, figlia delle fascinazioni Etno-Pop ed Etno-Funk del periodo, della World Music e dei luccicosi anni ’80. L’album vendette meglio del previsto.

Nonsuch (1992) non va molto più in là ed a partire da The Ballad of Peter Pumpkinhead ripete il loro passato ed un Pop ormai antiquato. Evidentemente era facile passare da essere un gruppo di Pop creativo ma melodico ad essere solo un gruppo di professionisti del Pop, abili confezionatori di brani ma con poca creatività ed inventiva.

Apple Venus Vol.1 (1999) torna dopo 7 anni di silenzio e ritrova un po’ di sperimentazione. A partire da River Of Orchids, una danza fra Enya e Peter Gabriel, ma poi avvolta in un turbine di voci che esaspera le idee di Beatles e Beach Boys, c’è qualcosa che sembra segnare un qualche ritorno ad un sound più interessante. Si riesce a divertirsi ancora con Frivolous Tonight, una filastrocca degna di Walt Dinsey, e Green Man porta nel medio oriente, terra non proprio inedita musicalmente, ma meno battuta delle campagne e delle spiaggie che spesso apparivano nell’immaginario degli album precedenti (via Folk e Surf). Alcuni episodi, in particolare Harvest Festival, fanno ancora parte di quella risma di Pop barocco, elegante, orchestrato che riesce loro tanto bene quanto è stantio.

Wasp Star (2000) è in sostanza Apple Venus Vol.2 e raccoglie brani meno complessi, divisi fra motivetti Pop/Rock e Folk. Motivetti innoqui come Playground, un Hard Funk come Stupidily Happy, canzoncine come We’re All Light o Standing In For Joes si aggiungono semplicemente ad un lunghissimo elenco. Meglio fa You And The Clouds Will Still Be Beautiful, Funk-Pop esotico, ed un po’ di energia Hard Rock in The Wheel And The Maypole ma nel 2000 si può chiedere molto di più, anche ad un gruppo “Pop”.

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Voti:

White Music – 7,5
Go 2 – 7
Drums And Wires – 6,5
Black Sea – 7
English Settlement – 7,5
Mummer – 6
The Big Express – 6,5
Skylarking – 7
Oranges And Lemons – 6
Nonsuch – 4,5
Apple Venus Vol.1 – 5,5
Wasp Star – Apple Venus Vol.2 – 4

Playlist di brani selezionati degli XTC

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