Foo Fighters – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Foo Fighters

I Foo Fighters sono il progetto di David Grohl, già dietro le pelli negli statunitensi Nirvana. La nuova avventura è all’insegna di un suono che parte proprio dal Grunge dei Nirvana, mischiandolo con melodie orecchiabili, elementi Hard Rock e molte ballate, anche con ampi momenti acustici. Il risultato è un sound potente, aggressivo, radiofonico e adatto al pubblico del Post-Grunge.

Sull’esordio Foo Fighters (1994, pubblicato nel 1995) Grohl suona tutto da solo e confeziona un delizioso album che è facile da canticchiare, potente e guidato da una potenza ritmica spesso migliore dei riff di chitarra. L’Hard Rock melodico e veloce di This Is a Call, il Grunge à la Nirvana di I’ll Stick Around, la ballata ruffiana Big Me, il ritornello facile da cantare di Alone + Easy Target, l’Hardcore melodico di Good Grief mostrano subito l’anima dell’album, senza niente di davvero originale, ma tutto ben oliato, dando un colpo alla botte dell’energia Hard Rock ed un colpo al cerchio della melodia Pop. Floaty, debole brano melodico più elaborato e con cambi di ritmo, e l’assalto violento Weenie Beenie, un sudato e volgare Rock’n’Roll in salsa Death Metal mostrano momenti più creativi, anche se non esattamente originali. La ballata originale arriva con X Static, che ha un approccio meno stereotipato. La rumorosa Exhausted si dilunga nei suoi 6 minuti ma evidenzia una quasi netta ripartizione dell’opera: nella prima parte, brani di sicuro impatto, fra melodia e potenza, nella seconda qualche tentativo più creativo, con alti e bassi.

Fatto sta che la fusione di melodia e slanci aggressivi è vecchia almeno quanto il Grunge di cui Grohl faceva e fa in qualche modo ancora parte e a sorreggere questi brani c’è soprattutto qualche ritornello, l’immediatezza e poco di più.

The Colour and the Shape (1997), con Grohl assieme a una vera band, è più ruffiano. Monkey Wrench è roba da college che i ragazzini fra Hardcore e Grunge producono a pacchi. Il Grunge melodico e Pop-izzato è noioso, risaputo e poco intrigante (Hey, Johnny Park!, My Poor Brain, Up in Arms, My Hero e la migliore del lotto Everlong) e quello più ruggente è stato profuso dalle radio in quell’epoca a bancali (Wind Up, Enough Space). Il Country di See You è, forse, divertente. February Stars è il momento con commozione a comando, poi esplode in un Hard Rock lento (yawn). Tutta acustica Walking After You, da evitare alla guida. New Way Home parte melodica e diventa aggressiva, con (spero per loro) stupore degli ascoltatori. Se Foo Fighters era un dischetto da ascoltare a ripetizione senza troppo impegno, The Colour And The Shape è una versione radiofonica del Grunge, piena di momenti noiosi.

There Is Nothing Left To Lose (1999) prosegue su quella strada, quel luogo musicale dove Rock classico e citazioni vengono tenute a galla dalla professionalità di un musicista d’esperienza, da una fama planetaria, da tanti decibel ed un pacchetto di melodie non particolarmente originali. Una musica Lounge e psichedelica guida Stacked Actors, ma in generale tutta l’energia serve per incendiare ritornelli ritriti. Breakout è sostanzialmente Power-Pop da college, aromatizzato Hardcore; fa coppia con la peggiore M.I.A.. Innocua Learn To Fly, roba da telefilm di cuori infranti di basso budget. Aurora, Headwires e Next Year replicano allungando gli sbadigli. Un passo semi-Ska non salva Gimme Stitches, avvolta da soliti chitarroni, da melodie corrive e compagnia bella. Aromi Emo per Generator, sessantiani per Ain’t It the Life. Si tratta di una paccottiglia di Grunge/Pop e Power Pop che sembra un catalogo di luoghi comuni.

One By One (2002) trionfa dove Grohl meglio trionfa: inni di Rock energico, un po’ banale ma comunque efficace, soprattutto se saparato a 110 dB. Ecco quindi All My Life e la turbinosa ritmica di Low, quest’ultima una versione quasi epilettica dello Stoner Rock. Nessuna delle due è un capolavoro e tantomeno lo è Times Like These, un viscerale canto e poco più. Chris Shiflett, nuovo nella formazione, sembra aver portato chitarre più incisive, ma permangono momenti imbarazzanti come Overdrive. Echi di Queens Of The Stone Age affiorano a tratti, ma la vicinanza di Grohl alla band è cosa nota.

In Your Honor (2005) azzarda un doppio disco, primo CD elettrico e secondo CD acustico. Pretestuoso fare un doppio per 83:17 minuti di musica, se poi anche i contenuti sono trascurabili. Un altro Power-Pop possente, degno dell’esordio, è No Way Back ma il vertice giunge con Best of You, drammatica, melodica e poi esplosiva, tutta adrenalina e malinconia, come insegna l’epica del Rock da stadio. Peccato che il primo disco poi regali davvero poco altro (la ballata elettrica Post-Grunge The Deepest Blues Are Black). Il secondo disco è soprattutto sul modello della ballata acustica e Folk/Pop intimista. Ci vuole John Paul Jones al piano per Miracle, il momento migliore, e Norah Jones nella jazzata Virginia Moon. Nel complesso, l’album sembra ben oltre le capacità della formazione, che 83 minuti di musica da ricordare non l’ha prodotta in tutta la carriera. Miracoli del CD a basso costo, forse, o dell’esaltazione di un musicista di fama.

Echoes, Silence, Patience & Grace (2007) torna al disco singolo e quando picchia forte riesce in The Pretender, ma troppo spesso si tratta di roba ritrita presa dal calderone Post-Grunge più o meno aggressivo. L’alternarsi piano forte e la ballata che pian piano cresce si ripete ancora in Come Alive, mostrando una ottusità ed una monotonia da ricordare. Per il vostro party universitario potete utilizzare Cheer Up, Boys (Your Make Up Is Running). Come con gli ospiti di In Your Honor, ecco che ci pensa Kaki King a far la differenza, su Ballad Of The Beaconsfield Miners. La novità, non proprio entusiamante, è Grohl che fa il crooner piagnucoloso in Statues e Home, terribili imitazioni del più corrivo Pop trimone, con tanto di pianoforte.

I contrasti piano/forte, le canzoni melodiche che si concludono con urla e chitarre ruggenti, i ritornelli sostenuti da un assalto Hard Rock/Grunge sono tutto quello che i Foo Fighters sviluppano, e non è niente di tanto originale. Si tratta, in fondo, di una proposta radiofonica ed orecchiabile che, quando va bene, scorre via e inietta qualche dose di adrenalina.

Wasting Light (2011) punta tutto sulla potenza, e scuote finalmente un po’ questa musica ribelle un po’ senile. Bridge Burning è un urlato, fracassone, melodico Hard Rock/Post-Grunge con intrecci di voci, battere ossessivo, riff vomitati dalle chitarre.

Si tratta di una summa di molti trucchi dell’Hard più radio friendly degli ultimi quindici anni. Ma c’è di più, per esempio Rope, con una partenza da Math Pop/Rock, qualche chitarra stonata e Noise, un ritmo elaborato. Bob Mould degli Husker Du duetta in Dear Rosemary, brano più malinconico e il migliore della discografia meno spigolosa dei Foo Fighters, drammatico ma un po’ meno invischiato nella struttura piano-forte-fortissimo. I più aggressivi Queens Of The Stone Age sarebbero invidiosi di White Limo, un Rock corazzato, urlatissimo, distorto e sporco, esaltato ma con sempre un po’ di melodia.

Poi Alandria, luccicante Hard Rock da stadio, qualche sfumatura Country per l’Hard Rock da anthem di These Days, e quindi qualche momento minore (Back And Forth, A Matter Of Time, Miss the Misery). Una sorta di Grunge orchestrale è proposto I Should Have Known, a impreziosire la fine del disco con uno dei vertici della carriera, prima dell’ennesima ballata prima morbida, poi sempre più forte ed aggressiva, di Walk, invero una sorta di modello di questo stile musicale dei Foo Fighters: da cantare urlando, con tutto il trasporto possibile, senza pensare troppo al fatto che è forse la ventesima volta che ripropongono una struttura simile.

Wasting Light è, in definitiva, l’album migliore fra quelli che hanno seguito l’esordio. Somma, complica, variega le idee della band in episodi come Bridge Burning, Rope, Dear Rosemary, White Limo, I Should Have Known alternando nuovi ingredienti a versione riviste, riproposte e perfezionate di vecchi modelli, buone da cantarsi allo stadio. Per gli ascoltatori di Hard Rock e (Post)Grunge potrebbe essere uno degli album dell’anno, per la Storia della Musica e non dei successi popolari, però, temo che valga molto meno.

Sonic Highways (2014) punta sul sicuro, con soli otto brani con il graffiante momento di The Feast And The Famine e su tanti momenti più sedati e senili, come Subterranean.

Concrete And Gold (2017) fa il verso agli Who in T-Shirt, trova una violenza viscerale degna dei Nine Inch Nails più disturbati in Run e La Dee Da, e rispolvera l’Hard Rock magniloquente dei Guns n’ Roses in The Sky Is A Neighborhood. Persino la tradizione Folk trova posto con Happy Ever After. Grohl sembra finalmente cresciuto in Dirty Water, una complessa ballata esplosiva che fa coppia con la title-track finale, lenta e psichedelica, come una rilettura fragorosa dei Pink Floyd. Da punti di riferimento dei rockers rimasti, i Foo Fighters non tradiscono le aspettative: guardano quasi sempre al passato, puntano sui trucchi di sempre e fanno perno sul mestiere dei veterani.


Discografia

Foo Fighters 1995 7
The Colour and the Shape 1997 6
There’s Nothing Left To Lose 1999 5
One by One 2002 5,5
In Your Honor (2 CD) 2005 5,5
Echoes, Silence, Patience & Grace 2007 5,5
Wasting Light 2011 6,5
 Sonic Highways 2014  5,5
Concrete And Gold 2017  7

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