Coldplay – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Coldplay

I Coldplay sono una delle formazioni di maggior successo a cavallo dei due millenni provenienti dall’Inghilterra. Fautori di un sound malinconico erede del Brit Pop e della musica inglese. In loro si intravedono Blur, Verve, Smiths, Radiohead, U2 ma fondamentalmente è un gusto melodico elegante ornato dalla chitarra di Jonny Buckland e la voce di Chris Martin, cantante abile ed emozionante, a guidare il meglio della loro produzione.

Parachutes (2000) è un album che si muove fra melodie morbide, soffuse, qualche ritornello orecchiabile, qualche riff di chitarra da ricordare, Martin che fra falsetto e ninna-nanne tiene per mano l’ascoltatore e lo guida in questo viaggio sonoro. Di sorprese incredibili non ce ne sono, ma di brani di Pop/Rock da antologia, sì. Partiamo dai momenti meno entusiasmanti. Forse Sparks è troppo dimessa per risultare anche interessante e la title-track è così intimista da far tenerezza, seppure abbia poca personalità. La culla vagamente psichedelica High Speed già basta però a trafugare qualche lecito dubbio su questa band dai suoni levigati ma Everything’s Not Lost, pur con il suo fascino, risulta un po’ risaputa nelle pose piagnucolose, nel pianoforte triste. Tre motivi per ascoltare l’album, però, ci sono: Don’t Panic, degna di una versione in grande spolvero degli U2, con una scintillante chitarra leggermente psichedelica, una struttura che sembra procedere circolarmente, due minuti e poco più che sono fondamentalmente una filastrocca onirica; Yellow è il brano-hit dell’album, un buon Pop/Rock levigato; la pianistica Trouble, piena di pause e silenzi ad effetto, è il modello della loro canzone commovente, e riesce nel suo intento. Non è tutto hype, insomma, quello intorno ai Coldplay. Quest’esordio, lungi dall’essere un’album epocale, contiene comunque tre momenti che meritano citazione ed uno, Don’t Panic, che è un piccolo gioiello del Pop di inizio millennio. Tutta la scaletta è misurata ed evita di affogare nella banalità, così che quando non attira granché attenzione, quantomeno galleggia in un morbido, malinconico, quasi impalpabile Pop/Rock.

A Rush Of Blood To The Head (2002) contiene il carillon ammaliante, guidato ancora da una buona prova di Martin, di In My Place: brano un po’ banale, ma orecchiabile, godibile, interpretato da un cantante con qualità sopra la media. Un’altro brano pianistico trasognato arriva con The Scientist ma si deve arrivare a Clocks, ancora reminescente degli U2, per avere qualcosa che valga Yellow ed i momenti migliori dell’esordio. Questa volta i momenti peggiori iniziano ad essere degni dello “skip”: Green Eyes e Daylight, doppietta sottotono, e Amsterdam, soporifera sonata pianistica con esplosione finale. A Whisper cambia le carte in tavola proponendo un ruggente chitarrismo unito a melodie trasognate, con un effetto psichedelico originale. A Rush of Blood to the Head e Warning Sign sono due ballate un po’ banali. Nel complesso l’album, sempre levigato e morbido, si dimostra inferiore all’esordio, con momenti da dimenticare e meno da ricordare.

X & Y (2005) ha un suono ancora più levigato e morbido, prodotto in modo sempre più imponente e meticoloso, ma sempre più privo di qualcosa di originale. Non si può parlare di un album non professionale, anzi What If, Square One, i soliti richiami U2 di White Shadows aprono l’opera in modo da mimare degli esempi di preciso Pop/Rock, senza però carisma ed originalità. Fix You è una delle loro più commoventi ballate, crescendo che diventa corale e degno del Post-Rock. Il riff di chitarra migliore è quello di Talk, preso da Computer Lover dei Kraftwerk. La senile title-track apre per Speed Of Sound, altro brano guidato dal pianoforte un po’ autocitazionista, e poi una più aggressiva Low, una senile The Hardest Part, la più soffusa ma poi esplosiva Swallowed in the Sea. In definitiva però il disco è stanco, ripercorre uno stile di ballata che è ormai risaputo, difficilmente trova la quadratura con brani accattivanti. Un album che sicuramente piace al grande pubblico, pulito, professionale, ammiccante quanto basta, che azzarda poco ma lavora di fino. In definitiva, però, il meno interessante a livello storico. Dura anche 64 minuti, troppi rispetto all’ispirazione.

Ci vuole Brian Eno a fungere da soluzione per questa formazione giovane ma già arenata nella senilità di un sound che si ripete. Viva La Vida (2008), grazie al mostro sacro inglese in veste di produttore, guadagna una varietà sonora inedita. Un suono ottantiano apre lo strumentale (!) Life in Technicolor, mostrando da subito che il vento è cambiato: ritmica ballabile, ritmo incalzante, melodie scintillanti. Da una nebbia Ambient fuoriesce Cemeteries of London, altro ritmo danzabile, momenti corali e Lost! è un mix di organo da chiesa e battiti di mani, con percussioni etniche. Radiohead anemici e Pop/Rock d’assalto si susseguono in 42, nell’ultima parte con richiami di Arcade Fire. La questione è fare un Pop/Rock fantasioso, citando o ispirandosi a qualcosa di diverso dai soliti punri di riferimento della band. Quanto sia rimasto dei Coldplay non è dato saperlo, certamente fa notizia nel contesto il ritmo Techno di Lovers In Japan. Reign of Love fa comunque addormentare, nonostante i violini arabeggianti non stupisce neanche Yes e così si giunge a Chinese Sleep Chant, ritmo incalzante e chitarre sferraglianti, con “soundscapes” soffusi che si delineano: roba da Post-Punk, ma comunque una delle “variazioni” più intriganti. La miglior fusione fra passato e presente la fa la title-track, noiosa come una loro ballata risentita ma arrangiata in modo originale. Altre nubi Ambient avvolgono Violet Hill, poi a passo Ska uno stravagante Pop/Rock con il ritmo che quasi si “incaglia” ciclicamente. Scintilla un carillon psichedelico in Strawberry Swing e così si arriva a Death and All His Friends, prima soffusa e poi di nuovo avvolta in un clima da Arcade Fire, ritmo pulsante, voci in coro con sovratoni religiosi e rituali. La soffusa, elettronica, futuristica The Escapist chiude un album dove l’impronta di Eno (probabilmente) è marcata e decora i brani, iniettandoli di momenti da ricordare, di variazioni stilistiche, di echi Ambient, di droni, di manipolazioni elettroniche. Si tratta, ed è mio lecito dubbio che sia merito soprattutto di Eno, dell’album più variegato della loro carriera. I momenti migliori sono l’intro e l’outro (Life in Technicolor, The Escapist) e Violet Hill, tre brani dove, se non c’è merito di Eno in persona, perlomeno ci sono forti richiami al suo lascito musicale. Anche gli Arcade Fire possono probabilmente vantare di aver ispirato qualcosa dell’opera, in vari momenti.

Mylo Xyloto (2012) si apre con un sound in linea col il Pop/Rock del periodo: Hurts Like Heaven suonerebbe plausibile su un album degli Hurts o dei Killers. Va meglio quando tornano ad una atmosfera trasognata come in Us Against The World, che purtroppo oltre all’atmosfera ha una struttura banale con poco altro che qualche richiamo ad un intimismo quasi religioso. Up In Flames, prosegue questo discorso intimista, sempre senza sorprese. Every Drop Is A Waterfall è la risposta alla domanda: come suonerebbero gli U2 se fossero diventati famosi un decennio dopo? La collaborazione con Rihanna in Princess Of China farà la gioia delle radio degli studi dentistici. Un album senza ambizione, il peggiore della loro carriera, nonostante un sound rileccato.

Ghost Stories (2014) opta per un suono piuttosto elettronico, ma gravita attorno al solito Pop malinconico, struggente e ricercato che la band proponeva anche su Mylo Xyloto. Questa volta, tuttavia, mancano spiragli di vera luce in una raccolta dimessa che lambisce la disperazione più volte, pur senza vero dramma, se si esclude il ballabile à la Avicii di A Sky Full Of Stars. Il singolo Magic è in pieno Coldplay-style, solo aggiornato al 2014, con una sofisticazione produttiva che deriva dai vecchi esperimenti di Brian Eno. Il mix di elettronica e suoni caldi, come si sente in Ink e Another’s Arms, rievoca Telefon Tel Aviv e Alt-J, pur con molte dosi di semplici melodie Pop. Midnight, prodotta non a caso da John Hopkins, è il brano migliore, visionaria fantasia Minimal-Techno sullo sfondo mentre scorre una preghiera digitale con voce filtrata. Non c’è nulla di sensazionale, ma nelle sue nove canzoni in 40 minuti, nella sua compostezza e nella sua profonda emotività l’album fa meglio di molti altri della discografia. Questa, per una band discontinua e sopravvalutata dalla critica da sempre, è comunque una notizia.

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Voti:

Parachutes – 6,5
A Rush Of Blood To The Head – 5,5
X & Y – 5
Viva La Vida – 6
Mylo Xyloto – 4
Ghost Stories – 5,5

Playlist di brani selezionati dei Coldplay

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