Vampire Rodents (+Ether Bunny) – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Vampire Rodents

Fra i gruppi più fantasiosi, incorreggibili, incatalogabili e talentuosi della musica del secondo ‘900 i Vampire Rodents posso vantarsi di avere pochi rivali.

Questa band statunitense composta da Daniel Vahnke (nome in codice Anton Rathausen) e da Victor Wulf nella prima incarnazione ha conosciuta un numero notevole di comparse, aggiunte, collaborazioni. Vahnke, chitarrista e cantante, rimane però il centro principale dell’opera della band, il minimo comun denominatore di un percorso artistico che è fra i più complessi ed entusiasmanti degli anni ’90, con pochi rivali anche nelle altre decadi del secondo ‘900.

Le peculiarità della carriera sono, col senno di poi, riassumibili così:
– formazioni flessibile, soprattutto per quanto riguarda il ruolo di cantanti;
– plurilinguismo spiccato: Inglese, tedesco, Cinese e persino Latino;
– strumentazione e tavolozza sonora praticamente infinita, che unisce tradizione Classica, Jazz e Rock insieme ad altre centinaia di sfumature;
– perpetuo mutamento: ogni elemento sonoro permane solitamente poche decine di secondi, a volte anche pochi attimi, prima di mutare, di cangiare, di trasformarsi;
– collage multicromatico: la musica si compone sovente di collage che non conosco limiti di genere o di stile, capaci di essere visti come riassunto della musica delle ultime decadi ma anche come totale rifiuto dei paletti costituiti da pubblico e critica;
– testi variegati: interessandosi di politica, di umorismo nero, di flosofie stravaganti, i Vampire Rodents annullano qualsiasi possibile etichetta che non sia un’etichetta farlocca (onnicomprensivi o onnivori);
– mutazione discografica: ogni album è un discorso a parte, fotografia di un processo evolutivo continuo.
– essenzialità: è molto difficile trovate momenti di stanca ripetizione o di noiosa prolissità seppure gli album sforino anche i 70 minuti;

Questo elenco non basta comunque a trasmettere il senso di complessità, varietà e fantasia che le opere maggiori dei Vampire Rodents trasmettono. Riassumere le loro oepre è riduttivo perchè le loro opere rimangono sostanzialmente irriassumibili: essere irriassumibili, troppo complesse, troppo elaborate, le rende uniche e spesso eccezionali.

La intensa carriera della band parte da War Music (1990). C’è poco che non merita attenzione: il lamento industriale e sguaiato di Dumme Weisse Menschen prosegue idealmente nell’altro affresco meccanico di Fragrance of Christ, con un uso “comico” delle voci. The Ninth Floor propone in un Industrial meccanico e ringhiante un’Elettronica per sintetizzatori con campionamenti vocali eccentrici e arrangiamento sui generis. L’inno industriale e tribale di Mummified, l’Hip-Hop/Funk/Industrial di The Tide Returns, la musica da ballo per voci deformate e ripetizioni ossessive, con drum machine elaborate, di Momentous ed il proclama tribale di Friktion danno un’idea delle potenzialità della formazione. Success è un’altro ballabile cantato da licantropo eroinomane e segnato da qualche campionamento vocale. L’album soffre di qualche monotonia, soprattutto per i loro standard futuri, e verte fondamentalmente sui suoni dell’Industrial, reinterpretato con personalità, almeno nei casi migliori. I brani maggiori sono però i semi del futuro: Meat è un mix di comizio delirante, campionamenti e ritmi ballabili e sintetizzatori; Pla Man è un incubo industriale cantato in cinese (!) avvolto da suoni al ralenti; Autocannibalism è una depressa elencazione di abomini turpi, campionamenti pazzoidi, ritmi meccanici; Abortion Clinic Deli è una canzoncina demenziale per bambini al karaoke che poi diventa un Funk sintetico… tema prescelto? Cottura di feti abortiti nel microonde!

War Music è un’album immaturo, nel senso che i Vampire Rodents si presentano ancora incapaci di mostrare le loro peculiarità. Se fosse finita qua la loro carriera, sarebbero rimasti fra le stranezze del Rock, curiose e accattivanti, ma poco di più.

Premonition (1992) mostra il primo salto di qualità. Andrea Akastia a violoncello e violino aggiunge elementi di musica Classica al repertorio, ma il collage sonoro si è evoluto per fantasia e varietà stilistica, l’Industrial rimane un modello ma spesso è poco più di uno scheletro. Il discorso musicale si fa astratto, l’alternarsi di idee incorreggibile, il clima più sperimentale e, per l’intensità dei contrasti, anche comico. Si possono scorrere i ventuno brani senza trovare molto da trascurare. Il primo brano maggiore è proprio l’opener Babelchop, deriva Industrial per recitazione demoniaca/licantropa e musica Classica inquietante, Funk, cacofonie assortite, Synth Pop. L’esilarante apertura di Ovulation è un esercizio di collage pazzoide, senza una forma etichettabile facilmente e ben rappresenta una tendenza dell’intera opera (senti anche Babyface). Subspecies è una danza di guerra metropolitana per voci effettate e rumori di traffico, treni, dialoghi fuori luogo, basso paludoso e labirintico. Vulvasaurus in poco più di un minuto è Pow-Wow, fanfara, sfarfallii di pianoforte, scampoli Jazz, bocconi di opea lirica. Annexation è una sorta di Trip-Hop orientaleggiante vicino all’Ambient per leggerezza ma anche alla World Music ed alla New Age. Lo sfoggio di fantasia è spaventoso. Tenochtitlan è una danza di guerra per arrangiamenti epici e sinfonici. La Classica e la sperimentazione fra atonale e imponente impianto sinfonico partoriscono Dresden, un esercizio di cacofonia, variazioni e accostamenti inaspettati, un tour de force di destabilizzazioni. Nell’avanguardia elettronica si muove Sitio, mostro informe ed alieno di voci sub-umane in marcia eterna verso l’inferno, verso la più nera disperazione, verso la marciscenza: quanto cupo Rock gotico e oscuro invidierebbe una composizione di tale caratura. Deicide alterna Classica sbilenca a scatti ritmici, recitati, momenti à la Big Black per un altro vertice assoluto della discografia. Infection è un collage così stravagante e fantasioso, per metallofoni, musiche da film, percussioni disparate, recitati vari ed eventuali, mostri sonori assordanti e compagnia bella che è un concentrato esplosivo di rifiuti musicali, di cannibalizzazioni sonore. Dopo questo trittico impressionante arriva Rodentia Ostinati I & III, Classica per campionamenti vocali demenziali, un’altro brano-collage di grande caratura e senza confini come Dante’s Shroud ed uno strumentale dove il violino si piega e contorce fra varie sevizie (Waterhead). Una musica da insostenibile suspense avvolge Demon Est Deus Inversus, altro strumentale, altro vertice altissimo, collage onnivoro, mix incorreggibile. Book Of Job, altro grande momento, tenta un incubo da colonna sonora dove l’ossessione per le voci si fa inquietante ed agghiacciante affresco di una post-apocalisse. Un’estasi sacrale si alza su Apparition portando così alla conclusiva Colonies, 8 minuti abbondanti di Ambient/Cosmica dai toni funesti.

Opera imponente, difficile, destabilizzante, Premonition palesa l’abilità dei Vampire Rodents. Il modello del collage non è l’unico perpetrato, seppure l’idea di un collage onnivoro sia così ampia da garantire per sé varietà. Brani di sperimentazione Ambient, Cosmica, Classica assieme a momenti da colonna sonora di grande atmosfera variegano un’opera ostica, erede per certi versi di Frank Zappa, dei Residents, di Foetus, di Brain Eno, di Klaus Schulze, Tod Dockstader, Conlon Nancarrow ma fondamentalmente originale.

Lullaby Land (1993) è figlio di questa musica senza confini e segna un vertice assoluto nella musica del periodo. A Andrea Akastia, Daniel Vahnke e Victor Wulf si unisce una serie di collaboratori (Marc C. Bennet, Dan Grotta, Jared Hendrickson). Lo stile musicale è ormai di una complessità unica: al variare continuo dei ritmi si affianca il continuo variare degli stili. A questo doppio circuito segue un terzo, più ampio, quadro d’insieme dove la variazione costante è restituita dagli stessi 21 brani dell’album, che spazzolano in lungo ed in largo la Storia della Musica. Se l’Industrial rimane in qualche modo un elemento riconoscibile, l’Heavy Metal (anche Death Metal e Thrash Metal), il Funk, la Classica, l’Elettronica d’avanguardia, il Noise-Rock, il raga indiano ed il Jazz si mischiano in forme sempre diverse. Lullaby Land è un monumento alla varietà, complesso intricato, asfissiante, claustrofobico, inquietante ma, contemporaneamente anche divertente, venato di un humour pregno di gag horror, di violenza, di accostamenti dissacranti. I brani più complessi meriterebbero recensioni proprie. Trilobite, per esempio, unisce un pigro sax Jazz, ritmi tribali, Hip-Hop, Industrial, Noise-Rock. I generi si accavallano, si mischiano, sfumano, si sovrappongono, mostrando al contempo come la loro distinzione possa diventare un mero esercizio di catalogazione, come la musica sia onnicomprensiva ed ampia ben oltre le etichette (almeno quella dei Vampire Rodents). Gli archi pensosi aprono l’incubo industriale recitato come una nenia Dark Wave di Catacomb; poi attacca una sfuriata Death Metal doppiata dai violini inquieti, mentre una voce licantropa sguaiata vomita un recitato sulfureo; una chitarra cacofonica, tagliente, sostiene poi violini funebri e recitato anemico e deprimente. Lo studio dei ritmi e degli accostamenti è esaltante, come in Crib Death, aperta chitarre e ritmi che frustano violenti mentre gli archi colorano funereamente il paesaggio, poi si avvia uno Speed Metal con accostamenti elettronici, il ritmo cambia, interviene una big-band, vocalizzi eterei si uniscono ad assalti Death Metal, il finale affoga in intricati ritmi e cacofonie. Il clima, nonostante sia spesso funereo, è venato di un umorismo che fa capolino spesso. Dogchild è un ballabile adorabile, deformato e distorto, con campanelli, fiati Jazz, voci sparse. Una nube di archi epilettici e droni oscuri, voci deformi e filtrate, basso pulsante, assalto schiacciasassi Death Metal, campane a morto, voci che parlottano: Gargoyles è una rappresentazione di una allucinazione da incubo come poche altre ne può vantare la Musica coeva. I più robotici Devo e Kraftwerk, i più malvagi Skinny Puppy, i più ritmici Einsturzende Neubauten e qualche riff degli Anthrax delineano Grace. Tremulous in un minuto unisce Techno, psichedelia, echi Speed Metal. L’imponenza della fantasia stilistica è degna del migliore Frank Zappa come ben dimostra Glow Worm, che nasconde fra Industrial, Noise, Death Metal, Funk, Disco, Techno anche un ritornello sessantiano. Se l’album è nei suoi 70 ed oltre minuti essenziale praticamente in ogni passaggio, la title-track non fa che aggiungere ulteriore spessore e varietà a quanto già sentito: ritmi stratificati, voci che vomitano e gemeno, filastrocche malvagie, ritornello ipnotico, assoli chitarristici in sottofondo, gemiti e rantoli. Dervish è un esercizio di dissonanze assassini, dove si contano pianti di bambini, violini seviziati, versi animaleschi. Ritmi, rumori, lamenti, atmosfere funeste, deformazioni mostruose, riff assordanti e meccanici, fiati Soul e Jazz, variazioni improvvise, muischette demenziali affollano Scavenger. Industrial tribale quello di Exuviate, poi mutante in una Techno da incubo con istallazioni di Heavy Metal assordante e Classica. L’enciclopedismo e la totalità di questa musica è travolgente. Akrotiri, per esempio, è sostanzialmente un mix di New Age, World Music e panetnicismo che mischia muische arabe, flauti da incantatori di serpenti, lamenti di archi. Questa grandiosa sequenza di diapositive fantasiose reinventa il Death Metal e lo Speed/Thrash Metal con Toten Faschist, aggiungendo Classica, voci distorte e gracchianti, cambi di tempo rocamboleschi. Una musica epica, un canto sgolato e sforzato, Free-Jazz, riitmi meccanici, tensione opprimente attraversano Nose Dive. Forse il momento più alto arriva con Bosch Erotique: risate, versi bambineschi, voci d’opera, canzoncine da cartone animate, gemiti, musica circense. Ci si può perdere, l’impatto è devastante, travolgente, rilevatore, è l’impatto di una srie di immagini che piovono velocissime e sortiscono un effetto straniante di divertimento policromatico. Ma la band è in stato di grazia, così anche Hubba Hubba, canto tribale, campionamenti assurdi, musica da cartone animato, voci bambinesche, balletti meccanici, sferragliate di chitarra, scampolid i archi, mantiene vivissima l’attenzione. La sfiziosa e leggera Cartouche porta all’imponente orchestra sinfonica di Awaken, sfregiata dall’elettronica, e quindi alla musica indianeggiante per sitar di Raga Rodentia, con ritmi da Drum’n’Bass ma tutto l’arsenale solito di campionamenti ed interventi improvvisi di varie musiche e scampoli sonori. Il finale, come era già accaduto con l’album precedente, è affidato a Passage, brano ambientale con echi della musica mistica e misteriorsa di John Hassell.

Opera mastodontica, imponente, fantasiosa, incorreggibile, travolgente, complessa, multisfaccettata, policromatica, ironica, onnicomprensiva Lullaby Land segna uno dei punti più alti della musica del periodo. Mette insieme Residents (voci deformi, collage umoristico), Faust (musica totale), Frank Zappa (gag, collage, umorismo scorretto), World Music (approccio panetnico), Foetus (ritmi ossessivi, attacchi da infarto), Speed/Thrash/Death Metal (chitarre veloci e sferraglianti, ritmi devastanti), New Age (fascinazioni etniche, strumenti di varie tradizioni) ma anche Noise, Jazz ed il suono delle big band. Ma in fondo Lullaby Land è un’opera che più che avere confini esplora mondi possibili, accostamenti inediti e sorprendenti. Se spesso capita di riassumere in pochi minuti un album di un’ora, Lullaby Land necessiterebbe di qualche giorno di lavoro. In pochi minuti trasmette un’idea di musica totale che conferisce all’album una profondità ed una densità incredibili.

Cosa si può volere dai Vampire Rodents, dopo una coppia di album come il secondo ed il terzo? Solo i più ottimisti si sarebbero aspettati un album del livello di Clockseed (1995). Non imponente o travolgente come Lullaby Land o innovativo come Premonition, l’album è comunque un’opera di grande valore. Fondamentalmente si tratta della versione più umana, razionale, ordinata di Lullaby Land, calata in un contesto di musica ballabile. In questo, Clockseed è uno dei più grandi album di musica ballabile mai pubblicati. l’Industrial d’assalto di Dowager’s Egg, con Classica che si lamenta in sottofondo e big band Jazz a far urlare i fiati, apre l’opera. Il ritmo è unito alla psichedelia in Skin Walker ma fa più scalpore il Synth Pop/Techno/Industrial di Low Orbit. Dopo una non troppo dissimile Downwind arriva l’Hip-Hop industriale venato di Death Metal e Noise Metal di Mother Tongue. Il contrasto è sublime ed esilarante in Heliopause, canzonetta da discoteca e concerto d’avanguardia seriosa. Scatter ricorda Lullaby Land, avvincente sequenza di demenzialità, voci buffe, motivetti. Aprire fra lamenti di violini come in Zygote, ballabile bestiale, o proporre un Hip-Hop per musica classica austera come Revisioned mostra come la formazione sia ancora molto carismatica. Rimangono cocenti i contrasti stilistici (Another Planet, Clockseed) e l’interesse per i ritmi, forse persino maggiore (Saturation, Ravages Of Ease, Teapot). Non mancano sfumature etniche da Fourth World Music (la notevole Terra Amata). Una Techno tetra come Iron Clad merita un posto d’onore fra i brani migliore del loro repertorio. Se i Residents avessero composto un album sul Messico invece che sugli Eschimesi, avrebbero composto Tenochtitlan II.

Clockseed è un’opera più ordinata ma continua a promuovere il perpetuo movimento della loro musica: cambiano ritmi, stili, voci, atmosfere, culture.

Gravity’s Rim (1996) segna l’approdo ad una forma musicale più vicina a composizioni canoniche, seppure in modo molto relativo. Esercizio ritmico ma dominato anche dal canto. Rimane un album minore per il contesto in cui è calato: una discografia eccezionale. Si tratta di un’altro viaggio entusiasmante: Chain è un asfissiante gorgo orchestrale; l’epilettica e scampanellante Prophet Clown, piena di suoni brevi e veloci; la musica per violoncello, vocalizzi animaleschi e ritmi ballabili di Beta; Underneath è un mix di orchestrazioni imponenti, campane e ritmi meccanici; Rain Wheel torna un po’ all’onnivora forma degli album precedenti, con echi etnici; il Funk d’avanguardia di Gravity’s Rim e Obsidian; il ritmo formicolante di Code; la maestosa danza apocalittica di Parameter Seven; il febbricitante Disco/Funk per Classica da camera di Patterns; il ritmo possente ed i campionamenti variegati di Sandtrap; l’incubo gotico di Creeper; il vertice di tensione a ritmo quasi Drum’n’Bass di Schlangenauge, fondamentalmente una sinfonia Classica da colonna sonora thriller; la rincorsa al cardiopalmo ed all’ansia di A Perfect Lawn; il vertice ritmico di Goatweed, Jazz, Industrial e Classica ispida che si fondono meravigliosamente in un mostro terrificante. Ci vuole HMP per tornare in pieno ai collage romaboleschi degli album precedenti ma in generale l’opera ha un impatto meno travolgente, sviluppa più coerentemente gli spunti musicali e pone qualche limite al campionamento sfrenato ed alle contaminazioni trasversali. Se però pensate che gli AC/DC siano sperimentali quando usano le cornamuse, quest’opera vi sommergerà di originalità.

In attesa di nuovi album dei Vampire Rodents si può ingannare l’attesa con il progetto Ether Bunny, fotografato in Papa Woody (1996). Qua Vahnke propone musica ritmica aggiornata agli anni ’90 (Funk, Disco, House, Techno) condita di campionamenti di big-band e suoni da cartone animato. Almeno Jolly Roger, Tar Baby, Meerkats of Mu, Flea Circus, Tinkerbell Tramp, Closest Monster e soprattutto la frenetica Wabbitpipe, l’avvincente Frog Legs, la solare e festosa Chauncey Gardener, la comica Mr Poopypants, la party music intensa e divertente di Wee. Si tratta di un album strumentale, dedicato al Jazz delle big-band ed ai cartoni animati ma, nonostante richiami evidenti a queste realtà, è un’opera a tema coesa, senza cedimenti, che scorre e diverte ma non si limita a duna banale riproposizione di stereotipi, anzi nasconde esercizi compositivi arguti di campionamento, ritmo, variazione microtonale e così via.

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Voti:

Vampire Rodents:

War Music – 6,5
Premonition – 8
Lullaby Land – 9
Clockseed – 7,5
Gravity’s Rim – 7

 

Ether Bunny:

Papa Woody – 7

Playlist di brani selezionati dei Vampire Rodents

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2 commenti

  1. Gli estremisti come i vampire rodents lasciano sempre perplessi, ho ascoltato solo lullaby Land ma dovrò rimediare anche col resto della discografia,quel solo disco però basta a mettere in crisi le mie certezze sulla mia visione della musica..non ho mai dato peso ai mezzi che impiega un artista,poco importa se intendi comunicare con poco o se si azzardano le fusioni più spericolate,la forma deve essere funzionale alle idee,inscindibile dalla sostanza:e dopo aver ascoltato lullaby non ho cambiato idea ma intanto qualche dubbio me lo pone ed è già tanto..solo tecnicamente hanno molto in comune con i geni della musica totale come residents e foetus,perché la loro idea di musica è troppo spericolata per avere la stessa potenza dei grandi del passato,non possono esserci passaggi a vuoto in una musica che prevede la nascita di un idea corrispondente alla sua distruzione,diventando la stessa cosa..operando in questa maniera ho l’impressione che il loro indubbio talento negli accostamenti stilistici venga abusato ai limiti del sensazionalismo,la loro personalità può emergere solo in accostamenti geniali come nel capolavoro catacomb,non avendo il cosiddetto marchio di fabbrica recuperano lo spirito di foetus nel ballabile e dei residents nei frammenti d’avanguardia,possono ambire al titolo di migliori mestieranti della storia del rock,perché non avendo una loro personalità hanno avuto il coraggio di esprimersi con un tipo di genialità che rischia di diventare fine a se stessa,se il loro pregio resta la forma la sostanza non sempre è all’altezza..però brani come catacomb e bosch erotique insegnano che per fare grande musica la forma si può scindere dalla sostanza a patto che la forma sia talmente geniale da rappresentare la sostanza stessa come nel caso dei vampire rodents

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