U.S. Maple – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli U.S. Maple sono una formazione nata dalle ceneri degli Shorty e dedita ad uno dei suoni più destrutturati della musica Rock. Partendo dal Blues, dal Garage e dal Rock la formazione unisce l’irruenza dei Pere Ubu ed il loro dadaismo ma anche l’alea di Derek Bailey ed il suond cubista di Captain Beefheart, infarcendo così i loro “brani”, spesso composizioni con sviluppi quantomeno “free”, di fratture, muraglie assordanti, pause, semi-silenzi. Titolari di uno dei sound più particolari degli anni ’90, possono vantare il chitarrismo stravagante di Mark Shippy e Todd Rittman, dal ritmo variegato, tribale, pulsante della batteria di Pat Samson e soprattutto sul canto stralunato, stravagante, assurdo, dadaista di Al Johnson.

Guidati dal caos, segnati da un sound dinoccolato, ubriaco, scoordinato, destrutturato, frammentato, ruvido, gli U.S. Maple sembrano suonare i frammenti, le frattaglie di una composizione, e soprattutto riescono a sviluppare queste idee che paiono instabili e incorreggibili seguendo la prassi che fu dei Red Krayola e dei Pere Ubu, in un equilibrio fra caos e irrazionale e momenti di parziale ordine, dove un ritmo, una melodia, un riff sono chiaramente riconoscibili, seppure magari “straniati” da elementi sonori eccentrici. Negli anni ’90 i Polvo possono rappresentare un termine di paragone per tempi frammentati, pause, evoluzioni quantomeno stravaganti dei brani ma la forma è molto più free, dilatata, pieni di silenzi, di tonfi, di rumori assordanti, di stonature, ricordando i futuri Storm & Stress. In qualcosa possono ricordare anche gli italiani Starfuckers.

Long Hair In Three Stages (1995) è un assalto di frammenti sonori, di scorie, di batteri, di dissonanze, di ritmi che incespicano, di screzi, di increspature. Questo Blues malato inizia con Hey King, avvolta nel finale da una colossale nube di chitarre cacofoniche e di un canto diviso fra rantoli incomprensibili e versetti bambineschi, dadaisti, che sembrano riprendere lo stile eccentrico di Thomas e calarlo nel modello del canto più mascolino del Blues, sfoggiando una incomprensibilità praticamente totale. Letter To ZZ Top è un canto tribale, quantomeno i frammenti di quello che dovrebbe essere un Rock tribale ed è capace, nei momenti più agitati, certi Butthole Surfers. Destrutturatissima anche Home, piena di fratture ritmiche, rantolante al canto, capace di far intravedere stonate melodie chitarristiche, navigare in un semi-silenzio turbato da rumorini comici e concludersi fra boati colossali ed assordanti. Non c’è una bussola, ma lo stile è tutt’altro che “progressivo”: semmai è una destrutturazione sistematica, che sfrutta qualche abbozzo di modello stilistico per snaturarlo fino al semi-caos. Magic Job, per esempio, se non avesse quella ritmica schizofrenica, quelle chitarre sferraglianti, quel canto afono, sgolato e bambinesco sarebbe un ottimo brano da ballare. Si muove da una suspense di grande effetto The State Was Bad, avvolta poi in stratificazioni Noise e conclusa in modo pirotecnico, fra vertigini delle chitarre, cacofonie, assalti ritmici e con qualche manciata finale di memorabile “danza moderna” à la Pere Ubu, ovvero ritmo possente, chitarre possenti, canto spensierato e dadaista ed esplosione finale, con i “pezzi” ritmici che si frantumano. Il canto sgolato, afono di Aplomado riassume uno dei cantanti più assurdi e stravaganti di sempre, l’opposto dello sfoggio tecnico, degli acuti, della voce possente che di solito si fa nel Rock, mentre fratture, pause, chitarre taglienti e sferraglianti fanno il resto. L’eredità dei Pere Ubu è chiara in You Know What Will Get You You Know Where dove un Rock’n’Roll viene sfasciato, lasciato fluttuare in aspri rumorismi malinconici prima di coagulare in un altro sbilenco assalto, rumoroso, possente, zoppicante. Captain Beefheart ed il suo Blues affiorano invece chiaramente in When A Man Says ‘Ow’, passo stentoreo e qualche eccesso Heavy Metal. Questa decostruzione diventa quasi totale in Northwad, forse il capolavoro dell’opera, un ubriaco collage di frammenti Blues, dove il tempo è deforme, il canto si è ridotto ad un blaterare incomprensibile, le chitarre sono un disturbo sonoro. Lady To Bing, nel finale, con una melodia deficiente alle chitarre costruisce un assalto tribale che diventa assordante e possente prima di liquefarsi. Neanche un brano in eccesso, tutta la tracklist delinea un’opera che reinventa la destrutturazione musicale, facendo tesoro del Noise Rock dei Sonic Youth, della danza moderna dei Pere Ubu, del Blues cubista di Beefheart, delle chitarre spigolose e delle fratture ritmiche dei Polvo ma creando di fatto un nuovo stile musicale, un Rock dadaista, rumoroso, imprevedibile e deforme, né allegro, né triste, né esuberante, né festoso. Dilagando stilisticamente in ogni direzione, i brani sono spesso ambigui anche nell’impatto emotivo, sono corse scoordinate che fanno sorridere ma che, nel loro procedere senza equilibrio, sregolati e frammentari, riescono a tenere alta la tensione. La voce sovente lamentosa di Al Johnson trasforma lo scherzo dadaista in momento tragicomico, la fragilità dello svolgimento dei brani rende un senso di precarietà che sembra poter assurgere a interpretazioni esistenziali.

Sang Phat Editor (1997) supera le idee dell’esordio, approdando ad una musica ancora più frammentaria ed incapace di concludersi una sola volta in modo canonico. Monumento dell’instabilità, dell’incomunicabilità, della caducità, l’album è un capolavoro di “incompleti”, di abbozzi, di rimasugli. Il suo messaggio è essere incapace di avere un messaggio chiaro, è il caos che assale un discorso che rimane perennemente sospeso, inconcludente, deviato dal delirio, dal rumore, dal caos. Si tratta di una pittura in divenire dove ogni tratto più canonico viene devastato, dove ogni abbozzo di struttura inesorabilmente crolla, si sgretola miseramente. Coming Back To Dammit si apre fra chitarre che si intrecciano in stile “free” fino a che il conato afono di Johnson guida un Blues deformato, il ritmo collassa, i punti di riferimento crollano. Dopo poco più di due minuti è rimasto solo un ammasso di macerie senza organizzazione, dove un messaggio balbettante, uno stile, un “brano” vengono abbozzati e disintegrati a ripetizione. Songs That Have No Making Out è un rantolo cacofonico, un Blues orribile, raccapricciante che si trascina moribondo, si incastra nei ritmi, inciampa, stona, abbozza qualche riff fino a quando non inizia a galleggiare nel disordine una canzone, ridotta quasi subito ad un ritmo spoglio che introduce quindi un concerto di rumori quasi inudibili, scricchiolii, fruscii. La Click (con Fred Lohnberg-Holmes e Julia Pomerlaugh), aperta fra fischi e stonature e poi trasformata in un canto mistico, un Soul post-nucleare, sbuffi Free-Rock e deliri di batteria. Ormai le canzoni sono completamente scomparse in ampi stralci dell’album. Mountain Top sembra costruirne una canzone Rock dalle sue macerie, rievocando Twin Infinitives dei Royal Trux ma sfoggiando una propensione al silenzio, alla dicotomia tempesta-bonaccia, caos e vuoto che è una sorta di esasperazione dei momenti più irruenti di Trout Mask Replica seguiti da vuoti desolanti. La traccia cinque (intitolata con un simbolo) è all’opposto un esercizio classicheggiante, psichedelico, desolante, deprimente e sorprendente nel contesto dell’album: una nube sonora soffusa, senza fratture e fluida come non mai. Missouri Twist è un’altro Blues beefheartiano. Queste carcasse sonore si affollano in fosse comuni musicali come Through With Six Six Six, composizione aritmica, frammentata, informe, mutante, malata, deforme. Home It’s Ok è ugualmente caotica ma sfrutta nuovamente e con grande effetto estenuanti silenzi. Gli U.s. Maple che esasperano i silenzi indeboliscono anche l’etichetta di gruppo assordante, rievocando nei momenti più sottili, sussurrati, astratti certi Starfuckers.

Talker (1999) si fa più lirico ed ordinato, meno fracassone, meno rumoros, seppure continuino a regnare i momenti di caos, le variazioni, le fratture, le eccentricità. Si tratta del loro album più musicale. Certamente Bumps And Guys è la loro versione della musica da camera, una serie di scricchiolii, rantoli, lamenti, conati, tempi che si dissolvono, una musica che si trascina lungamente dopo un’apertura soffusa. Running From Kabob sembra far intravedere una dolce ballata Slo-Core, fatta rigorosamente a pezzi. Il Blues riaffiora spesso, ad esempio nella possente Go To Broises, degno di una cripta. C’è nell’opera più ordine e disciplina ma la struttura rimane deformata, diluita, irriconoscibile. Si prenda More Horror, “romantica” e “decadente”, che potrebbe essere un Blues/Rock suonato da un gruppo Dark Wave, ma frullato, ruminato, frantumato, dissolto. Se si è attenti, si nota tutta una sfilata di stili, di gesti musicali, di frammenti che riprendono al storia del Pop e del Rock. Apollo Don’t You Crust, per esempio, ha il ritmo pulsante del basso dei brani più ballabili e vivaci, lo sferragliare delle chitarre del Pop/Rock, i tonfi ritmici dei finali pirotecnici. Un lungo silenzio conclude il brano. Ma sono tessere di un puzzle, di una grammatica, il modo in cui le tessere vengono posizionate, unite, organizzate è del tutto originale e conta anche molte tessere estranee, mutanti, irriconoscibili. Breeze It’s Your High School riduce quello che nei primi album diventava spesso un frastuono in un soffuso quadro di gesti più moderati, seppur sempre astratti; la ritmica continua ad essere un elemento che muta come tutti gli altri strumenti, si comporta come un elemento che affiora e scompare dall’arrangiamento. Lo studio ritmico continua in Stupid Deep Indoors, tutta vortici batteristici, folate sonore, un silenzio che incombe. Untitled, un tribale con strimpellii di chitarre, mostra come la formazione sia in grado di generare una atmosfera di gran fascino, giungendo nel finale ad un lamento mistico orientale inaspettatamente. Quando un Funk affiora in So Long Bonus, dopo molte canzoni in cui gioca a nascondino, sembra di riascoltare certi Polvo, ma il finale è così flebile ed anemico che è degno di una sgangherata Folk band. Proseguendo gli studi sui ritmi, diminuendo il volume, aumentando i silenzi, diradando le idee, sfruttando un più intenso impatto “emotivo”, spesso desolante e decadente, un alone mistico e orientaleggiante, un esercizio di decostruzione di frammenti sonori sempre intrigante gli US Maple inanellano la terza opera significativa, inferiore alle prime due in modo quasi fisiologico ma comunque di spessore.

Acre Thrills (2001) è un album ancora più morbido del precedente, vellutato, elegante pur nelle sue asimmetrie, nel suo essere sbilenco. Johnson è forse il vero protagonista, capace di esibirsi in sospiri sensuali, in patetismi commiserevoli, in lamenti, piagnucolii con uno stile buffo, deprimente ed esaltato che sta in equilibrio fra sorriso e pianto. In fondo il suo canto è l’epitome di quel senso di instabilità di tutta la musica degli Us Maple, soprattutto nei momenti più soffusi che riempiono quest’opera. Volumi più bassi, arrangiamenti più dimessi, chitarre spesso trasognate segnano l’album. Si apre con la dissonante Ma Digital, con Johnson che rantola moribondo ed un clima deprimente e desolante che contrasta con una batteria che si staglia violenta anche in qualche momento di fragile malinconia. Johnson è sempre più afono e sgolato, notevole la sua prova in Babe, uno pseudo-Jazz che per gli standard della formazione è molto ordinato. Rice Ain’t Afraid Of Nothing è la loro versione della ballata amorosa. Altrettanto “emotiva” è la traccia cinque (Untitled), nonostante sia avvolta in schizofrenie ritmiche; il finale è affidato ad un drone minaccioso. Obey Your Concert è un Blues cupo con sprazzi melodici; Total Fruit Warning un altro momento intimista dissimulato. Open A Rose è un ritmo tribale e minaccioso con chitarre luminose ed assalti Funk ma Make Your Bedroom Great torna all’atmosfera soffusa e leggiadra dell’opera, virata psichedelica in Chang You’re Attractive (altro grande lamento di Johnson, capace di rievocare il più depresso David Thomas). Questo stile giunge ad un capolavoro in Troop And Trouble, infantile, vibrante, tremante brano su un ritmo Pop/Rock, caos “free”, canto sognante e onirico, patetico, deliri chitarristici dal forte impatto ritmico: un colossale esercizio di suggestioni differenti, dalla ballata sentimentale al Funk, passando per psichedelia e Rock. Acre Thrills mostra come la formazione riesca a proseguire la carriera senza intaccare di molto la propria originalità.

Purple On Time (2003) è quanto di più canonico abbiano mai fatto. Quel che rimane della loro eccentricità è il modo in cui interpretano brani decisamente più prevedibili del passato. My Lil’ Shocker, Sweet & Center, I’m Just A Bag, Whoopee Invader, Tan Loves Blue, il canto canonico di Touch Me Judge e la cover di Dylan Di Lay Lady Lay uniscono il passato ad uno stile molto più ordinato, meno irruento, allineato per buona parte del tempo su un dinoccolato Pop/Blues/Rock. Rimangono una formazione superiore ai colleghi ma gli US Maple dei primi quattro album sono su un altro livello.

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Voti:

Long Hair In Three Stages – 8
Sang Phat Editor – 8
Talker – 7,5
Acre Thrills – 7
Purple On Time – 6

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