TV On The Radio – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Tv On The Radio

Gli statunitensi Tv On The Radio sono una delle massime formazioni degli anni Zero, capaci di fondere Elettronica, New Wave, Funk, Pop, Rock in un mix multiforme che è sintomo del mix eterogeneo del nuovo millennio. Difficile delimitare le vicinanze con gli altri artisti: c’è il Pop colto e camaleontico di Brian Eno, i Talking Heads che fondevano musica nera e bianca, jungla e metropoli, ma c’è anche lo Shoegaze, l’elettronica, persino qualcosa di Captain Beefheart.

La sintesi stilistica è soprattutto quella fra tradizione nera e musica digitale contemporanea, fra la nuova musica elettronica, la New Wave e tutte le tradizioni nere del Soul, Gospel, Funk, Hip-Hop. Ma questa musica meriterebbe di affermarsi con un nome proprio perchè possiede un respiro globale che è il punto di arrivo di quel filone musicale partito con artisti come Peter Gabriel e, passando per numerosi progetti multiculturali, è arrivato a questo sound post-moderno, questa musica che non solo si estende nello spazio delle tradizioni e dei continenti, ma anche nel tempo. La fusione fra ricordi, richiami e futuro è disorientante come la grande metropoli panetnica, dove non esiste un dominio culturale, una maggioranza, e dove tutto è suono e contaminazione. Forse non sono stati in assoluto i migliori artisti degli anni Zero, ma pochi possono vantare di aver tanto efficacemente rappresentato questa multiculturalità matura, figlia degli esperimenti etnici nati decadi prima. Ormai non si tratta più di ambientare i brani in Africa o Asia, poichè Africa, Asia, Europa, Oceania sono tutti all’interno delle grandi metropoli multiculturali. Per questo i Tv On The Radio sono eredi di certa musica passata, ma sono anche una nuova stirpe musicali. Figlia, ma anche padri a solo volta. Potrebbero essere gli esponenti di un possibile genere chiamato “Megalopolis”.

Lo spesso demenziale e decisamente lo-fi Ok Calculator (2002) presentò la formazione con un verboso compendio del loro approccio stravagante, capace di sintesi acerbe ma affascinanti. Se si ha la pazienza di sopportare lungaggini, stonature, sbavature si intravede qualche brano intrigante come l’Hip-Hop in stasi di Hurt, un ritornello come Buffalo Girls, un esercizio per sole voci come Yr God, un prolisso ma a suo modo emozionante brano come On A Train (16 minuti). Il diamante grezzo è Bycicles Are Red Hot, degna del loro futuro. Eseercizi per sole voci, elettronica post-moderna, registrazioni amatoriali: l’album è sovrabbondante ed eccessivo, ma fa intravedere le potenzialità della band. Opera da apprezzare soprattutto col senno di poi.

Young Liars Ep (2003) segnò una notevole crescita ed una registrazione molto più professionale. Up-tempo nervoso per strati di droni su Satellite e la dolce e melodica Staring At The Sun che conoscerà ulteriori evoluzioni e miglioramenti introducono il periodo maggiore, ma il resto del singolo è spesso inconcludente o poco carismatico.

Finalmente giunti ad un esordio vero e proprio, i Tv On The Radio su Desperate Youth, Blood Thirsty Babes (2004) supera di gran lunga tutto ciò finora da loro pubblicato. I gioielli sono sostanzialmente due: the Wrong Way è un mix di Suicide, Captain Beefheart e fiati Soul, un mix di elettronica, Motown e Blues decostruito; Don’t Love You è un raga psichedelico fuso ad una base Hip-Hop/Funk e ad una chitarra melodica, vagamente Jazz. La stravaganza più evidente è Ambulance per soli voci a-cappella, sintomo di un ben evidente ruolo di primo piano delle voci in tutta la loro Opera. I Nine Inch Nails sarebbero fieri di una ballata come King Eterna, industriale e minacciosa. Gli Wire o i più educati Pere Ubu potrebbero far loro Bomb Yourself. Una delle costanti è quella dello Shoegaze, validamente reinterpretato soprattutto in Poppy, su ritmo tribale ed intrecci vocali doo-wop, crossover inedito che mischia culture distantissime. L’orecchiabile Staring At The Sun si afferma come sintesi di pop ottantiano, crescendi Post-Rock, strati vagamente Shoegaze; gli strati Shoegaze tornano in Dreams, altro esercizio di fusione fra tastiere vintage e suoni moderni. Il finale, affidato a Wear You Out (7 minuti e mezzo) è lenta a evolversi ma non permette di parlare di un brutto finale: fiati orientaleggianti, Funk e Jazz si fondono sorprendendo soprattutto nella seconda parte.

Return To Cookie Mountain (2006) completa la genesi del nuovo sound. Doo-Wop, Shoegaze, Funk, Drum’n’Bass, Pop, Soul, Gospel e Hip-Hop sono tutti racchiusi in un’opera affascinante e piena di sfumature. La musica digitale, il sampling, la mancanza di limiti stilistici si possono ascoltare nella splendida I Was A Lover, Doo-Wop/Funk per falsetto per strati di rumori, ritmi manipolati, sovrapposizioni stravaganti e persino un bel colpo di gong. L’impressionante attacco ritmico e di creazioni vocali di Playhouses è forse il capolavoro dell’opera, un intreccio epilettico ma non così violento all’ascolto, irrequieto ma con un ordine ed anche delle melodie, oltre ad un possente drone in sottofondo. Epico il crescendo, inarrestabile il ritmo, affascinanti gli intrecci vocali, straniante il fischio, in chiusura, della chitarra. Il suono tribale, lo spirito corale e l’accostamento di chitarre distorte e rumorose a quelli che sembrano moderni canti di una generazione con la pelle di mille colori torna in Let the Devil In. Blues From Down Her è un Blues del nuovo millennio dove trionfano ancora voci e arrangiamenti stravaganti. Se il Gospel fosse nato nel 2006, suonerebbe come suona su Providence, religiosa e caotica, corale e trascinante. Se poi lo si suonasse di notte, all’aria aperta, suonerebbe forse come Tonight, terzo vertice dell’opera, quasi sette minuti di morbidi accenni di fiati, voci, ululati alla luna, bave di vento, clima fiabesco, coda Glitch ed astratta. Hours è un Funk/Pop/R’n’b onirico e vagamente psichedelico mentre Dirty Whirlwind un Pop aristocratico, non troppo entusiasmante. Più vicino al Rock c’è Wolf Like Me che, che parte veloce, rallenta, si adagia e vede sorgere ancora gli intrecci vocali, prima di un finale che ricorda certo Power-Pop e certo Pop-Punk in salsa New Wave da discoteca. A Method è un nuovo intreccio di voci, questa volta con battiti di mani e qualche ritmo. La chiusra regala un altro brano notevole: l’imponente muro sonoro di Wash the Day, un Trip-Hop/Soul/Gospel pieno di negritudine ed avvolto da strati di chitarre distorte, con ancora una volta voci multiple ed un ritmo lento e stentoreo che guida una marcia di 8 minuti con finale psichedelico, impalpabile e mistico come gli Spacemen 3 con i sitar.

Dear Science (2008) è un album più facile ma è tutt’altro che banale. Un motivetto come Halfway Home è imponente come un wall of sound sessantiano e potrebbe essere spacciato per radio senza grandi problemi. Un Funk come Crying, con ricordi di Prince, è anch’esso fruibile e leggero ma conserva un finale per fiati, synth, droni, retro-elettronica. Ugualmente ballabile è Golden Age e la più energica DLZ, Tv On The Radio da ballare ma meno entusiasmanti rispetto al passato. Ogni tanto, come in Stork & Owl, ci si avvicina pericolsamente ad un curato ma un po’ ritrito suono da film romantico. Nonostante in molti episodi sia più facile individuare un modello, la classe rimane ed i brani sono composti sempre con grande maestria, come nel caso della classicheggiante Family Tree o della malinconica Love Dog. Altrove l’opera continua a proporre mix degni del loro passato: complessi e fantasiosi, festosamente eccentrici. L’Hip-Hop, presente sempre nelle loro opere diventa protagonista in Dancing Choose, stravagante e fantasioso compendio di Rap, Soul, chitarra western, ritornello Pop e finale esplosivo. Shout Me Out, prima calma, poi frenetica, poi Drum’n’Bass, poi cacofonica fino a rciordare i migliori Velvet Underground e l’Acid Rock è un altro momento da ricordare, il momento migliore dell’opera. La chiusura è affidata a Lover’s Day, eccessiva e strabordante di wall of sound, che conserva ancora lo stile eccentrico degli esordi ed è una sfilata carnevalesca di ritmi e suoni differenti, un piccolo momento di festeggiamento per i timpani.

Meno fondamentale di Return To Cookie Mountain, Dear Science mostra una formazione capace di nobilitare con classe, eleganza ed un po’ di pazzia anche forme musicali meno sorprendentemente personali. Se lo si considera un album Pop, per quanto stravagante, allora per complessità, cura ed qualità è uno dei capolavori della decade nel suo genere.

Nine Types Of Light (2011) è un’altro album che, pur senza sorprendere, non delude le alte aspettative che si possono avere su una band così importante negli anni Zero. Districarsi nei riferimenti musicali della band è una sorta di sfida per musicofili; Second Song, per esempio, cita i Bee Gees iniettando un bel groove con un tripudio di fiati.

In genere il mood è umbratile e pigro, come mostra Keep Your Heart, un lamento sonnolento di Pop/Rock ricercato, ma anche la triste Forgotten. Il Trip-Hop malinconico di Will Do è un bel momento da inserire in qualche compilation di fine anno: non farà la storia, ma si canta con piacere.

Degna del loro canzoniere migliore è, semmai, New Cannonball Blues: Synth-Funk, Rap, Soul per costruire una fanfara ballabile, ai limiti del caotico.

La più aggressiva Repetition sembra quasi la loro versione dei Foo Fighters, con tanto di finale ossessivamente repititivo; i Tv On The Radio, però, ci mettono uno spirito caotico à la Pere Ubu. Caffeinated Consciousness è un po’ Funk-Metal, un po’ Soul-Pop, e già la presenza di un’anima così bipolare mostra l’azzardo. No Future Shock scopre la band alle prese con una musica mai così orecchiabile, a ritmo Reggaeton.

Non c’è, questo è da chiarire, nulla d’eccezionale. Non c’è il genio multiforme e la sintesi vertiginosa di Return To Cookie Mountain. Quel che c’è, però, è una band che ancora prova nuove strade, mischiando stili differenti con l’audacia che fa onore ad una formazione oramai più che matura. Il sound è ancora ricco di riferimenti, di rimandi, di sovrapposizioni, di incastri. Ha perduto l’anima d’avanguardia di un tempo, ma è ancora capace di porsi un gradino più in alto del Pop/Rock contemporaneo.

Seeds (2014) è un album deludente, che non affonda mai il colpo creativo, limitandosi a ricercate variazioni Pop/Rock, come al solito tinte di svariate influenze minori. Suona banale il ballabile Careful You, sono poco originali la chitarra e l’arrangiamento di Could You e la Disco di Happy Idiot è buona per illuminare un album degli Strokes, non di uno dei più grandi gruppi degli anni ’00. Persino la voce ha perduto il carisma, e sembra ripetere vecchi trucchi in Test Pilot. Nella seconda metà del disco qualcosa cambia: prima un sussulto in Love Stained, con gli strati Shoegaze, dunque l’avventurosa Ride, tono quasi liturgico che muta in un Pop/Rock à la Arcade Fire, con echi New Wave e Synth-Pop, procedendo dunque per stratificazioni nei suoi 6 minuti e mezzo, giungendo al primo vertice dell’opera. Winter suona come un risveglio, se non altro per le chitarre distorte in primo piano, la rinuncia al ritmo per la prima parte e la curiosa fusione fra una batteria dal suono Hip-Hop e il tono declamatorio del canto. Lazerray bissa con meno fantasia, in un arrembante boogie elettrico. Non c’è abbastanza da conservare per considerarlo un album riuscito.

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Voti:

Ok Calculator – 5,5
Young Liars Ep – 6
Desperate Youth, Blood Thirsty Babes – 7,5
Return To Cookie Mountain – 8
Dear Science – 6,5
Nine Types Of Light – 6
Seeds – 5

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