Earth – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli Earth

Gli statunitensi Earth sono fra i massimi gruppi degli anni ’90. La loro musica, per massima parte fatta di imponenti strumentale, è il pretesto per il leader Dylan Carlson per promuovere una nuova musica chitarristica, una fusione che annulla le distanze fra Ambient, ipnosi, Doom e droni.

Pionieri di tutto un filone di musica dilata, assordante, statica e maestosa, gli Earth hanno saputo fare di una idea piuttosto semplice un marchio di fabbrica, apportando una delle più interessanti evoluzioni della musica chitarristica di tutti i tempi.

Di fatto gli Earth evolvono da ambienti Rock, in quanto la loro opera appare come l’estremizzazione delle idee dei Balck Sabbath via Melvins. Tuttavia, nessuno dei gruppi a cui appaiono più legati hanno mai proposte idee così estreme e incompromissorie.

La loro musica, fatta di tuonanti droni chitarristici, ripetizioni minimali, una stasi irreale, un terribile assalto sonoro è capace di portare ad un paradosso che appare come il punto di non ritorno dello Slo-Core unito al Doom, una versione al ralenti, straziante, satura di distorsioni del Rock, che per eccesso finisce per diventare musica d’ambiente, musica d’atmosfera, ma tragica e drammatica, maestosa ed imponente, tutt’altro che “discreta” come avrebbe voluto Eno. Non si tratta quasi mai di fruscii e suoni impercettibili, quando di muraglie sonore, che rinunciano spesso a tutto tranne che all’impetuoso suono delle chitarre, intente a ripetere riff minimali o semplicemente ad estrendere all’infinito riverberi ed echi.

Snodo fondamentale del nuovo Doom, dello Stoner, di molto Post-Metal, l’opera degli Earth si impone monolitica e ostica quanto storicamente rilevante.

l’EP Extra-Capsular Extraction (1991) si presenta come una versione più catacombale e meramente strumentale dei Melvins, una esasperazione dei momenti che precedono l’esplosione senza nessuna esplosione, ma solo una marcia funebre e tenebrosa A Bureaucratic Desire for Revenge, part 1 e part 2, 14 minuti). Le composizioni imponenti che costellano la loro discografia trovano l’origine in Ouroboros Is Broken, oltre 18 minuti, un lento cerimoniale Doom estenuante, che estremizza i riff dei Black Sabbath, spoglia i brani fino a far rimanere solo chitarre e riverberi eterni e si arrovella in un lamento che sembra sempre sul punto di spegnersi quando invece risorge ancora più straziante. Questa collezione di torture chitarristiche deve ancora molto alla scuola Doom ed ai Melvins non contiene ancora la loro personale visione della musica, ma funge da introduzione a quel che verrà.

Più estremo, più violento, più sperimentale, l’esordio sulla lunga distanza 2 (1993) è una sfilata di droni minacciosi, cupi, turpi, catacombali, assordanti, monotoni, ripetitivi che elevano le estremizzazioni dell’EP a nuovo stile musicale. Intanto i brani si dilatano ancora di più, così da totalizzare più di 70 minuti pur essendo solo tre. L’episodio meno estremo, ed è tutto dire, sono i 15 minuti e mezzo di Seven Angels, una catastrofe Doom che equivale ad ascoltare i Black Sabbath ad un quinto della velocità, escludendo cantanto, melodie, svolgimento musicale ed aggiungendo strati di distorsioni. Si tratta di un brano non così estremo, però, se il confronto si fa con la successiva Teeth Of Lions Rule The Divine, che sfora i 27 minuti e che costruisce una sorta di sottofondo ambientale da Apocalisse, con minime variazioni, un riff catacmbale che si ripete inespressivo ed una monoliticità che ha pochi eguali. Il vertice di questa sperimentazione estrema giunge con Like Gold And Faceted, oltre 30 minuti, che in pratica lascia scivolare rivoli pestiferi e mortiferi di distorsioni all’infinito, delineando paesaggi e rinuncianco del tutto a qualsiasi rimasuglio di concetti come canzone, svolgimento, evoluzione e struttura più comunemente intesi. Queste mastodontiche composizioni appaiono inespressive, inumane, ma Like Gold And Faceted mostra come possano diventare una sorta di trance assordante, una meditazione mostruosa. Ci vorrà un grande impegno dei posteri per immaginare brani più monotoni di questi, ma con gli Earth si crea un nuovo sistema musicale, dove i tempi si dilatano all’infinito, e rimane del Rock solo il fischiare e riverberare delle chitarre, protagonista indiscusso, violento e meditativo. Alla fine, l’opera si apre anche a considerazioni metaforiche, per esempio potrebbe essere vista come l’esaltazione del suono della chitarra elettrica e delle sue distorsioni, uno dei punti cardine dell’Heavy Metal e dell’Hard Rock, nonchè dei seguaci di Hendrix.

Phase 3 (1993, pubblicato nel 1995) è di gran lunga più musicale, più luminoso e meno monotono. Episodi come Song 4, Harvey, How Dry I Am e Song 6 sono molto più canonici di tutto quello proposto nella loro carriera, seppure si tratti sempre di assalti rumorosi, e durano tutte meno di tre minuti e mezzo! Ma non c’è nessun “tradimento” del passato così plateale. Tibetan Quaaludes (poco meno di 8 minuti) è un assolo chitarristico fra droni e riverberi, imponente e dilatato, che lascia ampi spazi alle fluttuazioni cosmiche mostruose. Site Specific Carniverous Occurrence (9 minuti) sperimenta con il ritmo mentre un lamento mostruoso della chitarra si contorce ed una melodia fa capolino timida: potrebbe essere il brano più significativo dell’album, non meno azzardato dei loro capolavori. I 12 minuti e mezzo di Phase 3: Agni Detonating Over The Thar Desert riducono la loro musica ad un vento desertico e mortale, ma Schulze ha proposte cose non troppo dissimili decadi prima. L’altro brano che potrebbe vantare il titolo di migliore di questo secondo album è Thrones And Dominions (14 minuti), un lentissimo e minaccioso raga che incrocia frastuono e misticismo, india e inferno, ricongiungendo gli Earth alla tradizione psichedelica da cui provengono, pur se la approcciano dalle caverne del sottosuolo. L’immaginario galattico, maestoso, imponente, eterno che si percepisce nella musica degli Earth è una nuova versione della musica Cosmica.

Una versione molto più musicale e meno distorta della loro musica si svilupperà nella seconda parte della carriera. Pentastar – In The Style Of Demons (1996) parte sempre dai Black Sabbath e costruisce lunghe divagazioni chitarristiche che starebbero bene negli album dei Kyuss più placidi: si ascolti Tallahassee e soprattutto la musica maestosa ed epica di Coda Maestoso in F (Flat) Minor. Non mancano però sperimentazioni come l’orientaleggiante Charioteer, la sonata per silenzi e pianoforte di Sonar And Depth Charge ed un esercizio di Ambient spettrale come Crooked Axis For String Quartet.

Quando tornano agli album di studio nel 2005 con Hex Or Printing In The Infernal Method (2005) il suono è quello più leggero e canonico di Pentastar, ma l’atmosfera è simile a quella dei film di Leone musicati da Morricone (Land of Some Other Order, The Dire and Ever Circling Wolves, An Inquest Concerning Teeth). La lunghezza dei brani spesso supera i sei minuti. Ogni tanto affiorano elementi più Doom (Raiford (The Felon Wind)), ma in generale si gravita su di una musica per spazi dilatati, una versione eterea dell’Hard Rock. Tethered to the Polestar si lancia in uno Slo Core, sostanzialmente depotenziando i riverberi delle chitarre. A conti fatti, è un album in linea con una seconda parte di carriera meno eccentrica, alla ricerca di uno nuovo Rock atmosferico.

Legacy of Dissolution (2005) è un album di mediocri remix.

Hibernaculum (2007) ripropone brani del passato arrangiati secondo lo stile più musicale e meno assordante del secondo periodo ed aggiunge i 16 minuti di A Plague of Angels, un lento esercizio al ralenti in stile Slo-Core.

The Bees Made Honey in the Skull of the Lion (2008) rimpolpa gli arrangiamenti, facendo suonare gli Earth sempre più come una Rock band, seppure atipica. Il monolite degli esordi torna nei 9 minuti di Omens and Portents I – The Driver, più musicale, morbido, ma ugualmente monotono, e comunque affascinante. Rise To Glory è una canzone Hard Rock atmosferica, una sorta di lounge-Metal, ammesso che possa esistere. Lo Slo-Core torna in Miami Morning Coming Down II, un lento pianto di un Blues da lumache. Si tratta di un suono atmosferico, che si costruisce per riverberi, per chitarre che dondolano, si cullano, si dilatano, per strati di suono che lentamente si dipanano. Quest’album sembra portare a compimento quella ricerca di un suono che “riempie” l’ambiente, come nella tradizione di Morricone. Un episodio come Omens and Portents II – Carrion Crow (8 minuti) è un esperimento di sottofondo astratto, riff poderosi e ritmo funebre. La title-track (8 minuti) è una ballata sospesa ed impalpabile, al ralenti. Non è un’opera originale come l’esordio, ma è costruita con tutta la perizia di una band matura.

Se nella prima parte della carriera il loro suono è un trapano ipnotico e assassino, funebre ed apocalittico, un suono meno lugubre si fa spazio nelle opere successive, fino a risuonare di Morricone, di eteree atmosfere impalpabili e richiami Slo-Core, verso un Hard Rock/Heavy Metal che si fonde con l’Ambient. A conti fatti, poche band degli anni ’90 possono vantare una carriera come quella degli Earth.

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Voti:

Extra-Capsular Extraction – 6,5
Earth 2: Special Low-Frequency Version – 8
Phase 3: Thrones and Dominions – 7
Pentastar – In The Style Of Demons – 6,5
Legacy of Dissolution – 4
Hex; Or Printing in the Infernal Method – 5,5
Hibernaculum – 5
The Bees Made Honey in the Lion’s Skull – 6

Playlist di brani selezionati degli Earth

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