Minutemen – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Minutemen

Gli statunitensi Minutemen sono stati fra i massimi gruppi degli anni ’80, capaci di fondere Funk, Punk, Hardcore, Heavy Metal, arringa politica, Folk, Jazz, surrealismo, Power-Pop, Pop e musica tribale in un mix caleidoscopico che parte dalla scena Hardcore e dalla sue miniature per approdare ad un sound senza confini, che con ironia, sagacia, incisività, creatività, enciclopedismo reinterpreta in modo bizzarro varie epoche e stili.

Scorribande si creazioni musicali, abbozzi incompiuti, miniature cesellinate, micro-brani e micro-proclami, gli album dei Minutemen sono un susseguirsi emozionante di variazioni, di inaspettati cambi di rotta, di idee, di parodie, di richiami, di creazioni, di fratture, di cesure, di tagli, di interruzioni.

Se Punch Line (1981) ancora mostra i segni dell’Hardcore, delle sue scorribande, è già un caleidoscopio di stili il cui elenco sarebbe riduttivo: Blues, Soul, Funk, Punk etc.

What Makes A Man Start Fires (1984) continua questa missione distaccandosi ancora di più dal suono del Punk e dell’Hardcore. Ha poco senso parlare di singoli brani, visto che nel suo complesso l’opera mostra il suo potere enciclopedico. Spiccano sempre di più i singoli membri: Dennes Boon alla chitarra è una fucina di trovate fra l’astratto, lo sperimentale ed il parodistico; George Hurley alla batteria percuote, cambia, frattura, devia il ritmo senza tregua; Mike Watt guida il flusso delle canzoni, finendo per fungere da centro di gravità. Alcuni dei nuovi brani sovvertono completamente i loro schemi, come l’assolo tribale di Pure Joy. La sfilata di stili è superba, miniaturizzata in una parata di reinterpretazioni di stili, come in una versione Hardcore, scarna ed essenziale ma solo all’apparenza, di una ecniclopedia sonora. Alla mente tornano i grandi anarchici come Beefheart, l’art-Punk degli Wire, il Punk/Funk dei Pop Group. I testi, tutt’altro che trascurabili, uniscono politica, humour e poetica surreale.

Double Nickels on the Dime (1984) mostra come questo metodo, portato all’estremo, crei un inventario sonoro sconfinato. In 45 brani (43 nella versione CD del ’89) è in grado di sfoggiare Funk, Punk, Hardcore, Folk, Heavy Metal, Hard Rock, Soul, Blues, Power-Pop e di muoversi fra Television, Pop-Group, Beefheart, Wire con destrezza ed abilità incredibili. Le variazioni e la fantasia si sprecano: Vietnam è un Funk-Punk con canto drammatico à la Television; Cohesion una ballata acustica intimista; la fusione fra Hendrix ed il Funk di It’s Expected I’m Gone; #1 Hit Song ricorda il Blues/Rock con tinte Country del migliore Neil Young, devastata da una partenza thriller; il Pop adolescenziale di Two Beads At The End; la parlata desolante e quasi Post-Rock di Do You Want New Wave or Do You Want the Truth?; l’inno di Nature Without Man; Sonic Youth e Funk in One Reporter’s Opinion; lo sferragliare violento di Political Song For Michael Jackson To Sing; il Funk acrobatico, tribale, Rock-eggiante di Maybe Partying Will Help; gli alternarsi fra caos cacofonico e musica soffusa di Retreat (una sorta di rivisitazione di Luaghing dei Pere Ubu, ma con la foga di un gruppo che unisce Funk e Psichedelia); il chitarrismo ubriaco di God Bows To Math; la polka (!) di Corona; il Funk-core nevrotico di The Glory of Man; il Pop raffinato e radiofonico (!!) di My Heart And The Real World; l’avanguardia sopraffina di percussioni, rumori, balbettii di You Need The Glory; The Roar of the Masses Could be Farts con evoluzioni percussive, chitarre ossessive e canto innodico, con pause ad effetto; il Folk sbilenco di Themselves; il Funk-Punk-Rock di Please Don’t Be Gentle With Me (vedi Red Hot Chili Peppers); il crescendo esplosivo di No Exchange; l’incontenibile assalto di This Ain’t No Picnic; il Blues alieno di Jesus And Tequila; il Pop deformato e destrutturato di Storm in My House; l’epilessi ritmica di Martin’s Story; Love Dance presenta un frizzante ritmo caraibico. Strumentali, parodie, imitazioni, destrutturazioni, invenzioni, fantasia divertenti, trovate sperimentali: quest’opera si impone come una miniera di creatività che ha pochi rivali nella Storia della Musica del ‘900. Complessa e articolata, variegata fino all’estremo, è un capolavoro di fantasia ritmica, di chitarrismo eclettico, di basso camaleontico. Soprattutto i ritmi sono tanto felssibili e mutevoli da costituire un quasi costante punto di interesse. Opera imponente, che supera gli ottanta minuti nella sua prima versione, si tratta forse del più imponente compendio stilistico sull’Hardcore che sia mai stato tentato, seppure la varietà stilistica porti l’opera sul piano di quelle enciclopedie musicali di creatività e sperimentazioni che soffrono poco le etichette di genere.

3-Way Tie (For Last) (1985) sembra confermare che il capolavoro precedente ha dato fondo a tutta la creatività mostrabile su quel tipo di formato musicale. Tornati ad una forma molto più canonica, vicina alla forma canzone e ad un Rock melodico, la formazione non manca comunque di conservare una dignità. Un po’ di Reggae in Lost, un piglio cantautorale in Big Stick e Price of Paradise, l’Hard Rock di Political Nightmare, il Punk fracassone di Courage con finale acustico, il Rap violento e intriso di Heavy Metal à la Run-DMC di No One, la polka di What Is It e qualche cover mostrano una formazione comunque eclettica, seppure meno travolgente ed incorreggibile. L’album si avvicina ad un Rock più canonico, proponendo forme e strutture meno anarchiche ed una tempesta sonora molto più composta, che abbandona lo stillicidio stilistico degli album precedenti.

La morte tragica di Boon segna la fine della formazione nel 1985. Poche formazioni possono vantare una carriera così valida.

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Voti:

Punch Line 7
What Makes A Man Start Fires 8
Double Nickels On The Dime 9
3-Way Tie (For Last) – 6,5

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