Residents – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Residents

I Residents sono una delle formazione fondamentali della musica degli anni ’70 ed ’80. Nati negli USA, furono i paladini dell’estetica della oscurità: se conosciamo la loro arte, pochissimo sappiamo di coloro che la creavano. Perennemente mascherati, sempre schivi al divismo ed alla celebrità, i Residents sono stati un’icona dell’immaginario indipendente, la dimostrazione che una concezione della musica che sia estranea ai circuiti commerciale non solo è possibile, ma è anche capace di portare ad opere interessanti ed a risvolti filosofico-musicali non trascurabili. Divi dell’astratto, pittori del surreale, clown del neo-primitivismo, i Residents rappresentano una devoluzione dadaista, decerebrata che è perennemente in bilico fra demenziale e critico, fra stupido e profondo. Il loro metodo è infatti tutt’altro che decerebrato quando ripesca stralci consumistici, parodie politiche, musica Pop contemporanea, e si ricollega al metodo di Zappa.

I Residents, prima che musicisti, furono dei filosofi della musica indipendente, della riproducibilità della musica moderna, della demenzialità sonora e del degrado culturale. Con fare ironico loro si de-personalizzano, sono solo prodotto musicale, sono solo emanazione sonora. Ma questa emanazione è fatta dell’immondizia, delle demenzialità, della devoluzione della musica. Essi stessi sono la loro opera d’arte, non persone. Questa teoria dell’oscurità è coadiuvata da un massiccio comparto immaginifico sviluppato nei concerti, nei video, in progetti di film colossali, nelle maschere inquietanti e irriverenti, nelle copertine, nelle note di copertina.

Sociologicamente, i Residents sono il gruppo della devoluzione (prima dei Devo). Con loro la musica regredisce a specchio ironico ma anche tragico della società post-industriale, angosciante, oppressiva, androide, velenosa.

La loro musica pullula di voci lagnanti, stonate, sbilenche, storpie, malate, apatiche, gutturali, spettrali che si lanciano in filastrocche infantili, canzoni da music-hall, cori ubriachi, preghiere per larve-umane. Il tappeto sonoro è invece strutturato in modo semplice, nel senso che nel suo primitivismo segue ritmiche spesso elementari, insistenti e deficienti, ossessive e comiche allo stesso tempo. La ricchezza timbrica è invece impressionante, anche perché il processo di devoluzione e di deformazione richiede uno specchio deformante per ogni suono canonico, accostamenti dadaisti, trovate irriverenti. La varietà sonora di queste trovate, unite alle manipolazioni die nastri, il massiccio uso di field recordings e l’aiuto di un polistrumentista come Hardy Fox ed un chitarrista come Philipp “Snakefinger” Lithman permettono all’oscura formazione di ottenere un suono che anticipa la New Wave ed eredita i collage sonori dei Faust e le fantasiose derive di Beefheart, senza dimenticare l’influenza di Zappa.

I Residents aboliscono anche il linguaggio che spesso degrada a balbettii, sillabazioni, gorgheggi, versi bambineschi di stampo dadaista: c’è un ritorno possente al preistorico, al tribale, all’arcaico ma si tratta di un ritorno calato nella società attuale, si tratta non di primitivismo (come i Fugs) ma di neo-primitivismo, una nuova era di assenza di costrutti sociali, di benessere, di cultura. Non si tratta, quindi, di un vagheggiamento per la tradizione, ma il dipanarsi di un incubo devolutivo, affrontato con tragicomica e dadaista eccentricità.

I Residents avevano quindi: un nuovo messaggio, legato alla nuova società Post-Industriale ed alla sua problematicità; nuovi suoni, che univano una curiosità fanciullesca ad un gusto eclettico e ferocemente onnivoro ed irriverente; una nuova filosofia dell’immagine e del concetto di gruppo; un intento sociale che cerca di portare in musica la sensazione di una devoluzione intellettuale; una intransigente teoria indipendente che li rende estranei ai circuiti commerciali ed ai compromessi discografici imposti dall’esterno.

Butthole Surfers, They Might Be Giants, Primus, Weeen ed Animal Collective sono solo alcuni dei gruppi che prenderanno dai Residents più di una ispirazione. I Residents sono un gruppo sperimentale, d’avanguardia, ma giocano con i tasselli della musica Folk e Pop, dei motivetti pubblicitari, dei jingle radiofonici: sono, in fondo, una emanazione del Pop, una sorta di esercizio colto e feroce sulla realtà popolare, sulla cultura e sulla società del loro tempo.

Meet The Residents (1974) omaggia nella copertina i Beatles ma in realtà è il loro manifesto stilistico. L’album suona più come un unico concept sonoro che anticiperà l’amore della formazione per il concept album, che rivedranno ed interpreteranno in modo originale e peculiare. Boots introduce l’urlo infantile, la ritmica bambinesca, la ripetizione ossessiva e meccanica che poi sfocia in Numb Erone, venata di Jazz primordiale, tastiere che disegnano motivetti accattivanti e finale pulsante; Guylum Bardot continua in un Jazz morbido e avvolgente, poi aggiunge un demenziale cantato stonato e informale che porta a Breath And Lenght, prima una serie di guaiti di cane e tintinnii, poi un canto femminile malinconico, tempesta elettrica, e sfumando in Consuelo’s Departure, un canto ubriaco per voci deformate, marcia militare androide, melodia da asilo, disturbi meccanici, liquida trasformazione in scricchiolii gelidi ed industriali; Smelly Tongues conclude la “suite” con ritmo ossessivo e meccanico, voce caracollante, fischi e melodie storpie. Rest Aria cambia atmosfera e forma: tutti i brani finora duravano meno di due minuti, questo supera i 5 ed è l’inizio della parte più complessa dell’album, orientata a tempi più dilatati. Un malinconico pianoforte, doppiato da qualcosa che sembra un metallofono, una melodia orientale, una trombetta circense, una chitarra che riverbera in sottofondo, una commovente sonata pianistica nel finale che lascia il posto alle pernacchie di qualche fiato priam di spegnersi. Lo zombie devoluto torna prepotente a bisbigliare in Skratz, un breve Jazz crepuscolare angosciante e mesto. Spotted Pinto Bean (6 minuti e mezzo) apre con un pianoforte che suona melodie antiche, poi diventa un canto da oratorio o da chiesa, per maschie femmine, una melodia da Broadway, una fanfara festosa, un’aria Classica, un Jazz luminoso, un canto malinconico da film sentimentale che sfocia in una nube di rumore bianco. Infant Tango (6 minuti) parte invece dal musical per la sua carica Funk ma poi perde il cantato, perde vitalità, si deforma, si assottiglia, diventa un motivetto Pop-Jazz per gorgoglii elettronici, un balletto deforme. Seasoned Greetings si adagia su uno spunto melodico da love-story, diventa un ossessivo rito neo-primitivo, un Jazz stonato un po’ Free nel finale. N-ER-GEE (Crisis Blues) è il Blues di Beefheart rivisto sapientemente da questi profeti dissacranti: gli strumenti si intrecciano in modo selvaggio, la voce tenta il canto, poi rumori, versi animaleschi sub-umani, carillon infantile per ritmo pow-wow, motivetto circense, finale ossessivo e percussivo per filastrocca decerebrata e coro maschile simil-patriottico nel finale si susseguono.

Questo bruciante esordio sfoggia decine di idee musicali che vengono lasciate sopravvivere per poche decine di secondi, in un succedersi di citazioni, deformazioni, incubi e storpiature che è avvincente ed incorreggibile. La giostra si alimenta di musica popolare, dal Pop, al Rock, al Blues, al Jazz, alla musica dei film in bianco e nero, delle pubblicità, del circo. I Residents non solo alimentano il modello post-moderno della fusione di tradizioni e stili differenti, seguendo la lezione dei Faust, di Zappa e di Beefheart, ma creano un modello di devoluta musica Pop d’avanguardia, deformata, corrotta, massificata. Decine di idee si susseguono ma sono tutte zoppicanti, mostruose, grottesche: la sfilata dell’uomo devoluto è rabbrividevole, umiliante, sub-umana. I Residents si alimentano di detriti, di scarti, di immondizie musicali, di rumori sinistri, di pulsazioni industriali, di nevrosi latenti. Sono fra i profeti della destrutturazione.

Nel 1974 viene registrato anche Not Available, pubblicato però nel 1978 in ottemperanza alla logica dll’oscurità. I brani sono inquietanti e opprimenti, gli specchi deformano ogni traccia di umanità, spezzano i suoni, annientano lo svolgimento “logico”. L’opera si afferma come un unica composizione di 35 minuti, divisa in 5 parti. Edweena (9 minuti e mezzo), forse il loro massimo capolavoro, apre con un pulsare pieno di intrecci ritmici, substrati tribali, lamenti di fiati che lasciano spazio a balbettii sub-umani che si trasformano, dopo un possente colpo di piatti, in una trenodia horror cantata da androidi agghiaccianti, disperati cantori della devoluzione e dell’infelicità. Lentamente il caos percussivo torna, le tastiere accompagnano il crescendo di un coro ipnotizzano che anticipa una morbida, malinconica, solitaria melodia cantata da una (quasi) donna che poi diventa una rassegnato ritmo circense. Le voci tornano in tutte le loro deformazioni, dai cori ipnotizzati agli infelici, fino all’esile voce sconsolata seguendo uno svolgimento quasi da sinfonia Classica. Making Of A Soul (10 minuti) è un esercizio ballabile che diventa una sonata pianistica, un cantato/parlato sognante e terribilmente triste, sempre più inquieta e nervosa, che si trasforma in un “ballabile” semi-valzer per rantoli vocali che viene soffocato da un ronzio di dannati, mentre nel finale tornano le voci ipnotiche, decerebrate, ossessive. Ship’s a’Going Down (6 minuti e mezzo) è il brano “cantabile”, un rantolo sub-umano per un ritmo cubista, interrotto da cori inumani, un agghiacciante vuoto da cui emerge un canto straziante, disperato, piangente, tragico che anticipa un Jazz della desolazione. Never Known Questions (7 minuti) inizia come un ballabile elettronico deformato, recitato dagli zombie, il canto definitivo di questo esercito di infelici che viene fermato da qualche tocco orchestrale per trasformarsi in una ballata per pianoforte di adulti-bambini che in lacrime cantano una musica da circo, un motivetto commovente che stride con la disperazione terribile che invece impregna il cantato. Il finale, di soli 2 minuti abbondanti, riprende il tema iniziale, si infrange in frammenti angosciati, pone la pietra tombale si questa tragica umanità, su questa apocalisse che giunge liberatoria.

L’opera è un affresco agghiacciante di infelicità e tensione, di caos post-industriale, di decerebramento, di tristezza, di disillusione, di allucinazioni, di sub-umani zombie apatici e piangenti. Lo spettro stilistico rimane immenso ma adesso il senso tragico supera di gran lunga quello parodistico, la tensione è opprimente, l’instabilità è agghiacciante, i contrasti sono stridenti e dolorosi. L’opera, nella sua organica disorganicità, è un manifesto terribile dell’uomo devoluto, un testo sacro della mancanza di speranze. Non concede nulla all’idilliaco ma anzi affoga nel fosco, nel disadatto, nel riso amaro. In questo mondo di spettri i canti gioiosi sono più tragici che mai, le preghiere speranzose sono sale sulle ferite, il lieto fine è un miraggio. Musica delle domande senza risposte, dell’impotenza degli infelici, dell’umanità al collasso, Not Available appartiene al “no future” del Punk più che all’estetica della psichedelia, è più vicino all’instabilità superba della “danza moderna” dei Pere Ubu che alla intelligente arte comica di Zappa.

Not Available è uno dei capolavori della New Wave, di una nuova estetica, di un modo di intendere la musica come ricercata arte non commerciale, più strumento di riflessione che di svago.

Il secondo album ufficiale è però The Third Reich ‘n Roll (1976), composto di due collage che deformano e incollano, sovrappongono, storpiano decine di motivetti celebri anni ’60. Sono collezioni post-moderne di musica Pop, una specie di remix-album, di collezione per Dj, ma filtrata da un’estetica del grottesco. L’ascolto, ostico e intrigante, si consacra più come raccolta e retrospettiva musicale che come opera “nuova”, una sorta di compilation devoluta. Swastikas on Parade (17 minuti e mezzo) e Hitler Was a Vegetarian (18 minuti e mezzo) contengono così decine di citazioni: Let’s Twist Again, Monster Mash, A Horse with No Name, Papa’s Got a Brand New Bag, Light My Fire, Rock Around the Clock, In-A-Gadda-Da-Vida, Sunshine of Your Love, Hey Jude, Sympathy for the Devil ecc.

Fingerprince (1976) ripropone la forma musicale di Meet The Residents, ma priva di quell’ironia ed anche in modo meno torrenzialmente inventivo. Il balletto androide di Godsong, la demenziale Boo Who?, la marcetta di Torniquet Of Roses sono altri affreschi devoluzionistici. Il brano più significativo è però Six Things to a Cycle (17 minuti), divisa in sei parti e capace di fondere un urlo animalesco con un mix di variazioni à la Zappa che unisca primitivismo, musica da colonna sonora, ballo robotico, variazione etnica, malinconia e tragedia. L’album vede anche il trionfo del sintetizzatore, che diverrà il loro strumento principe.

Duck Stab/Buster & Glen (1978) raccoglie alcuni brani brevi già pubblicati come Ep ed inediti. Si tratta di composizioni minori, che mostrano il genio della formazione in costrutti più “orecchiabili”, meno imponenti e complessi.

Tutt’altro che normalizzatisi, i Residents pubblicano il loro album più estremo, Eskimo (1979). L’album è dedicato alla civiltà eschimese e suona come un terribile attacco alle maggioranze che annientano le minoranze, quindi anche un album che rivendica agli USA i diritti dei nativi. Ma su un altro livello, l’opera è l’esaltazione del senso di solitudine, di mancanza di identità e di abbondanza di morte e desolazione che già affiorava in Not Available. Il primitivismo è ormai totale, il linguaggio è praticamente assente, la natura è ovunque. Musicalmente l’opera è intrisa di field recordings, di strumenti che mimano la natura e di vocalizzi sempre più stranianti e disturbanti. Nubi gelide e arcaiche di rumori, folate artiche, urla animalesche affiorano in una notte polare che è simbolo di morte e di inumanità: il clima ostile è metafora di quanto la nuova società renda gli uomini vittime di una sopravvivenza animalesca. L’opera, ancora, ha il merito di sublimare la loro idea di concept album. Anticipando la musica Ambient, gli interessi etnici degli anni ’80 ed il ritorno al primitivo degli anni ’90 e ’00, Eskimo si afferma come uno dei passaggi storici più importanti per l’evoluzione dei linguaggi musicali. I sei brani descrivono sei momenti della vita eschimese, partendo dall’iniziale The Walrus Hunt, un poema sinfonico funereo per voci sub-umane e vento glaciale. Birth continua il flusso sonoro con rintocchi di musica deformata, esaltandosi ancora nelle manipolazioni vocali, nelle timbriche mostruose, nei pianti infantili. Il clima teso, drammatico, ostile, trionfa in Arctic Hysteria, un Folk primitivo per incubi della notte artica, un affresco elettronico per fischi assordanti, umanità ovattate, cigolii sinistri, rumori colossali, preghiere inudibili. Una danza etnica da indiani accoglie The Angry Angakok, con l’elettronica a contrastare con questo clima animalesco, con le urla da primati, fino al caos distruttivo, al drone cosmico, al vento di morte, alla tempesta che non lascia scampo. La solitudine (artica o metaforica) assalta A Spirit Steals A Child (quasi 9 minuti), un rito tribale che anticipa un pianto disperato, una liturgia oscura che omaggia la società consumistica (“Money-money” urlano i neo-primitivi). Il risvolto “sociologico” dell’album affiora in questi frangenti prepotente, violento, terribilmente angosciante. Gli zombie apatici sono meccanici androidi che omaggiano gli stereotipi occidentali in oscuri e misteriosi rituali. Potenti come un documentario (fittizio), questi spezzoni sono un capolavoro di ricerca etnica, un sublime esercizio di manipolazioni e field recordings, di elettronica d’avanguardia. The Festival Of Death (10 minuti e mezzo) è il finale tribale, elettronico, primitivo, documentaristico che si chiude in un clima rasserenato, onirico, luminoso che suona come una pace attesa, un sintomo di vita, una resurrezione dopo tanta desolazione tanta morte. Musica per un documentario che non esiste, capolavoro della musica descrittiva, della musica d’ambiente, della musica etnica, della sperimentazione timbrica e dell’uso di varie tecniche compositive proprie dell’avanguardia. Album difficile, capace di apparire quasi come scarno, Eskimo è in realtà un esercizio musicale documentaristico e sociologico, un’espressione estetica complessa, che fa perno su un complesso disegno volto a rispettare i canoni di un vero trattato sulla civiltà eschimese (si guardi anche http://www.residents.com/historical/page0/page11/page79/page79.html). La critica alla società statunitense è sottile ma tagliente, la tragedia è oppressiva, la desolazione è terribile ma tutto è anche affascinante nella sua natura primitiva, tribale, pagana, estranea alla regole del vivere moderno. Si tratta, per certi aspetti, di un album persino romantico nel suo vagheggiare ad una realtà in estinzione, ad un passato perduto, ad una semplicità sacrificata. Dopo Not Available, i Residents consegnano alla Musica del ‘900 un altro capolavoro.

I Residents riportano, a proposito dell’epilogo della vicenda narrata in Eskimo, le seguenti parole: “All the stories on this recording are expressed in the past tense,This is because the Eskimo, particularly the Polar Eskimo on which this album is based, was “rescued” from its “miserable” life style by welfare in the late sixties. The Polar Eskimo has been relocated entirely into government housing, and now spends most of the day watching reruns on TV.”

Il bulbo oculare con cui compaiono in copertina su Eskimo diverrà il loro più famoso simbolo.

Il remix di Eskimo si chiamerà Diskomo e nel 2000, accompagnato da altri brani, diverrà una sorta di album.

Commercial Album (1980) è un esercizio sulla musica da spot, di cui riprende soprattutto la forma: 40 brani da 1 minuto l’uno, che continuano ad evolvere le idee pre-Eskimo senza grandissime evoluzioni. Eastern Love, la tetra End Of Home, l’orientaleggiante Amber, Suburban Bathers, Act Of Being Polite, Tragic Bells, la spettrale Simple Song, Less Not More, la filastrocca dannata di Moisture, la drammatica Loneliness sono fra i momenti migliori di u’opera “concettuale”.

Mark Of The Mole (1981) torna al suono complesso di Eskimo e Not Available. The Ultimate Disaster (9 minuti) è un capolavoro di canti anemici, ritmi sempre più deformati, melodie zombie, variazioni fulminanti, stili che confluiscono. Migration(7 minuti) condensa gli esperimenti più audaci su timbriche e su effetti che hanno svolto nella loro carriera mentre Another Land torna al sound da documentario. Il delirio industriale di The New Machine (7 minuti) è un altro spaccato della loro più malsana inquietudine che si collega alla ansiogena Final Confrontation (10 minuti). Sono brani pieni di sfumature stilistiche e di stranezze sonore, che continuano la loro missione artistica con minore rivoluzionarietà, ma senza mai scadere nel prevedibile. Mark Of The Mole congiunge la sinfonia di Not Available al documentario di Eskimo aggiungendo uno stile più meccanico, industriale e se possibile ancora meno “umano” e sempre più storpio.

The Tunes Of Two Cities (1982) continua la trilogia iniziata dall’album precedente. Diviso in due “parti”, l’album alterna momenti da gag-sonora che fagocitano stili dal Jazz al Musical a momenti più industriali sulla scia degli esperimenti più oscuri degli ultimi album. Alcuni momenti sono notevoli, come Serenade for Missy, God of Darkness, Smack Your Lips (Clap Your Teeth) e Happy Home, ma l’opera appare più stanca e finanche frammentaria, saltuariamente autocompiaciuta.

Intermission: Extraneous Music from the Residents’ Mole Show (1982) presenta gli intermezzi di contorno agli show del periodo. In questo breve EP si distingue soprattutto The New Hymn, manifesto della loro visione musicale.

Title In Limbo (1983) con Renaldo And The Loaf racchiude altri momenti musicali “comici” in brani brevi che aggiungono poco al loro canzoniere.

I Residents continuano a mostrare esercizi musicali elaborati, sempre stravaganti. Il suono si fa a tratti più orchestrale, per esempio su The Tunes Of The Two Cities, ma rischia anche di scadere nell’autoindulgenza.

In questi anni i Residents iniziano anche un altro progetto colossale, che si affianca a quello della trilogia ancora incompiuta di Mark Of The Mole e The Tunes Of Two Cities. Si tratta di un progetto che si dovrebbe compiere in 16 anni dedicato ad alcuni compositori. Il primo episodio, George & James (1984) reinterpreta le musiche di George Gershwin e James Brown continuando la loro tradizione di cover stranianti ma mostrando ancora una volta il fianco in quanto a mancanza di idee sostanzialmente nuove. Sembra, per certi versi, di ascoltare una versione meno variegata ed eccentrica di The Third Reich’n’Roll.

Whatever Happened to Vileness Fats? (1984) è la teorica colonna sonora di un film che i Residents non hanno mai concluso. Vertendo sulla musica Classica, sull’Elettronica e su qualche rimasuglio comico, l’opera rinuncia in gran parte alla componente ritmica del loro sound, alle manipolazioni vocali ed alle deformazioni più accentuate, creando un sound da thriller, teso ed inquietante. I Residents sono qua musicisti in senso quasi canonico e dimostrano come la loro arte deforme possa rinunciare al suo lato meno serio senza perdere molto in carisma. Soffrendo di frammentarietà, l’album si distingue comunque in Whatever Happened to Vileness Fats?, The Importance of Evergreen e nella lunga The Knife Fight (9 minuti). Rimane la curiosità per un film che forse non vedrà mai la luce.

La serie dedicata ai compositori riscuoterà poco successo e verrà in gran parte abolita. Il film non vedrà mai la luce e la trilogia con già i primi due episodi scritti rimane praticamente incompiuta. La terza parte, infatti, viene etichettata come una quarta parte.

The Big Bubble: Part Four of the Mole Trilogy (1985) vede però i Residents tornare ad una feroce sperimentazione. Il concept questa volta riguarda una formazione aliena che suona una musica proibita. L’opera è uno dei più imponenti esperimenti sul concepimento di un Rock alieno che siano mai stati fatti. Si tratta ancora una volta di Pop/Rock dietro lenti deformanti, ma questa volta l’esercizio è complesso ed ardito come ai tempi migliori. Sorry frammenta la chitarra aliena mentre la voce desolata articola testi tragicomici nella loro devoluta semplicità. Hop A Little sfoggia altri esercizi vocali che contrastano con il clima apocalittico dei tappeti sonori, degni di un film sull’olocausto nucleare. Go Where Ya Wanna Go rende il brano d’amore da classifica una tragedia di proporzioni bibliche piena di esercizi sui balbettii vocali. Se la musica è spesso una imponente sinfonia elettronica, la voce è quella che mostra gli studi più interessanti. Dal balbettare infantile al pianto, passando per l’epilessi, il verso animalesco si passa in rassegna un inventario sconfinato di stravaganze vocali. Go Where Ya Wanna Go è in questo senso un capolavoro dadaista, un bambino al cospetto del mondo post-Bomba H. Cry for the Fire disegna altri scenari apocalittici per una marcia funebre spettrale epica dove un blaterare disarticolato continua gli esercizi sul linguaggio. Non si tratta più di un diversivo comico, questo dizionario devoluto è ormai un linguaggio a se stante, è il continuo del processo distruttivo dei primi album. Die-Stay-Go torna al clima tribale, asfissiandolo di droni infernali. Il clima ossessivo e disperato di Vinegar mostra come l’intento comico sia praticamente scomparso, come sembri di stare più in un manicomio che in un asilo nido. Con il procedere l’opera si impone sempre più asfissiante e marziale, sempre più tragica e post-apocalittica. Si può ancora intravedere il suono più commerciale nelle pieghe della title-track The Big Bubble, ma è come se Chuck Berry fosse uno zombie in una zona uccisa dalle radiazioni. Il capolavoro rimane probabilmente l’imponente, maestosa, claustrofobica Fear For The Future, il loro massimo esercizio di suspense. Il mostruoso suono che proviene da questo estremo degrado sub-umano, da questo clima mortifero, storpia Kula Bocca Says So fino a far dimenticare che forse era un singolo da hit-parade. Opera drammatica, intrisa di un gusto sinfonico e falcidiata da assalti ritmici e cacofonici, The Big Bubble cristallizza soprattutto l’uso avanguardistico della voce e delle sue capacità espressive. Pochi artisti posso vantare un uso così eclettico e originale di questo strumento antichissimo. L’esercizio post-moderno del Pop è invece sempre più articolato: si creano brani Pop che poi vengono deformati e vengono presentati corrotti e marci, intrisi di un senso di angoscia e di disperazione e cantati da disperati sub-umani da manicomio. La musica Classica, il Pop, il Rock convergono in un’opera imponente, capace di riaffermare il genio creativo della formazione e regalando alla Storia della Musica un altro esercizio di originalità sostanzialmente estraneo alle opere maggiori del loro passato.

Census Taker (1985) continua la serie di colonne sonore, regalando brani brevi e concisi, con qualche gemma (Passing the Bottle, The Census Taker).

God In Three Persons (1988) è un’altra opera imponente, un po’ prolissa e meno frizzante dei capolavori del passato, più educata degli episodi di una decade prima, ma comunque capace di Hard & Tenderly, The Service e soprattutto dei quasi 10 minuti di Kiss of Flesh, un superbo esercizio di demenzialità, Pop, Disco e tocchi sperimentali. Si tratta di un’opera molto più musicale del caos organizzato del passato, meno corrosiva ed incisiva ma anche molto più musicale ed armoniosa, pur nella sua vena sperimentale. Forse è la versione senile dei Residents: organizzata come un esercizio di stravagante Prog-Rock sperimentale, questo concept album/Rock opera è una sorta di rivisitazione del Blues più parlato, del mito del cantastorie, interpretata da una formazione fra le più eccentriche in assoluto.

The King & Eye (1989) omaggi le canzoni di Elvis Presley, ma lascia poco e nulla di ricordevole e la raccolta si traduce brevemente in una stanca parodia.

Freak Show (1991) raccoglie altre gag sonore che spaziano i generi più disparati e funge da compendio della loro arte comica (Lillie, Wanda, the Worm Woman, Herman the Human Mole). Sembra di ascoltare una versione post-industriale di Zappa e dei suoi collage multicolori in questa musica meno eccentrica e travolgente e più “ordinata”. Artigiani del suono, i Residents incollano spezzoni di musica popolare in un quadro grottesco di deformanti musiche destrutturate.

Gli anni ’90 proseguono su iniziative che appaiono quasi meta-musicali. Da sempre un gruppo multimediale, i Residents prima tentano di modificare il concetto di Greatest Hits con Our Finest Flowers (1992), elaborando un mash-up di molti vecchi successi. In seguito tentano un album multimediale come Gingerbread Man (1994) che è musicalmente povero ma che sfrutta le potenzialità dei Cd-Rom e dei moderni PC regalando contenuti visivi che aiutano lo sviluppo dell’ennesimo concept album. Si tratta di una strada, quella di una nuova multimedialità musico-centrica, che i Residents battono con destrezza, seppure a livello musicale non ci sia molto di nuovo.

La visione sbilenca del concetto di gruppo musicale continua con l’ennesima colonna sonora, quella di Hunters (1995), cupa e futuristica.

Questo trittico di album si estranea quindi dal più canonico album musicale, cercando nuove vie stravaganti. I risultati sono musicalmente mediocri, poco originali, persino un po’ antiquati, ma la formazione mostra sussulti e tentativi verso un nuovo universo musicale che sono comunque apprezzabili.

Have a Bad Day (1996) e Wormwood (1998) propongono altre idee stravaganti ma aggiungono poco di significativo alla loro opera, anzi il secondo, un concept album sulla Bibbia, si mostra particolarmente prolisso e privo di spunti significativamente originali.

Demons Dance Alone (2002) mostra come le loro canzoni comiche possano diventare tragiche e persino drammatiche e malinconiche dopo l’11 Settembre. L’eccentrica vena degli esordi si è ormai perduta, rimane una formazione di esperti musicisti.

WB: RMX (2003) è un altro gioco meta-musicale: la riedizione del loro primissimo demo, senza nessuna delle tracce del demo originale.

Autoindulgenti fino alla nausea e dispersivi in modo bambinesco, i Residents sembrano ormai destinati a ripetersi e strappare qualche sorriso, ma non paiono più in grado di proporre qualcosa di rivoluzionario come in passato.

12 Days of Brumalia (2004) è un altro esperimento assurdo: una canzone al giorno sul loro sito ufficiale, pensata per omaggiare i visitatori ed inizialmente avulsa dall’idea di pubblicare un album, che pure ci è stato. Homer Flynn della Cryptic Corporation ha detto a tal proposito: “The Brumailia songs were a present for those who visited the site everyday. It is not for those who didn’t. It is not a gift for the world. Think about it, the Brumalia songs would still be on residents.com if we wished to have them shared. They should not be archived and shared.”

I Murdered Mommy (2004?) è un altro progetto oscuro, intriso di Drum’n’Bass e di un brano devastante come Google God.

Animal Lover (2005) continua la serie di opere minori, confermando che la loro musica diventa sempre meno interessante. Momenti come Inner Space sono probabilmente la cosa più Pop che hanno mai pubblicato.

Tweedles (2006) conferma che il nuovo sound è poco innovativo ed originale. Aggiornati all’era della musica digitale i Residents hanno virato verso un sound più semplice, che echeggia saltuariamente l’Elettronica del nuovo millennio ma che sovente racchiude in se poco e nulla di veramente rilevante.

Un effluvio di pubblicazioni costellano la fine degli anni zero.

.

.

.

Voti:

Santa Dog – 7
Meet The Resident – 8
The Third Reich’n’Roll – 7
Fingerprince – 7
Duck Stab/Buster & Glen – 6
Not Available – 9
Eskimo – 9
Diskomo – 6
Commercial Album – 7
Mark Of The Mole – 7,5
The Tunes Of Two Cities – 6
Intermission – 5,5
Title In Limbo – 5,5
George & James – 4
Whatever Happened to Vileness Fats? – 6,5
The Big Bubble: Part Four of the Mole Trilogy – 7,5
Census Taker – 5,5
God In Three Persons – 6,5
The King & Eye – 4
Freak Show – 6,5
Our Finest Flowers – 5,5
Gingerbread Man – 5
Hunters – 5
Have a Bad Day – 5
Wormwood – 4,5
Demons Dance Alone – 5,5
WB: RMX – 4,5
12 Days Of Brumalia – 4
I Murdered Mommy – 5
Animal Lover – 4
Tweedles – 4,5

Playlist di brani selezionati dei Residents

Annunci

4 thoughts on “Residents – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...