Dream Theather – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Dream Theater

Il Progressive Metal fu principiato dai Rush e fu proseguito in modo più o meno esplicito da varie formazioni negli anni ’80, ma gli americani Dream Theather sono stati i primi a fondare con costante intento di fusione il genere, scrivendone il manifesto e consegnando una delle musiche più camaleontiche, enciclopediche e tecniche degli anni ’90.

When Dream And Day Unite (1989) principia la carriera in modo incerto, nonostante i richiami al progressive Rock ed all’Hard Rock siano costanti e la fusione sia già sul punto di essere ultimata. Col senno di poi, l’album non riesce mai a spingere la formula alla sua definitiva maturazione, arenandosi nell’epica A Fortune In Lies o nello strumentale di scuola progressiva di The Ytse Jam, esercizi che fungono da antipasto al loro futuro. Più interessante quando la formazione cerca di superare i limiti della forma-canzone in modo più esplicito, accostandosi alla suite nella lunga The Killing Hand (8:40, divisa in tre parti). In sostanza, però, c’è molto potenziale e pochi risultati.

Images And Words (1992) mostra come i semi dell’esordio abbiano dato splendidi fiori (e qualche gramigna). Entrato James LaBrie, tecnicamente più preparato del precedente Charlie Dominici, la formazione dei Dream Theather vanta John Petrucci alla chitarra e Mike Portnoy alla batteria ed alle percussioni: i tre fungono da anima della formazione; il primo con un timbro pulito, distaccato e potente appoggia i riff camaleontici di Petrucci mentre Portnoy si assicura di variare con fantasia le basi ritmiche, coprendo il gap fra Thrash Metal, Funk e Jazz. Kevin Moore alle tastiere completa la formazione assieme a John Myung, al basso. La forza dei Dream Theather è proprio la capacità di creare delle canzoni che variano di atmosfera e stile mantenendo una coesione ed un equilibrio sorprendente: si dimostrano quindi fra i più grandi “progressivi” di sempre, in quanto nei migliori brani riescono ad incorporare molteplici sfumature stilistiche ed emotive.

L’inno epico di Pull Me Under, fra Rock, Hard Rock, Heavy Metal, Thrash Metal ed un ritornello che richiama i Rush sembra una piccola enciclopedia del Rock muscolare, maestoso e grandioso degli anni ’70 ed ’80 e rimarrà probabilmente uno dei loro massimi capolavori. Metropolis Pt.1 conferma lo stato di grazia, sguinzagliando in nove minuti abbondanti una serie di camaleontici cambiamenti, imponendosi come manifesto programmatico di tutto il Progressive Metal. Another Day, la ballata di turno, è costruita con attenzione e trasporto e può far perno su una scarica emotiva che soppianta qualche déjà senti. I Genesis vengono rivestiti di una nuova energia in Surrounded, mentre Petrucci si immola alla chitarra e la finale Learning To Live si muove in un viaggio di ben 11 minuti e mezzo, facendo di nuovo perno sui cambiamenti di stile.

Alcuni momenti, comunque, hanno poco da offrire oltre allo spettro stilistico, come gli otto abbondanti minuti di Take The Time, che ricorda fin troppo da vicino i Queen più Disco/Funk, nonostante gli assalti Metal: il finale richiama Bohemian Rhapsody e qualche hit minore degli ’80, mostrando di fatto il limite di questo gioco enciclopedico. Non basta l’eccentricità, la tecnica e la cultura musicale per rendere artisticamente apprezzabile ogni fusione, soprattutto se i modelli di riferimento sono scadenti, stantii e poco stimolanti. Under a Glass Moon è così un brano minore, che sfoggia tecnica e cambiamenti ma non diverte, anzi tedia nel suo martellare Thrash Metal. Il limite della formazione e forse di tutto il Progressive Metal sta proprio nel rischio di relegare in secondo piano l’impatto emotivo e di trasformarsi in un gioco stilistico, citazionista e tecnico che non è supportato sempre da una valevole ispirazione; invalidante è anche il riecheggiare il passato, così che sovente sono riprese scelte stilistiche ormai abusate, seppure il loro utilizzo è solo uno dei colori dell’arcobaleno sonoro che viene proposto. Images And Words contiene quindi alcuni dei capolavori della formazione ma anche mostra, seppure in misura piuttosto modesta, i limiti della loro musica, che inoltre soffre anche di un certo gusto per l’abbondanza e la prolissità: se fosse durato una ventina di minuti in meno (escludendo Take the Time, Under a Glass Moon, Wait for Sleep) l’album si sarebbe come un valido erede dei grandi capolavori del Progressive Rock.

Awake (1994) rende ancora più intricata la struttura dei brani, tecnicamente più vicini alla scuola Jazz. 6:00 sfrutta un ritmo Funky per imbastire una cavalcata epica, ballabile e macchiata persino di qualche sfumature radiofonica. Il massimo della formazione si ha in brani complessi e intriganti come Erotomania, che costruisce melodie emozionanti, persino romantiche, poi riparte lentamente fino a coprire con una dolce gamma cromatica il percorso invisibile che unisce la ballata più intima al maestoso inno Heavy Metal. Ancora più acrobatica è Voices, un gioco di contrasti fra delicatezza ed aggressività, fra un sospirato recitato religioso ed una possente marcia di guerra. D’altronde è normale che la formazione riesce a scansare il citazionismo e l’onanismo tecnico fine a se stesso proprio quando propone idee che erano estranee al Prog Rock, soprattutto forzando sui la tavola cromatica dell’Heavy Metal più possente. Lie, trascinante ed avvincente, conclude l’elenco dei brani maggiori insieme a Space Dye Vest, un pianoforte sognante e classicheggiante per la più commovente, sentita e triste delle canzoni dell’album.

I limiti che affioravano nell’album precedente infettano Caught In A Web, soporifero esercizio di stile sull’Heavy Metal o nella ariosa Innocence Faded, che odora da vicino di Prog Rock anni ’70 e che solo nel finale pirotecnico ritrova carisma. Non c’è scusante per la banalità imbarazzante di The Silent Man. Qualche sbadiglio lo evoca anche The Mirror, paradossalmente fin troppo monotona mentre non lascia il segno Lifting Shadows Off a Dream, facendo così coppia con gli 11 minuti di Scarred, che si dilungano ben oltre il necessario. 75 minuti complessivi sono, molto più che nell’opera precedente, decisamente troppi per l’ispirazione che guida nell’insieme i brani.

A Change Of Season (1995) dà sfoggio a tutte le loro manie di progressività con la suite che dà il titolo alla raccolta, che in 23 minuti alterna possenti sferragliate e dolci romanticherie, creando una sorta di versione muscolosa degli Yes: i vari “momenti” sono un succedersi di escursioni in nuove tradizioni sonore, ma in sostanza lo spettro stilistico è sempre il medesimo che ha attraversato più o meno costantemente la loro discografia, dal secondo album in poi. L’opera ha però il merito di riassumere questa musica progressiva in un compendio esaustivo. Il resto dell’album, invece, allunga vergognosamente il minutaggio con inutili, autocompiaciute cover di brani famosi (sciupando quanto di buono invece ha fatto sentire la suite di cui sopra).

Falling Into Infinity (1997) continua a spingere sulle fusioni inconsuete, il vero punto di forza della loro carriera. New Millenium si muove così fra Heavy Metal, Funk, melodie di tastiere.I riflessi psichedelici di Peruvian Skies e qualche nuovo ingrediente dosato qua e là, tendendo sempre più verso una versione aggiornata, intellettuale ed aristocratica di Progressive Rock non bastano però a salvare dagli sbadigli di Burning My Soul (con una oscena voce effettata, fra le altre cose), Lines In The Sand (che si ricorda solo per la parte iniziale), del robusto Pop/Rock di Take Away My Pain, della romanticheria di Anna Lee o della lunga (troppo lunga) Trial Of Tears.

Metropolis Pt 2: Scenes From A Memory (1999) si presenta come una sorta di lunghissima suite, divisa in nove “scene”, spesso suddivise a loro volta. Non ci vuole un grande intuito per prevedere che in 77 minuti totali la formazione ha tutti i mezzi per dilungarsi ed annacquare le buone idee che, al solito, sono sparse nell’opera. Alcuni passaggi si imbevono di passaggi struggenti e poco originali come Strange Dejavu o il ritornello morbido di Fatal Tragedy, che gode però di una grande prova di Portnoy. Through Her Eyes è un’ingiustificabile ballata melliflua, pura noia Pop, muzak per telefilm adolescenziali che, colpevolmente, viene quasi replicata da One Last Time. L’eccessivo autocompiacimento e la mancanza di umiltà, di limiti auto-imposti e di gusto per l’essenzialità rovinano anche Home, che nei primi due minuti è un orientaleggiante riecheggiare dei Pink Floyd su cui si innesta un Funk/Death Metal, peccato che dopo l’aura orientale passa in secondo piano e solo le tastiere continuano a conferire un po’ di carattere al brano: se fosse durato 3 minuti invece di quasi 13, avrebbe potuto essere uno dei loro capolavori. The Spirit Carries On, che richiama da vicino Pink Floyd (The Dark Side Of The Moon e The Wall), finisce per sembrare una brutta imitazione con 4-5 lustri di ritardo. Finally Free, pomposo finale che si dilunga nella narrazione, sembra più fungere come conclusione del concept che come traccia valevole di per sé, pregna com’è di patetiche scene commoventi.

Fra i brani più riusciti c’è la tecnica Beyond This Life ma il gioco della parti melodiche alternate a quelle aggressive è giustificato solo per l’irrefrenabile sfoggio di tecnica, di voli pindarici e di assoli intricati ed evocativi. Sempre la tecnica, accompagnata da una fantasia compositiva ed una grande prova alle tastiere, sorregge The Dance Of Eternity, sei minuti, che potrebbe rientrare fra i loro capolavori.

Ovviamente c’è troppo poco per giustificare un simile, maestoso, imperioso, articolato concept album: al massimo se ne potrebbe estrapolare una più modesta suite di 20 minuti, da affiancare a A Change Of Season.

Six Degrees of Inner Turbulence (2002) soffre tremendamente di questa autoindulgenza. Un doppio, infinito, prolisso, ridondante album. Le citazioni del Progressive Rock si sprecano, dai Pink Floyd ai King Crimson, dai Genesis agli Yes; queste canzoni finiscono per replicare ed autocitare le canzoni del loro repertorio che a loro volta citavano i padri del progressive: più il gioco si prolunga, in questa discendenza derivativa, e più la tecnica si dimostra incapace di giustificare il loro operato. I 42 minuti della title-track, una suite che dimostra quanto il dilungarsi sia uno dei mali maggiori della musica a basso costo, contiene più o meno la stessa quantità di idee valide di Metropolis Pt.1, ma diluite in un tempo quattro volte superiore. Si tratta, probabilmente, del loro peggior album dall’inizio della carriera.

Train of Thought (2003) cerca di ritrovare nuovi percorsi, ma finisce per sembrare una versione progressiva e poco fantasiosa e carismatica dei Metallica di Master Of Puppets. Solo As I Am, che potrebbe benissimo appartenere al catalogo dei Metallica, vale l’ascolto, mentre il resto mostra una formazione alle perse col Thrash Metal e troppo spesso senza idee.

Octavarium (2005) resuscita la formazione in modo sorprendente. La fantasia e l’ispirazione attraversano come nuova linfa vitale la loro musica. The Root Of All Evil è un maestoso esercizio di Heavy Metal cangiante, ma anche un motivo per fondere melodie distese, epiche ed evocative. Persino il Pop/Rock di I Walk Beside You riesce a non risultare banale, nonostante qualche patetismo: gli U2 pagherebbero oro per un brano come questo nel loro repertorio. L’assalto frontale, furioso, pirotecnico ed inarrestabile in otto minuti di Panic Attack si affianca ai capolavori di tutta la carriera: Funk, Heavy Metal, Thrash Metal, stralci di tastiere, assoli intricati, una corsa inarrestabile dove persino Labrie riesce a risultare convincente nei vari stili toccati, evitando di cadere nelle noiose interpretazioni degli ultimi anni. Persino gli 11 minuti di Sacrificed Sons sfruttano bene i minuti a disposizione, nonostante qualche patetismo. L’ennesimo, enciclopedico, mastodontico riassunto degli stili del Progressive Rock si attua nei 24 minuti della title-track, che si apre sulle note dei brani che i Pink Floyd non hanno mai scritto per mutare lentamente in un acrobatico volo alla King Crimson, riecheggiare i Gentle Giant, gli Yes e spegnersi lasciando la sensazione che finalmente i Dream Theather abbiano saputo completare il loro progetto: con le ovvie derivatività delle singole parti, questa suite è uno dei più epocali riassunti di Progressive che siano mai stati azzaardati, un brano ambizioso che risulta ad un orecchio esperto prevedibile, ma che è di fatto un tributo alla generazione senza la quale la band non sarebbe mai esistita. In fondo, pur nella loro magniloquenza spropositata, è rimasta la coscienza di aver avuto dei maestri senza i quali la loro musica non sarebbe stata possibile.

Systematic Chaos (2007) non riesce a mantenere la promessa di Octavarium di una rinascita artistica. In The Presence of Enemies Pt.1 apre con nove minuti pirotecnici, soprattutto una prima parte intricata, veloce e possente che però, purtroppo, non rispecchiano la qualità media dell’album. Constant Motion però finisce ogni tanto per sembrare una copia dei Metallica, così come sono banali le sezioni più violente di The Dark Eternal Night e prolissa risulta essere Repentance, con echi di Pink Floyd e 5-6 minuti di troppo sui quasi 11 totali. Prophets Of War è un ballabile Heavy Metal venato di Elettronica. Al solito è la prolissità e la mancanza di modestia a guastare quanto di apprezzabile ci sia in The Ministry of Lost Souls, che si apre con un epico incedere che lascia spazio a melodie Folk, ma il gioco del crescendo successivo è davvero abusato e così è fin troppo ovvio attendersi che la canzone diventi uno stentoreo Heavy Metal; gli ultimi cinque minuti, che chiudono anche malamente la struttura, sono poi solo l’abbondanza che si può permettere un gruppo famoso (e l’autocompiacimento che si può permettere un gruppo osannato da moltissimi fan). In The Presence of Enemies Pt.2, proseguendo sulle spoglie dei Pink Floyd soprattutto nelle prime note, contiene una sezione di Thrash Metal meno stereotipata, che a circa 9 minuti si trasforma in un acrobatico Jazz/Metal che riaggiorna i King Crimson al nuovo millennio mentre il finale richiama lo stile del Doom: il brano, nelle sue due parti lungo circa 26 minuti, rappresenta una versione meno meramente enciclopedica ed un po’ più personale della suite Prog-Metal che i Dream Theather hanno inventato, nonostante le citazioni continuino ad affiorare spesso e qualche caduta di stile, soprattutto nelle più ariose e soporifere parti cantate, continui a persistere. Il resto dell’opera è però mediocre, raffazzonato, boccheggiante; annaspa negli assoli chilometrici, le progressioni lente e prevedibili e le lungaggini inutili.

Black Clouds & Silver Linings (2009) riprova a nascondere con la tecnica ed i brani chilometrici i problemi in fase di scrittura. A Nightmare To Remember vale soprattutto per la sezione che parte dai 10 minuti in poi, con sprazzi persino Black Metal, mentre il resto di questi quasi 15 minuti non è innovativo, nonostante si sforzi di mescolare ininterrottamente i generi standard della loro fusione. A Rite of Passage e Wither, la classicheggiante ma noiosa The Best Of Times (13 minuti), il collage di The Shattered Fortress (che ripesca stralci di brani passati per chiudere una suite inter-album con un ultimo tassello di ben 12 minuti ) portano faticosamente a The Count Of Tuscany. Quest’ultima in 19 minuti vive delle tastiere fra il fantascientifico e il thriller, ma dopo 11 minuti si spegne in tappeti cosmici, per una Ambient che genera un Folk sommesso, che solo nel finale ridiventa un più banale ed epico Heavy Metal per la chitarra di Petrucci: per 3-4 minuti centrali il brano si impone come una vera ventata di aria fresca nel loro sound. L’opera, nel complesso, sembra però sostenuta solo dall’ego smisurato della formazione, dall’arte di dilungarsi e di mischiare a poco vino troppe parti d’acqua.

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Voti:

When Dream And Day Unite – 6
Images And Words – 7,5
Awake – 6,5
A Change Of Season – 5,5
Falling Into Infinity – 5
Once in a Livetime – 6,5
Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory – 5
Six Degrees of Inner Turbulence – 4
Train Of Thought – 4,5
Octavarium – 6,5
Systematic Chaos – 5,5
Black Clouds & Silver Linings – 4

Playlist di brani selezionati dei Dream Theater

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14 pensieri su “Dream Theather – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Son adesso (dopo il commento sui Beatles) di fretta però noto che al tanto celebrato (e anche secondo me sopravvaluttato) album del 99 hai abbassato il voto da 6 a 5…….sei stato duro!Ciao!

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  2. Marco ha detto:

    Sta cosa proprio non la capisco: A Change Of Seasons e I dei Meshuggah sono entrambi EP con un brano lungo che rappresenta rispettivamente il capolavoro delle due band, e sono entrambe (ottimi) riassunti del loro stile. Solo che mentre i Mesh hanno messo solo quello, i DT hanno aggiunto delle cover: questo per te è una vergogna che sciupa quanto di buono hanno fatto nella suite, giusto? Quindi se non avessero aggiunto le cover (in quello che era ed è solo un EP) saresti stato più contento e l’EP avrebbe più qualità? Il tuo ragionamento mi sfugge: perché I si becca un giusto 7,5 mentre ACOS è sterco?

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  3. Non sciupa quello che hanno fatto nella suite, ma è l’unica cosa che reputo interessante di quell’Ep. Funziona a metà l’Ep. Quello dei Meshuggah invece è più breve ma mi sembra privo di brani trascurabili. E 5,5 non è sterco, suvvia! 😉

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  4. Analogia: una è una buona torta ai mirtilli, con dei frutti eccellenti. L’altra una altrettanto buona torta alle fragole, con dei frutti eccellenti, ma con dentro anche il sedano. Ah, la seconda torta pesa il doppio. E io preferisco la prima, a me il sedano piace solo in pinzimonio.

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  5. Marco ha detto:

    Ho notato anche che hai dato un voto a Once In A LiveTime ma non l’hai recensito, e non hai parlato ad esempio di Marquee ’93 o di Live Scenes from New York o altri live. È senz’altro dispendioso recensire tutti i live delle band, specialmente se quelle in questione non ti piacciono; mi sfugge il perché dare un voto solo a LiveTime (che peraltro non è il loro migliore) e perché non spendere una riga (te ne sei dimenticato?)

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  6. Marco ha detto:

    A proposito, secondo me il migliore live che abbiano fatto è Live Scenes From New York, triplo cd più completo di Marquee (che purtroppo ha meno di un ora di musica, anche se sfoggia un LaBrie in forma smagliante) e migliore di LiveTime perché dà poca importanza ai brani di Falling Into Infinity. Contiene inoltre una memorabile esecuzione di A Change Of Seasons che è la mia suite metal preferita in assoluto, anche se forse già lo avevi capito. Purtroppo contiene anche Scenes From A Memory per intero, che intendiamoci a me manda in visibilio ma a te non piace e quindi il live non potrà piacerti, diciamo per te sarà un grosso punto a sfavore. LaBrie ogni tanto stona ma, che dire, lo amo anche quando stona: ecco perché forse non sarò mai un buon critico. Ecco tutto!

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  7. Marco ha detto:

    http://www.rockol.it/news-696978/dream-theater-tutti-dettagli-del-nuovo-album-distance-over-time
    Nuovo album dei Dream Theater a febbraio 2019… mi aspetto dolori e dolori…
    Io che pur sono un grande fan della band sono abbastanza preoccupato per questa nuova uscita… dato che da dopo Octavarium hanno più o meno fatto uscire un disco più brutto e inutile dell’altro, quasi tutti over 75 minuti e l’ultimo ne durava 130… alquanto irritante per una formazione del loro rango.
    Tuttavia potrebbero sempre stupirmi in bene se ad esempio, che ne so:
    – LaBrie nel frattempo ha preso due anni di lezioni di growling da Åkerfeldt e dunque stupirà l’ascoltatore con del tutto inaspettate alternanze di cantato pulito / grugniti suini / sguaiatezze death-black / colpi di bonghetto etiope;
    – Petrucci nel frattempo si è dato allo studio del banjo / della balalaika / dell'armonica a bocca / del controfagotto / del trombone basso barocco;
    – Portnoy nel frattempo è tornato in formazione e però la pianta di scrivere canzoni sul suo passato da alcolista perché anche basta;
    – Rudess la pianta rovinare le composizioni con i suoi ripugnanti assoli di pianola elettrica di 1000 note perché si è fatto dare lezioni di assoli creativi da Moore/Sherinian.. o in alternativa, che suoni il pianoforte a coda e non rompa sempre le balle;
    – C’è un brano-assolo di John Myung, cavolo è da anni che lo aspetto, forza. Anche acustico se preferite.
    – Supercollaborazione con Vektor / Ulcerate / Meshuggah / Burzum. E dai, un po’ di violenza in più non guasterebbe.. anzi fate una suite di 30 minuti suonando tutti assieme (verrà un casino, ma che casino!!).. ma tenete d’occhio Burzum, non sia mai che riprenda a far danni alle chiese locali/ammazzare chitarristi/girare con fucili che non dovrebbe avere.

    Tutto qua. La mia letterina di Natale

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