Aerosmith – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati degli Aerosmith

I “Bad Boys From Boston”, più comunemente conosciuti come Aerosmith, sono una delle più solide istituzioni della musica Rock, in particolare quella statunitense. Nati dal Blues, al quale ritornano ciclicamente, hanno saputo iniettarlo di una carica Hard Rock e di spigoli Heavy Metal nel corso di una carriera ultraquarantennale. Poche altre band possono ambire al trofeo che secondi molti hanno guadagnato concerto dopo concerto, album dopo album, assolo di chitarra dopo assolo di chitarra, acuto dopo acuto: quella di poter essere considerati la più grande Rock’n’Roll band di tutti i tempi. Un titolo altisonante, chissà se davvero attribuibile a loro. Poco importa, le leggende si fondano anche su suggestioni simboliche, su esaltanti definizioni e su etichette clamorose.

È più facile individuare le fondamenta della loro musica: sicuramente tutta la tradizione Blues, soprattutto elettrica, ma anche più di una dose di Hard Rock inglese, quello di Led Zeppelin e Deep Purple più che quello dei Black Sabbath. Nella loro lunga carriera, sono stati per alcuni anni degni eredi degli Yardbirds e pure i cugini in fissa con il Blues degli AC/DC. Il paragone più importante, la vera band di riferimento nei primi anni e la figura paterna più ingombrante è tuttavia quella dei Rolling Stones, dei quali rappresentano l’alternativa statunitense e dei quali hanno fatto le veci anche negli anni in cui la band inglese era in una forte crisi creativa: la metà degli anni 70.

Steven Tyler, che suonava nei Chain Reaction, conosce la Jam Band del chitarrista  Joe Perry, ilbassista Tom Hamilton e il batterista Joey Kramer.  Decidono di collaborare in una nuova band, ma Tyler, che faceva il batterista nei Chain Reaction, vuole questa volta stare dietro al microfono. Come chiamarla, però? Ci pensa Kramer a proporre Aerosmith, scartando nomi come The Hookers e Spike Jones. Dopo un breve periodo con Ray Tabano, Brad Whitford diventa il chitarrista ritmico della neonata band. Nel 1970 la nascita degli Aerosmith è ancora una notizia per pochi amici e conoscenti, ma le cose cambiano in pochi mesi: nel 1971 i loro show attirano l’attenzione di pubblico e appassionati e nel 1972 la Columbia li mette sotto contratto per un album d’esordio.

Aerosmith (1973) non è un capolavoro ma una pietra su cui fondare una carriera destinata a segnare a fuoco la storia del Rock. C’è poco di nuovo rispetto all’Hard Rock più “bluesy” inglese, così più di Mama Kin o One Way Street si ricorda la ballata Dream On, ritornello da cantare in coro e chitarra in primo piano.

Una ballata prima soffusa e poi aggressiva, commovente e malinconica, capace di ammorbidire anche il cuore dei rockers più duri. Tyler, destinato a diventare uno dei cantanti più conosciuti al mondo, è qui ancora moderato nel suo stile vocale, ma Joe Perry sparpaglia nell’album riff su riff di Blues elettrificato ed elettrizzante.

Siamo solo all’inizio, ma con il secondo Get Your Wings (1974) la band già affina lo stile, regalando altri momenti di ruvido Hard Rock dall’anima Blues. Same Old Song And Dance, Lord Of The Thighs e S.O.S. (Too Bad) sono nuove pietre fondamentali. Come parziale tributo agli Yardbirds, propongono anche loro una cover di Train Kept A-Rollin di Johnny Brunette: non si capisce se è umiltà o tracotanza, ma poco importa. Nel tempo l’album diventerà anche un successo commerciale, come effetto però della celebrità che arriverà in futuro.

I tempi sono finalmente maturi per diventare delle rockstar. Toys In The Attic (1975) giunge alla piena maturità. Se i primi due album facevano intuire le possibilità della loro musica graffiante e bluesy, questa volta tutto è amplificato e portato a compimento. Tyler si scatena sempre di più in una trasfigurazione di Mick Jagger mentre le chitarre macinano riff su riff a volumi spesso assordanti.

Apre l’album uno dei loro capolavori, una title track da cantare in coro sospinti dalle chitarre che ruggiscono. C’è un altro momento epocale: Walk This Way presentata da riff ruvido, tagliente e orecchiabile che farà epoca. E non è molto meno essenziale Sweet Emotion, una rivisitazione ad alto tasso erotico di Yardbirds e Led Zeppelin. Particolare cura anche nelle ballate: l’erede di Dream On è qua You See Me Crying, che suona forse un po’ troppo simile.

In Toys In The Attic c’è l’Hard Rock ma anche tanto Blues e tutta l’epica del Rock’n’Roll: musica muscolare, sensuale ed emotiva, che conquista il cuore più del cervello. Nel loro massimo momento di splendore gli Aerosmith si scoprono interpreti della tradizione, tutti orientati a suonare la musica Rock più tosta del momento più che a inventare quella del futuro. Né qua né mai nella loro discografia apriranno strade nuove, ma l’abilità di incarnare la storia del Rock americano viene loro naturale in questi anni.

Sono gli anni dei primi successi commerciali, dei primi veri riconoscimenti: negli anni l’album arriva a vendere più di 8 milioni di copie negli Stati Uniti. Sono anche gli anni dove l’energia nella band scorre a fiumi. Rocks (1976), il loro quarto album, riesce a fotografare alla perfezione questo momento di inarrestabile forza e tiene fede al suo titolo.

Il momento più folgorante è quando si inizia l’ascolto con l’opener Back In The Saddle, una botta di adrenalina a base di sudatissimo Hard Rock, con Tyler che si sgola senza ritegno e fa sembrare Mick Jagger un cantante timido. Proprio qua si trovano alcuni dei semi più fertili dell’intera carriera, momenti che sono stati non solo entusiasmanti ma anche influenti per il futuro della musica “dura”. Il premio lo vince senza problemi il Rock’n’Roll con energia quasi da Thrash-Metal di Rats In The Cellar ma non è poi tanto da meno il passo potente di Nobody’s Fault, facile da associare persino a certi Metallica. Ma tutte le canzoni, per quanto prevedibili in molto frangenti, sono la quintessenza del loro stile sguaiato e potente: si senta Lick And A Promise, come sei i Kiss si fossero impegnati a creare il brano più festoso della loro carriera. Home Tonight copre il fronte delle ballate efficacemente, tanto che si può iniziare a parlare di una tradizione.

Volgari, aggressivi e violenti, questi bad boys dediti alla sacra triade sesso, droga e Rock’n’Roll sono negli anni d’oro della loro carriera. Sono ormai in pieno Hard Rock, persino ai limiti dell’Heavy Metal, ma conservano il Blues e non smettono mai di guardare alla tradizione. Grazie a Toys In The Attic e quest’album diventeranno un’ispirazione per band come i Guns n’ Roses e i Motley Crue. Rocks, che vende negli anni oltre 4 milioni di copie, suona come un punto di arrivo ma anche come un vicolo cieco: dove andare adesso? La vita fatta di tour incessanti e abusi di droga non aiuta la band a prendere questa scelta, così gli album successivi si rivelano deludenti.

Sembrava lanciata verso un decennio di successo e di concerti sempre più affollati, ma in realtà la band è al collasso. Draw The Line (1977) apre con una title-track incalzante e vigorosa e prosegue con il sound che ci si aspetta da chi ha composto gli album precedenti, senza sorprese. Questa volta però tutti i brani sembrano acerbi, buttati sul vinile prima di essere stati studiati, arricchiti, rodati a dovere. In mezzo all’ormai rodata formula di Hard Rock con l’anima Blues compare un ballabile da discoteca (!) di dubbio gusto come The Hand That Feeds. Sono questi gli anni in cui Tyler e Perry vengono etichettati come i Toxic Twins, un nome che racconta bene l’abuso di sostanze dei due. Anche il pubblico avverte il calo d’ispirazione, portando a risultati modesti nelle classifiche.

A risollevare le quotazioni di una band in crisi in studio arriva Live! Bootleg (1978), documento dal vivo che evita orpelli e rimaneggiamenti e cerca di trasportare su disco tutta la forza della band. Ne viene fuori un disco che trasuda gli eccessi del Rock.

In studio però le cose vanno sempre peggio. Il successivo Night In The Ruts (1979) non viene concluso con la formazione originale, visto che Tyler e Perry litigano durante un concerto a Cleveland: il chitarrista se ne va stizzito ma Tyler dirà poi di averlo licenziato di propria volontà. Fatto sta che i Toxic Twins si dividono. Al posto di Perry arriva Jimmy Crespo. Il tour che segue è deprimente, con Tyler che collassa a Portland incapace di rialzarsi per il resto dello show.

Per iniziare il nuovo decennio, quindi, meglio guardare al passato e lanciare sul mercato un glorioso Greatest Hits (1980), un modo simbolico per chiudere col passato ma anche per ricordarlo: gli Aerosmith, per una manciata di anni, sono stati fra i grandi dell’Hard Rock, anche se ora sembrano completamente allo sbando.

Le uscite discografiche possono mascherare la crisi, tuttavia, ma non risolverla. Su Rock In A Hard Place (1982) manca anche Brad Whitford, sostituito da Rick Dufay. Nel tour che segue Tyler incontra Perry prima dello show, si strafanno e il primo collassa sul palco, come successe a Portland. In crisi con la formazione originale, questa versione mutata degli Aerosmith è vittima delle dipendenze di Tyler e incapace di andare avanti. In pochi anni la loro fama di live band spettacolare è stata minata da concerti deludenti dove ad attirare l’attenzione è soprattutto lo stato alterato del cantante.

Il momento di crisi sfocia in un temporaneo scioglimento, ma il ritorno arriva con Done With The Mirrors (1985), con la formazione originale ma poco di davvero nuovo. Si tratta di un ritorno alla forma, già un mezzo miracolo visto come si era ridotta la band. Let The Music Do The Talking è finalmente un brano degno dei loro classici, sanguigna come lo erano un tempo le canzoni della band.

Nel 1986, però, la strada per un nuovo periodo di successo commerciale è spianata non da un album, ma da un singolo. Più precisamente, una cover di Walk This Way delle leggende dell’Hip-Hop Run DMC. Non poteva esserci modo migliore per svecchiare l’immagine della band, facendola conoscere a una generazione diversa per età, composizione etnica e classe sociale di appartenenza.

Più variegato e intrigante, Permament Vacation (1987) è un balzo in avanti: non solo gli Aerosmith ci sono, ma sono pronti a riguadagnare la vetta. Lo fanno qua con la possente Rag Doll, la dolce ballata da Rolling Stones statunitensi di  Angel e con il finale voodoo-tribale della title-track.

In mezzo a tutto, anche lo strumentale desolante di The Movie. La chitarra di Perry è di nuovo pronta a infarcire di riff immediati e assoli esaltanti le narrazioni lascive di Tyler. L’album ritorna a vendere bene e a oggi ha superato quota 5 milioni di copie negli Stati Uniti. Il merito è anche di una produzione più curata e di contributi esterni per la stesura dei testi. Gli adesso sobri Aerosmith si imbarcheranno per quest’album in un tour con i drogatissimi Guns n’ Roses. 

Nello stesso periodo la casa discografica che hanno abbandonato, la Columbia, cerca di sfruttare al massimo questa fenice dell’Hard Rock e pubblica Classic Live (1986) e Classic Live II (1987). Nel primo la band non è esattamente al massimo della forma mentre il secondo raccoglie soprattutto esibizioni post-reunion. Nel 1988 una nuova raccolta, Gems, si affianca a quella del 1980, coprendo soprattutto il periodo di maggiore successo.

La definitiva rinascita della fenice arriva con Pump (1989), che è destinato a diventare il loro ultimo classico. C’è la lussuria, l’energia, il sudore, lo spirito del Rock’n’Roll e il trasporto emotivo del Blues: gli Aerosmith sono tornati! L’epopea erotica di Love In An Elevator e la melodrammatica Jane’s Got A Gun.

L’incalzante, graffiante, violenta Young Lust la furia voodoo di Medicine Man insieme ala nuova ballatona, What It Takes, ricreano il mix di un tempo. I Toxic Twins sono di nuovo nell’oligarchia dell’ Hard & Heavy statunitense, a fianco di alcuni loro figli. L’album vende nel tempo oltre 7 milioni di copie.

In tour per quasi tutto il 1990, nel 1991 gli Aerosmith finiscono persino in una puntata dei Simpson, un momento simbolico di consacrazione popolare. Pandora’s Box (1991) è una tripla raccolta  dove la Columbia raschia il fondo del barile proponendo 231 minuti di materiale. Solo per completisti.

L’undicesimo album, Get A Grip (1993), è completamente indifferente all’ondata Grunge e indovina un altro brano di Hard Rock da antologia, Eat The Rich. Per ribadire la loro estetica da teppisti, ad apertura della title-track ci metto un bel rutto. Ci sono, seppur poche e poco importanti, alcune variazioni sul modello standard, soprattutto Livin’ On The Edge, a tema sociopolitico.

Il loro stile sente il peso degli anni e il confronti con gli epigoni più agguerriti, giovani e drogati nati quando loro già incendiavano le platee. Più che aggiornarsi, gli Aerosmith si ammorbidiscono proponendo tre ballate un po’ ruffiane come Cryin’, Crazy e soprattutto Amazing aiutano l’avvicinamento al pubblico Pop/Rock e declinano il sound in una versione più adatta all’età media della band. L’album vende 7 milioni di copie negli Usa e oltre 20 nel mondo e garantisce anche a Tyler e soci due Grammy.

La carriera storicamente rilevante è ormai decisamente finita. Il ritorno di fiamma, che c’è stato, è stato comunque effimero: lo stile di una decade prima, affinato, potenziato e qualche volta variegato è stato ricomposto con grande fatica, è stato spolverato a suon di produzioni attente e contributi esterni e ora ripiega su se stesso, nell’affanno aggrappandosi a brani più facili e melodici.

La raccolta Big Ones (1994) fotografa il periodo della rinascita, fungendo da nuovo spartiacque nella lunga e travagliata carriera. Nel solito anno i fan più insaziabili vengono anche soddisfatti da Box Of Fire, che comprende dodici precedenti uscite più 20 minuti di inediti. Non bastasse, sempre nel 1994 Columbia propone una compilation, Pandora’s ToysNine Lives (1997) è l’album del sell-out, quello che registra un suono più radiofonico che mai. Partorito dopo il licenziamento in corso d’opera del manager, segnato dal cambio di produttore. In sostanza la band continua a fare quello che faceva nei primi album, a tratti con una foga più Heavy Metal (Crash) a tratti con svergognati ammiccamenti al Pop (Pink), ma è tutto più pulito, leggero, immediato. Il momento meno scontato è forse The Farm, con un finale che unisce Heavy Metal e fiati Soul.

A Little South Of Sanity (1998) funge da antologia live. L’hit mondiale I Don’t Want To Miss A Thing (1998), per il blockbuster Armageddon, una ballata delle loro, garantisce alla formazione un successo enorme anche presso il pubblico Pop più generalista.

Nel 2001 si esibiscono al Superbowl insieme a NSYNCBritney Spears, Mary J. Blige e NellyJust Push Play (2001) segue la via tracciata da Nine Lives, aggiungendo Jaded alle ballate da ricordare.

Nello stesso anno sono pubblicate anche le raccolte Young Lust: The Aerosmith Anthology e Classic Aerosmith: The Universal Masters CollectionO, Yeah! Ultimate Aerosmith Hits (2002) è la loro raccolta definitiva, un riassunto dell’intera carriera dagli esordi al sell-out.

Honkin’ On Bobo (2004) è un album di cover Blues che segna la fine della carriera con un ritorno alle origini. Nel 2004 gli Aerosmith sono forse soprattutto questo: consumati animali da palco, abili ed esperti ma senza nulla di nuovo da raccontare. Sono decisamente “vecchi”, ma anche una delle poche band di Blues-Rock che non sembra troppo impensierita dal paragone con i Rolling Stones. Nel 2006 una nuova compilation, Devil’s Got a New Disguise: The Very Best of Aerosmith, e nel 2007 un nuovo tour mondiale ricordano che la band esiste ancora. Nello stesso anno si inizia a parlare di un nuovo album, l’ultimo da fare per motivi contrattuali. Il lancio del videogame Guitar Hero: Aerosmith nel 2008, non placa la fame dei fan in attesa: nel 2009 il quindicesimo album viene di nuovo rimandato. Il tour si rivela un disastro a causa di continui problemi di salute dei vari componenti, la band è di nuovo sul punto di sciogliersi. Si arrangia il Cocked, Locked, Ready to Rock Tour ma è un mezzo disastro, con ulteriori infortuni. Tyler poi diventa un giudice per American Idol. La data per il nuovo album è spostata al 2011 ma in quell’anno arriva solo l’ennesima raccolta, Tough Love: Best Of The Ballads. La data d’uscita per l’album è spostata al 2012 e a novembre finalmente l’album arriva davvero. Si chiama Music From Another Dimension! (2012) e ci si sente a casa: niente di nuovo, ma a casa ci si torna proprio per quello. Metà sono ballate, alcune troppo zuccherose persino per i loro anni ’90.

Seguono anni di calma, alla ricerca di un possibile ultimo album di addio. Nel 2016 Perry perde conoscenza sul palco ma nonostante questo la band si prepara all’ultimo tour, chiamato infelicemente Aero-Vederci Baby!. Quando si dice essere pronti a morire sul palco.


Discografia:

Aerosmith 1973 6,5
Get Your Wings 1974 6
Toys In The Attic 1975 8
Rocks 1976 8
Draw The Line 1977 6,5
Live! Bootleg 1978 7
Night In The Ruts 1979 5,5
Greatest Hits 1980 8
Rock In A Hard Place 1982 5,5
Done With Mirrors 1985 6,5
Classic Live 1986 5
Classic Live II 1987 5,5
Permament Vacation 1987 7
Gems 1988 8
Pump 1989 8
Pandora’s Box (3 CD) 1991 6,5
Get A Grip 1993 7
Big Ones 1994 8
Box Of Fire (12 CD) 1994 7
Pandora’s Toys 1994 7
Nine Lives 1997 5,5
A Little South of Sanity 1997 7
Just Push Play 2001 6
Young Lust: The Aerosmith Anthology 2001 7
Classic Aerosmith: The Universal Masters Collection 2001 6,5
Classic Aerosmith: The Universal Masters Collection 2002 6,5
O, Yeah! Ultimate Aerosmith Hits 2002 7,5
Honkin’ On Bobo 2004 6,5
Devil’s Got a New Disguise – The Very Best of Aerosmith 2006 7,5
Tough Love: Best Of The Ballads 2011 6,5
Music From Another Dimension! 2012 5,5

Playlist di brani selezionati degli Aerosmith

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4 pensieri su “Aerosmith – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Non capisco il 5 a Just push play…..leggendo la biografia di questo gruppo, seguendo un pò la logica degli altri voti mi sarei aspettato un 3,5/4…..l'album l'ho ascoltato un due-tre volte ma non mi impressionò, un pò stanco d'idee…..Nine Lives non mi dispiace…….ovviamente sono un pò più generoso nei voti…..Permanent Vacation-Pump e Get a Grip begli album per me da 7,5-8…….Buonanotte!

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  2. Ho preferito mettere un 5 per distinguerlo dal 4,5 precedente, ma avrei potuto benissimo mettere mezzo voto in meno. Diciamo che puoi considerarlo un 4,5 🙂 Nine Lives lo penalizzo soprattutto per la durata (oltre che per non essere un album esattamente originale)… Poi lo sai, i voti alti non sono nelle mie corde, puoi benissimo alzare tutto di un paio di voti e trovare magari un quadro più "standard" di valutazioni. Grazie del commento.

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