Calexico – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Calexico

I Calexico sono una formazione statunitense che ha creato una musica cavallo fra due periodo distanti anni luce: il Roots Rock che tanto pesca dagli anni ’50-’60 e la generazione del Post Rock di fine anni ’90. Questa operazione viene svolta però con il gusto del fotogramma espressionista, una intensa fotografia dai colori intensi del deserto e della calura, miniature che abbozzano e lasciano quasi subito in una sorta di pigrizia che è resa altamente emotiva piccoli gioielli di musica desertica.

L’esordio Spoke (1997) si apre con lo Slo Core anemico di Low Expectations e fra richiami alla musica delle orchestre mariachi (costante della loro carriera) ed a tutto lo scibile delle musiche popolari del Nord e Sud America, si muove fra Mazurra, l’atmosfera noir di Sanchez, la sommessa Haul, brani “movimentati” come la sbilenca Slag, la crepuscolare Spokes, l’inaspettata energia di Scout a cavallo dei Beach Boys, il canto desolato di Wash, echi giapponesi in Hitch ed il desolante tramonto di Stinging Nettle, per violoncello piangente. La metà dei brani sono poco più che abbozzi che alla rinfusa pescano da più tradizioni possibili, senza trovare spesso una coesione sufficiente. Una buona parte del repertorio, è un insieme di frammenti talmente minimi (meno di un minuto, addirittura nell’ordine dei 30 secondi in qualche caso) da non aggiungere né togliere molto all’opera, se non il dispiacere che non siano stati approfondite tali idee. Si tratta di un lavoro che però formerà il suono del successivo lavoro, confermandosi quindi un esordio valido più per le idee che per i risultati.

The Black Light (1998) è un album decisamente più complesso e maturo, dove vari stili coesistono con vigore, equilibrio e fascino in commistioni mirabolanti fra passato e presente, cliché roots Rock rinverditi di sprazzi Jazz e di Classica, un piglio fra il surreale ed il metafisico, un gusto per l’eleganza della semplicità (solo apparente, perché la composizione di questi brani è tutt’altro che lasciata al caso). Gypsy’s Curse apre gloriosamente l’opera con uno strumentale struggente che ripesca nella tradizione europea. Senza molte parole, visto che il cantato è solo sporadico, e con un senso di lentezza che avvolge il tutto in un’aria sorniona e compiaciuta nella propria pigrizia, la musica dei Calexico apparirebbe autocompiaciuta se non fosse abilissima nell’evitare la ridondanza. Ogni brano è una nuova alchimia, come Fake Fur, con ritmi da party per contrabbasso Jazz, il canto da western di The Ride Pt II, miniature come Where Water Flows, ancora Sideshow con incedere incalzante e malinconie circensi, notturni come Chach, Folk/Rock flebilissimi come Missing, il flamenco struggente di Minas De Cobra, il Folk sudamericano di Trigger, il sussurro di Sprawl, la balera malinconica di Old Man Waltz, echi persino Psichedelici e rumoristi in Frontera che chiude un’opera multiforme e affascinante, capace di creare un ponte fra classico e moderno e di cesellare strumentali profondi che scavano nell’anima alla ricera di paure, pianti, lacrime, delusioni, disperazioni, sogni infranti, debolezze in un clima di rassegnazione musicalmente reso dalla mancanza di vere consolazioni all’interno dei brani, che vivono spesso dello struggersi di uno strumento o di una serie di strumenti, di un clima notturno o di un sentimento desolante. Una musica che attraversa continuamente l’Oceano e le decadi, riproponendo con piglio carismatico e ammiccamenti colti di Jazz, Classica e Avanguardia, un suono che è costruito con suoni ormai stilizzati, ma è fuso e rimodellato con la grazia e la forza dei grandi artisti. E’ stato inventato il “Post-Roots”.

Hot Rail (2000) vira verso un suono più dilatato, elegante e soffuso, un gioco di colori tenui che si apre con el Picador, uno dei loro capolavori fra echi mariachi. La ballata Ballad Of Cable Hogue anticipa però i momenti più colti di Ritual Road Map, ad un passo dall’Ambient, e del Jazz in penombra sospirato in Fade, quasi otto minuti, un’eternità per le loro tempistiche.

Non meno impalpabili sono Untitled III e II, la ballata notturna Sonic Wind o Muleta, la leggerezza di Service And Repair, l’astratta Midtown, la ninna nanna di Drenched. Ancora più azzardare Track Scratch, ma non meno pacata, mentre Tres Avisos e Hot Rail chiudono con una drammatica musica western ed una psichedelica musica lunare.Hot Rail rappresenta una sorta di The Black Light virato ad un sound più intellettuale e ricercato, difficile e dosato, alla ricerca di un equilibrio magico che trova in molti episodi e che non rende quest’opera tanto lontana dal loro precedente album a livello qualitativo. Quello che prima si intuiva, ovvero la ricerca di un una pulizia compositiva e di arrangiamento, ora è palesata e si accompagna a più evidenti richiami a Jazz e Clasisca, nonché inedite venature di forte psichedelia.

Aerocalexico (2001) con All The Pretty Little Horses, Crooked Road And The Briar, Accordian Waltz e la spettrale Hus A Bye – Singing Wind Ranch ed alcune miniature dal gusto malinconico e stravagante raccoglie inediti e b-sides.

Feast Of Wire (2003) è un album sempre più vicino all’intellettualità di un Folk/Rock colto, drammatico ed emozionale ma sempre meno vicino al calore della musica popolare che si respirava nei lavori precedenti, quanto meno imparentato con la musica Jazz e Classica rispetto all’album precedente: una sorta di via dove s’incontrano Post Rock, Folk e lentezze pacate. Quattro, che ancora riecheggia di messico, è più un giorno di pioggia che un sole accecante. Canzoni scure e tristi come Black Heart, Sunken Waltz, Woven Birds, Accross The Wire (Cohen a ritmo di Roots Rock), sono l’anima dei nuovi Calexico, mentre in qualche episodio riaffiora lo spirito desertico del passato, come in Pepita.

Il solito bagaglio di contaminazione è però al servizio di una musica meno magica e più vicina ad un cameristico diletto per Post-Rockers che quando riesce bene però, come in No Doze, è affascinante quanto le loro idee passate. Semplicemente Frest Of Wire sviluppa più volte la medesima idea, quella della ballata Folk/Rock con toni distesi e miti, spesso senza giungere a niente di troppo entusiasmante. Nelle opere precedenti, invece, ciò che più affascinava era proprio il caleidoscopio di idee differenti, abbozzi intriganti e non troppo delineati, una fame di variazioni e contaminazioni sottese ad un clima comune di notturno, malinconico tepore. I Calexico sono passati da uno stile vagamente surreale e onirico ad uno più serioso e “maturo” da Folk/Rock impegnato.

Garden Ruin (2006) è una cocente delusione, uno scivolone nei territori del Pop/Rock dalle tinte Folk/Rock che ricorda molto poco la musica sofisticata e complessa dei loro momenti migliori. Roka ancora mantiene un clima affascinante e “Roots”, il resto sono ritornelli melensi per testi melensi per soluzioni melense, un qualcosa fra il Brit-Pop, il Folk/Pop ed il grande Folk/Rock di Neil Young e Simon and Garfunkel. Il gusto melodico è piegato ad esigenze di semplicità che rendono il tutto banale e sembrano porre definitivamente fine al periodo di splendore della formazione.

Carried To Dust (2008) prosegue il nuovo corso e fa destare l’ascoltatore smaliziato solo con Inspiracion e la malinconica e avvolgente ballata di Victor Jara’s Hands, fra Manu Chao e mariachi.

Il resto, recuperando un po’ gli umori sudisti e latinoamericani, risolleva quanto basta il corso della loro carriera da far sperare in un poco probabile ritorno allo splendore, come a voler mantenere accesa una speranza.

Algiers (2012) serve a chiarire se i Calexico ci sono ancora o sono l’ombra di un grandioso passato. L’avvolgente Epic è un inizio promettente: una ballata trasognata, orecchiabile sì ma pure onirica ed evocativa. La notturna Sinner In The Sea è presa dal passato, è come un gioiello antico pieno di polvere e malinconia. In punta di piedi, il viaggio notturno prosegue con Para ed arriva all’unico strumentale l’esotico panorama che si intravede nella dolcissima title-track, attraversata da una gentile psichedelia. L’anima messicana è protagonista in Puerto ed in No Te Vayas, e pure se non è nulla di nuovo, ha comunque un suo carisma. Una tracklist più snella delle ultime prove rende meno tediante l’ultima parte dell’album. Algiers, per quanto privo di idee innovative, mostra che c’è ancora una poetica malinconica, esotica e atmosferica che guida i Calexico; dopo gli ultimi album, è già un’ottima notizia.

Edge Of The Sun (2015) è un album Folk/Rock scritto da una band di fuoriclasse, classico e malinconico, ma probabilmente superfluo per la Storia della Musica. Falling From The Sky, Bullets & Rocks, Miles from the Sea, Moon Never Rises sono tutti brani misurati, che richiamano la tradizione rileggendola con una sensibilità tex-mex. Si tratta del più classico e tradizionale dei loro album.

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Voti:

Spoke – 6
The Black Light – 8
Hot Rail – 7,5
Aerocalexico – 6
Feast of Wire – 6,5
Garden Ruin – 4,5
Carried To Dust – 4,5
Algiers – 5,5
Edge Of The Sun – 4,5

Playlist di brani selezionati dei Calexico

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