Bob Dylan – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati di Bob Dylan

Bob Dylan è per molti versi la figura fondamentale della “nascita” del Rock in senso di arte sociale e profondamente comunicativa. Pochi altri come Dylan hanno saputo spingere il Rock così oltre i suoi limiti, nobilitando questa musica ed ampliandone infinitamente le potenzialità espressive.

Dylan, insieme a Zappa e pochi altri, è l’anello di congiunzione fra l’epoca primigenia del Rock’n’Roll, quella di Chuck Berry, e l’epoca dello splendore artistico, dell’ampliamento degli orizzonti, della creatività, della commistione.

Con Dylan il Rock smette definitivamente di essere una musica facile e superficiale, diventa una complessa fucina di critiche sociali, citazioni letterarie, comunicazioni filosofiche, veicolo per la trasmissione di idee forti e coraggiose.

Dylan è anche una figura notevole per il passaggio dal formato semplice di tre minuti ad una musica più complessa, con brani dilatati ben oltre i tempi “radiofonici”.

Dylan è stato un bianco cantante Folk che quando ha deciso di rivoluzionare il suo sound commistionandolo col Rock ha non solo inventato il Folk/Rock, ma lo ha nobilitato come nessun’altro prima.

Dylan ha inventato la ballata desolata, ha scritto memorabili inni pacifisti, splendide canzoni d’amore, metaforici viaggi poetici.

E’ stato uno dei primi grandi poeti del Rock, per la sua fortissima vocazione letteraria, il suo gusto visionario, prima di Cohen e di Jim Morrison.

Se Zappa con Freak Out inizia l’era della psichedelia feroce, della creatività selvaggia, Dylan avrà influenza spropositata su campi come il Folk/Rock (di cui ovviamente è il padre), sul Pop/Rock, sul Blues/Rock, sul cantautorato. Dylan è uno dei fondamenti del suono stesso del Rock. Sarebbe forse eccessivo dire che senza di lui il Rock sarebbe diverso, ma forse si sarebbe dovuto aspettare qualche anno di più perché nascessero tanti artisti validi che a lui sono ispirati più o meno direttamente.

Non ultimo, Dylan è il simbolo del cantante americano della nuova musica del ‘900, prima di Springsteen e tanti altri, nato nelle ed attaccato alle tradizioni degli USA.

Il suo stile visionario si è sempre posto fra misticismo, religione, mitologia popolare,che ne fanno un mito, un profeta del popolo, sfuggevole ed immensa personalità che ha saputo nei suoi periodi migliori godere di una forza artiistica, di una creatività, di una capacità di anticipare i tempi superiore e rara.

La sua voce è sgradevole, un tono nasale quasi “disturbante”, ma è anche il suo punto di forza: espressiva, aggressiva, a tratti morbida, un equilibrio instabile che nei momenti migliori trascina fino alla catarsi, alla commozione, alla visione miracolosa il suo predicare/cantare/declamare. Dylan è anche la dimostrazione che per cantare in modo personale ed inconfondibile, comunicativo fino all’emozione pura, non serve una voce tecnicamente troppo valida.

Dylan, ancora, era il cantante dei giovani “contro”, il catalizzatore poetico di una generazione, un poeta della strada ed un filosofo rurale, il sacro religioso ed il mito bucolico, il folksinger ed il rocker, la sintesi affascinante di molti opposti.

Il primo periodo di Dylan, quello prettamente Folk, è tutt’altro che entusiasmante. Col senno di poi, però, è interessante per l’evoluzione della sua personalità artistica. Esordito con Bob Dylan (1962), soprattutto di cover, scrisse i primi capolavori Folk in The Freewheelin’ (1963), impreziosito dal canto pacifista di Blowin’ in the Wind, A Hard Rain’s A-Gonna Fall e I Shall Be Free. Corrin, Corrina anticipa alla lunga il futuro Folk/Rock. The Times They Are a-Changin’ (1964) dimostra già chiaramente che Dylan ha la stoffa dei grandi artisti: The Times They-Are A-Changin’, l’impegnata The Lonesome Death of Hattie Carroll e With God on Our Side sono piccole perle fra episodi minori.

Dopo due album di protesta e di impegno, Dylan sorprende un po’ tutti con Another Side of Bob Dylan (1964) un po’ più poetico, emozionale, sentimentale, melodico. Si abbozza anche il modello di brani lunghi e complessi in Ballad in Plain D, anche se It Ain’t Me Babe e Spanish Harlem Incident sono forse più ricordevoli.

Bring It All Back Home (1965) è di quel tipo di opera che cambia la storia di un filone musicale. Quest’album introduce la possente elettrificazione della sua svolta Rock, propone una musica aggressiva ed incisiva, evolve tutto il suo precedente repertorio in qualcosa di più originale e possente a livello comunicativo. Dylan aveva proposto il talkin’ Blues, dei Blues dove parlava ed argomentava lungamente su temi di suo interesse. Dylan aveva inventato un nuovo modo per la canzone impegnata del Folk, sociale, politica, poetica, visionaria. Bringing It All Back Home aggiunge a queste idee una nuova veste musicale. Subterranean Homesick Blues e Maggie’s Farm anticipano una seconda parte dell’album eccelsa. Profonde meditazioni del suo piglio profetico sono Gates Of Eden e It’s All Right Ma, ma il brano che fa da spartiacque storico nella sua carriera ed in molto Rock è Mr.Tambourine Man, dove il visionario Dylan lambisce la psichedelia, abbozzandola prima di tanti altri, con la beffa di far diventare questo brano (nell’interpretazione dei Byrds) uno dei più famosi della decade. Ognuno di questi brani, fra sentimenti, emozioni, sociale, politico, narra sempre di più un punto di vista sulla vita stessa, e Dylan è sempre di più simile ad una figura di profeta/poeta/denunciatore/filosofo divisa fra l’altezza dell’ispirazione letteraria, la bassezza dell’umanità nelle sue miserie, fra piccole realtà amorose e grandi temi sociali, senza che fra queste dicotomie vi sia poi effettivamente una distanza.

Aperta la strada alla nuova musica Rock, a Dylan non rimane che confermare questa innovazione e sublimarla. Dylan fa molto di più, pubblica un album epocale, che sdogana il Rock da musica semplice e superficiale, una musica “minore”, Dylan è in questo il progenitore (perché viene da una generazione diversa musicalmente, ancora affogata nel Folk classico) dei Velvet Underground e Pink Floyd. Egli promuove una musica fortemente creativa, personale, tutt’altro che senza messaggio, tutt’altro che divertente e leggera ad ogni costo, una musica dove la ballata d’amore è più simile ad una poesia di Rimbaud che ad una frase da dodicenni. Dylan, soprattutto nel suo album migliore, Highway 61, e nel successivo Blonde On Blonde, è poeta prima di Morrison.

Highway 61 Revisited (1965) è il capolavoro di Dylan. L’album dell’azzardo, dell’esplosione della sua artisticità. Dopo quest’album, molto Rock diventerà roba da dinosauri. Il sound è carico anche delle tastiere, i volumi sono alti e profondi, il recitato/cantato è nervoso, pieno di inquietudine e forza vitale, caleidoscopico, trascinante, i ritornelli sono una sequenza di sorprese, fra melodia e forza ritmica. I brani sono uno più impeccabile dell’altro. Like a Rolling Stone è uno dei grandi inni del Rock, come lo fu Johnny Be Good e come pochi altri di questo spessore. E’ una poesia urbana, con refrain indimenticabile, il sintomo di tutta la rinascita del Rock dopo la british invasion ed un decennio non proprio brillante. Il suo Blues parlato diventa qualcosa di nuovo, come se venisse inventato una seconda volta, con Tombstone Blues, ma It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry dimostra che persino la canzone rimantica diventa nelle mani di Dylan un pretesto per arrangiamenti creativi, oltre che per morbidezze ammalianti, melodie orecchiabili, emozione diffusa. Ancora From a Buick 6, Just Like Tom Thumb’s Blues e Highway 61 Revisited rimangono a confermare le sue intuizioni rivoluzionarie, ma il meglio è nei brani rimanenti. Ballad of a Thin Man è il suo miglior manifesto sociale, con passo possente, andamento ciclico, recitato epico, poetica visionaria e metaforica, ritornello superbo e ripetuto ossessivamente, accompagnamento robusto: questo è uno dei brani più suggestivi di tutto il repertorio di Dylan e di tutta la musica Rock. Queen Jane Approximately è l’apice in dolcezza, l’apoteosi di come Dylan fosse capace anche di ballate toccanti, di inni indimenticabili di profonda emozione. Distruggendo definitivamente il tabù della canzone di tre minuti, del canto impostato, dei volumi controllati, Dylan azzarda persino un finale epocale come Desolation Row, undici minuti di trasposizione dantesca di una moderna Divina Commedia: testo surreale, accompagnamento acustico, un saggio poetico ed urbano fra le miserie della città, l’umanità attraverso le sue figure celebri, i sentimenti e le emozioni della vita. Desolation Row è il definitivo guanto di sfida di Dylan alla concezione musicale dei contemporanei.

Dopo Highway 61 Dylan stupisce ancora. Blonde On Blonde (1966) è l’album della definitiva maturazione, quello con cui si conferma quanto è stato creato, lo si cristallizza. Non è rivoluzionario come il precedente, ma è fra i più rivoluzionari del decennio ad ogni modo. È il primo album doppio, sintomo della definitiva necessità di formati estesi per esprimere le proprie idee e punto di partenza dell’epoca degli album. Blonde On Blonde definisce anche la fusione di Folk e Rock, aggiungendo Blues e punte psichedeliche più evidenti, perfezionando gli arrangiamenti e le melodie, sfruttando l’esperienza maturata nelle strutture e nelle articolazioni dei brani. Un élite di musicisti assicura agli accompagnamenti un fascino incredibile, Dylan dal canto suo ci mette un tono surreale, lisergico, una visionarietà marcata. Rainy Day Women, il capolavoro Visions of Johanna, la toccante I Want You, Just Like a Woman, Absolutely Sweet Marie e la conclusiva, epica, romantica nei suoi 11 minuti Sad Eyed Lady of the Lowlands sono la conferma dello splendore d’ispirazione del menestrello. Blonde On Blonde è un album sulla vita, sui sentimenti, ma è anche tormentato nel suo essere surreale. Chi si è perso Highway 61, adesso non può che notare il ruolo di Dylan nell’evoluzione della musica del ‘900.

Highway 61 è l’album dell’esplosione, del tornado innovativo, della consacrazione artistica del suo genio. Blonde On Blonde è l’assestamento e qualche altra scossa di minore entità, che nella sua metaforica staticità permette di meglio focalizzare le doti che in Highway 61 sono proposte e già splendidamente evocate. Il formato doppio permette di puntualizzare molte cose dell’arte di Dylan, ed è meglio consono alla sua vena artistica prolifica. Tuttavia, Highway 61 appare storicamente il punto di svolta, ed è evidente che lo stesso Blonde On Blonde si articoli in buona parte sulle idee che quest’opera già proponeva.

Con due album di simile livello Dylan si staglia nell’Olimpo del Rock.

Dopo Blonde On Blonde neppure Dylan è più lo stesso. Vista la sua carriera fino a questo momento, è comprensibile che tutto adesso debba cambiare, Dylan stesso deve farlo. John Wesley Harding (1967) è il ritorno ad un suono scarno e spoglio, graffiante ma spigoloso. Via il nervosismo catartico, abbandonata l’atmosfera romantica, le canzoni sull’esistenza e l’umanità di stampo profetico, Dylan scrive un lotto di canzoni più semplici e prevedibili, una sorta di ritorno al passato. Sembra che quest’album serva per fare da contrasto con i precedenti, ed in qualche modo è in questo che conferma la rivoluzione di Dylan stesso. Di per sé, però, il livello è decisamente inferiore e All Along the Watchtower, Dear Landlord e The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest non bastano a levare l’impressione che si avvii una fase di crisi, fisiologica ma comunque dispiacevole.

Segue un trittico di album mediocri. Nashville Skyline (1969) vira prepotentemente nel Country, e Girl from the North Country è forse l’unico brano meritevole di una vera attenzione. Self Portrait (1970) è il primo grande passo falso della sua carriera. Non solo per lo stile derivativo, non solo per la “regressione”, ma per questi motivi ed il fatto che sia prolisso e manchino canzoni memorabili: 73 minuti di musica fatti di cover, brani tradizionali, in cui solo Days of ’49 vale il prezzo del biglietto. New Morning (1970) cerca di riparare con ritorno di voce nasale ed un certo sound del periodo d’oro, ma If Not for You è una canzoncina che il Dylan migliore poteva scrivere con le mani legate, e nel 1970 neanche lui può permettersi una manciata di brani così fiacchi.

Dylan è in evidente crisi creativa, una crisi nerissima che lo porta a fermarsi per ben tre anni. Nel 1973 per alcune diatribe esce il pessimo Dylan, voluto dalla casa discografica e contenente scarti e cover poco convincenti (povera Joni Mitchell a sentirsi così rifatta Big Yellow Taxi).

Il live Before The Flood (1974) è un notevole documento di una ritrovata forza. The Basement Tapes (1975) raccoglie scarti e cover, ma anche qualche perla fortunatamente non andata perduta (Odds & Ends su tutte).

Blood On The Tracks (1975) segna la rinascita di Dylan: Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate, Yuo’re A Big Girl Now, Idiot Wind, Meet Me In Morning sono nello stile più cauto degli ultimi album, ma ritrovano la vena poetica, l’acume nei testi, il fascino della musica. Blood On The Tracks non ha alcun ruolo nella Storia del Rock, ne ha forse uno (nemmeno fondamentale) nella storia di Dylan, come punto di ri-partenza. Ad ogni modo almeno i brani citati appaiono fra le canzoni più efficaci da Blonde On Blonde, canzoni che all’inizio della sua carriera avrebbero guadagnato anche quel qualcosa che adesso la prevedibilità toglie loro.

Desire (1975) è uno dei capolavori della sua carriera, forse il miglior album dai tempi di Blonde On Blonde. L’iniziale Hurricane, otto minuti e mezzo di inno aggressivo dove si ritrova tutta la forza del cantato enfatico e tagliente, con tanto di ritornello efficace, chitarra e base ritmica possenti, violino emozionale che ricama sulla storia narrata ed aggiunge un tocco di malinconia, è uno dei brani più validi di tutta la carriera, un brano “pirotecnico”, sofferto, dal grande impatto emozionale, dall’andamento cinematografico fatto di immagini e dettagli, di primi piani ed ambienti. Isis è una maestosa marcia al ralenti, le lacrime di One More Cup Of Coffee sono tristezza dorata, gli undici minuti di Joey, non tutti necessari, sono il momento più gospel, un inno di “mancanza” e solitudine. Romance In Durango, Black Diamond Bay, Sara sono altre perle, che dimostrano come Dyaln sia ancora un artista capace di straordinari episodi di lucidità, di poesia, di commozione. Desire riassume il suo gusto religioso, l’efficacia fotografica dei testi, la commozione delle sue musiche.

il live Hard Rain (1976) anticipa Street Legal (1978) che conferma la direzione di Desire ed aggiunge Chainging Of The Guard, Baby Stop Crying, Senor. Toni malinconici, squarci Country e del Folk tradizionale, umori sudisti. E’ forse questo il momento della vera rinascita di Dylan, e Street Legal conferma la nuova (non mirabolante come un tempo) vetta artistica.

Slow Train Coming (1979) fonde Folk/Rock, Funk e musica nera in genere, intriso di cristianità e delle atmosfere del sud degli USA. Sul successivo Saved (1980), ancora più marcatamente cristiano ed intriso di Gospel e spiritualità fino a dove si può, del Folk/Rock rimane quel che basta per far sopravvivere Covenant Woman, ma il resto affoga fra banalità e canti da oratorio. Shot Of Love (1981) ci prova con ancora più energia ed enfasi, ma non una delle canzoni vale i suoi capolavori.

At Budokan (1979) è un doppio live, con versioni stravaganti (una versione Reggae di Knockin’ On Heaven’s Door su tutte) di tutti i classici.

Bisogna aspettare il 1983 e Infidels per conoscere un’altra delle sue canzoni maggiori, Jokerman, fra Reggae e Pop/Rock. Anche Sweetheart Like You, License To Kill e la verace Union Sundown si fanno apprezzare, seppure gli arrangiamenti non siano sorprendenti, le idee non stupiscano, l’impatto emotivo sia modesto.

Real Live (1985) si ricorda per versioni più Rock di alcuni classici.

Empire Burlesque (1985) tenta il rinnovamento nella fusione fra stralci Funk, Disco, Pop, Rock e Folk. Clean Cut Kid e Trust Yourself sono i prodotti di questo tentativo, sovente noioso, raffazzonato e banale. Dark Eyes è forse l’unico momento davvero ricordevole.

Biograph (1985) tenta l’epica impresa di riassumere Dylan in 5 LP/3 CD, riuscendoci in modo dignitoso.

Knocked Out Loaded (1985) contiene robusti inni che ricordano per certi versi Springsteen (tono epico da inno, accompagnamento Rock possente, ritmica preminente in molti casi). Maybe Someday, la curiosa ed originale Precious Memories, la lunga Brownsville Girl sono ancora fra Gospel e profano, ma ritrovano stralci di forza poetica. Ad ogni modo, è da una decade che pubblica opere poco entusiasmanti, nonostante qualche sussulto.

Down In The Groove (1988) prosegue sui territori di commistione Gospel/Rock/Folk con poca fantasia ed un colpo di genio come Death Is Not The End. Silvio, fra le altre, si distingue fra il grigiore di un consumato intrattenitore.

Quando Dylan sembra ad un punto morto pubblica il miglior album degli anni ’80 ed uno dei migliori di tutta la carriera, Oh Mercy (1989). Commosso, raccolto, emozionante, ispirato, contiene perle come Man In The Long Black Coat, un passo cupo come una Solitude dei Black Sabbath ma adornata di grilli e di un testo commovente, raccolta in un recitato/cantato superbo e più “normale” rispetto allo sguaiato tono squillante abituale. E’ una delle canzoni migliori della sua carriera, in un momento artistico imprevedibilmente florido. Most Of The Time potrebbe far parte del repertorio migliore di Lou Reed; What Good Am I? è pregna di emozione e di religiosità, arrangiata con eleganza e gusto del dettaglio come mai nella discografia di Dylan. Disease Of Conceit, What Was It You Wanted, la toccante Where Teardrops Fall sono altri esempi di uno spessore nuovo, per un album di brani personali ed intimi, che imparano dal cantautorato più emozionante dei ’60,’70 e ’80 (Cohen, Waits, Reed, Springsteen, Neil Young). Persino quando il tempo si rende più vivace come in Political World, l’atmosfera è quella di un western pieno di vita, con ritmo incalzante ed un cantato trascinante, assieme ad un notevole lavoro di accompagnamento soprattutto delle chitarre. Dylan è rinato dalle proprie ceneri, ed al cambio di decade è ancora in sella come gli artisti più duraturi e talentuosi.

Su tutt’altre atmosfere si muove Under The Red Sky (1990) con Wiggle Wiggle, un album opaco e fuori fuoco, privo di canzoni memorabili e molto più “leggero” (nel senso negativo del termine).

Nel 1991 viene pubblicato anche The Bootleg Series Vols 1-3 Rare & Unrealeased che contiene alcune perle perdute ed alcuni brani notevoli del repertorio. Chicca per fan, ma anche opera valida che scava nel repertorio di un grande artista.

Dylan stupisce ancora e cambia ogni cosa con Good As I Been To You e World Gone Wrong (1993 entrambi) che scavano nel suo repertorio di riferimento, nella musica dei suoi maestri, nelle sue ispirazioni più o meno nascoste. Molti brani sono cover, rifacimenti, riadattamenti di brani tradizionali. Sono due opere “su” Dylan, più che “di” Dylan.

MTV Unplugged (1995) è un live onesto con alcuni classici.

Time Out Of Mind (1997) registra un altro momento di ritornata ispirazione con Love Sick e Tryin’ to Get to Heaven, Not Dark Yet ed i sedici minuti di Highlands. E’ un album influenzato dal Blues, insolitamente spettrale, funesto e persino desolato in certi momenti. Sembra che Dylan, dopo tanti anni, si ritrovi a fare i conti con la propria delusione di uomo, le proprie sconfitte, la sua figura simil-profetica che affronta i limiti della vita umana.

The Bootleg Series vol. 4, The Royal Albert Hall Concert (1998, ma risalente al 1966) raccoglie un live entusiasmante, diviso fra un CD acustico e l’altro elettrico, fra poesia e trascinanti melodie, un tuffo nel repertorio di Dylan che è forse il massimo manifesto live della sua carriera.

Love And Theft (2001) è un album derivativo che rimesta generi che Dylan affronta da 3 decadi almeno. Mississippi si distingue un po’ di più, ma sono canzoni così poco personali che Dylan sembra un interprete consumato, cultore della musica prima che musicista ed artista a sua volta.

Modern Times  (2006) è tutto tranne che moderno. Dylan affonda in un passato persino pre-Rock, nella musica degli anni ’50: sfrutta anche Folk e Country oltre ad un Blues delle origini. Una malinconia strisciante, arresa, profonda pervade l’opera. Il clima crepuscolare, notturno è quello di una rivelazione senile, una saggezza rugosa. Tutti i brani trovano richiami e citazioni, se non persino autocitazioni, ma nonostante questa mancanza di originalità un brano come Ain’t Talkin’ (quasi 9 minuti) conserva il fascino di un Cat Stevens invecchiato od un Cohen ispiratissimo. Il resto della tracklist sfoggia ancora The Levee’s Gonna Break e la struggente Spirit on the Water , in un manifesto di rassegnata tristezza, una serenità fra le lacrime. Si tratta di una delle opere più emozionanti ed emotive di tutta la carriera, dove le composizioni lunghe si muovono in modo maestoso e solenne.

Together Through Life (2009) è un album molto meno intrigante, che riprende sostanzialmente il Blues e lo variega quanto basta per portare avanti brani non eclatanti. Beyond Here Lies Nothin’ è probabilmente l’unico momento che mostra vitalità, mentre tenui sbadigli come This Dream Of You e I Feel A Changing Comin’ On sono Blues abusati, che a differenza dell’album precedente tendono semmai verso un easy listening Pop scontato e ritrito, invece che verso una solenne composizioni fuori dal tempo.

Live 1975 — The Bootleg Series Vol. 5 (2002) è un’altro documento live ma più interessante è Live 1964 — The Bootleg Series Vol. 6 (2004) che raccoglie una performancecruciale della carriera, un docuemento di interesse storico enorme che fotografa il momento del cambiamento, un Dylan fra il passato ed il futuro.

Bob Dylan’s Greatest Hits Vol. 1 (1967) seguito dal secondo (1972) e terzo (1994) volume cercano di riassumere la carriera, spogliandola della portata storica rivoluzionaria della sua opera ma facendo un lavoro tutto sommato dignitoso (soprattutto i primi due volumi). The Best Of Bob Dylan (1997) cerca in un solo Best Of di racchiudere il meglio, così che dal nutrito canzoniere vengono estratte alcune perle, ma è impossibile non stare a disquisire sulle tracce lasciate fuori, come è normale in un simile catalogo.

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Voti:

Bob Dylan – 4
The Freewheelin’ Bob Dylan – 5,5
Another Side Of Bob Dylan – 6
The Times They Are a-Changin’ – 5,5
Bringing It All Back Home – 7,5
Highway 61 Revisited – 9
Blonde On Blonde – 8
Bob Dylan’s Greatest Hits Vol. 1 – 7
John Wesley Harding – 6,5
Nashville Skyline – 5
New Morning – 4
Self Portrait – 4
Bob Dylan’s Greatest Hits Vol. 2 – 7
Dylan – 3,5
Before The Flood – 7
Blood On Tracks – 7
Desire – 7,5
The Basement Tapes – 7
Hard Rain – 6
Street Legal – 6,5
At Budokan (2 CD) – 6
Slow Train Coming – 5,5
Saved – 5,5
Shot Of Love – 4,5
Infidels – 6,5
Real Live – 6,5
Biograph – 7
Empire Burlesque – 5
Knocked Out Loaded – 5,5
Down In The Groove – 5
Dylan & The Dead – 5
Oh Mercy – 7,5
Under The Red Sky – 5
The Bootleg Series Vols 1-3 Rare & Unreleased – 7
Good As I Been To You – 5
World Gone Wrong – 5
Bob Dylan’s Greatest Hits Vol. 3 – 6,5
MTV Unplugged – 6
The Best of Bob Dylan – 7
Time Out Of Mind – 6
The Bootleg Series vol. 4,
The Royal Albert Hall Concert – 7,5
Love And Theft – 5
The Bootleg Series Vol. 5, Bob Dylan Live 1975 – The Rolling Thunder Revue – 6
The Bootleg Series Vol. 6, Bob Dylan Live 1964 – Concert at Philharmonic Hall – 7
Modern Times – 5,5
Toghether Trough Life – 4

Playlist di brani selezionati di Bob Dylan

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