Black Heart Procession – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I Black Heart Procession, dagli USA, sono la più grande formazione a cavallo fra i due millenni in ambito di Indie Rock/Post Rock. Le loro sinfonie sono sofferti pianti malinconici, le loro canzoni si dilatano in quadri di grandi effetto dove i colori “seppia” disegnano ricordi sbiaditi, amori perduti, emozioni intense e palpabili. Musicalmente, l’utilizzo del bagaglio del Folk, dello Slo-Core, del Rock, la musica soffertissima dei Red House Painters, un gusto per la sperimentazione e l’allontanamento dai cliché sono tutti elementi che contribuiscono all’efficacia delle loro opere migliori. Accorati, eleganti, dimessi, i Black Heart Procession hanno trovato una più intensa veste per la canzone sconsolata.

L’esordio, I (1998), contiene già alcune fulgide perle di malinconia e tristezza. The Old Kind of Summer, la ballata incalzante per pianoforte di Release My Heart, e soprattutto l’inizio della loro saga più sofferta, The Waiter, sono i semi preziosi di questi fiori del male.

The Waiter è una suite che la band prosegue di album in album, e che narra di un uomo abbandonato dal suo amore, di cui aspetta il ritorno sotto una copiosa nevicata che finirà per sommergerlo dopo aver sofferto la solitudine ed il freddo. The Waiter è il capolavoro assoluto della formazione, sia nel complesso della “suite” o dei “capitoli”, che in alcune parti specifiche.

II (1999) è un colpo al cuore, un album spietatamente emotivo, un concentrato annichilente di emozioni. II è l’apoteosi del loro cantare-piangendo, una delle opere più toccanti della Storia del Rock, una serie commovente di diapositive consumate dal tempo di qualche amore perduto in inverno. Blue Tears, uno dei capolavori, è una musica circense per cantato tristissimo, melodia struggente in un tragico equilibrio di ossimori allegria/disperazione. Un senso intenso di debolezza, di privazione, di stanchezza pervade ogni nota dell’album, in un gioco di ombre intense e pesanti, un soffocante drappo nero che soffoca l’anima e l’avvolge in un tepore piacevole e mortale, in lacrime calde che scavano il viso. My Heart Might Stop, Your Church Is Red, It’s A Crime I Never Told You proseguono la sublime litania, ma il primo e l’ultimo brano soprattutto raggiungo l’apice:The Waiter No. 2 e The Waiter No. 3 sono tasselli così depressi che solo Nick Drake, i Red House Painters e pochissimi altri riuscirebbero a ideare, sono una scena di dolore al ralenti, un sofferto e lento dipanarsi di melodie tragiche, cantato apatico e sofferente, fischi di vento e aria gelida a fare da presagio di morte. Quando si chiude The Waiter No. 3, l’ascoltatore muore per un attimo assieme all’album, viene trascinato nella morte della depressione più apatica, nell’ovattata neve del protagonista, che è stato sommerso e rimane isolato dal mondo e dalla vita. Le ombre di Nick cave, Tom Waits, Nick Drake, Leonard Cohen si aggirano fuggevoli nell’album, senza mai essere invasive.

III (2000) fa sentire le atmosfere gotiche in We Always Knew e regala ancora On Ships Of Gold. Il suono è meno scarno, più organico, ma anche decisamente meno d’effetto. Ad ogni modo Guess I’ll Forget You e la più vivace A Heart Like Mine sono altri tasselli di una musica personale ed intima come sempre.

Amore Del Tropico (2002) rimane nei medesimi territori con The Waiter #4, ed affascina molto con l’atmosfera della tragica The One Who Has Disappeared. Tropics of Love, in apertura, è più “canonica”, come d’altronde il resto dell’album, fatto di canzoni condite con ritmi latini e qualche variazioni orecchiabile non così necessaria.

The Spell (2006) non fa altro che continuare a sfruttare la capacità impressionante della band di dipingere affreschi di città deserte e fantasmi mentali. Leggermente più melodicamente “pop” degli esordi e del capolavoro II, conserva in buona parte la dolce disperazione del passato. To Bring You Back e Return To Burn, trasognata e malinconica, si aggiungono al loro canzoniere, assieme a The Waiter #5, proseguimento di una storia tra le più commoventi dei ’90.

Six (2009) riprende a contare gli album e si ricollega alle atmosfere del trittico degli esordi. La ballata malinconica di When You Finish Me, con voci lontane, pianoforte atmosferico e voce sofferta, melodie scurissime e alone di morte apre degnamente l’opera e viene proseguita idealmente dalla straziante Drugs, soffertissima, sospirata, Codeine-iana ma anche impalpabile e dal coro lamentoso e pieno di lacrime di Last Chance, dall’intensità quasi religiosa. I Blues/Rock sudisti di Wasteland e forget My Heart ricordano i Calexico e Nick Cave (ma Rats farebbe invidia a ragion veduta ad entrambi). Watching Stone si avvicina ad un triste Pop/Rock vicino sia al Roots Rock che al Pop elettronico. Iri Sulu è così intima ed emozionale, triste e sconsolata che, sfruttando il superbo lavoro della doppia voce ed il vibrare di lontane melodie, oltre che un sapiente pianoforte, riesce a creare uno Slo-Core personale che è poi il loro principale lascito nella storia della Musica.

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Voti:

1 – 7,5
2 – 8,5
3 – 7
Amore Del tropico – 6,5
The Spell – 6,5
Six – 6

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