Beirut – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Beirut

I Beirut sono una formazione di Zach Condon, un poli-strumentista capace di far confluire nella sua musica priva di chitarre, atmosfere retrò anni ’50-’60, atmosfere decadenti, sbuffi baroccheggianti a base di fiati e percussioni arabeggianti e una sensibilità pop degna di nota.

Gulag Orkestar (2006) si distingue per un sound originale ed eclettico, malinconico e lontano dalle banalità dell’Indie Rock chitarristico (anzi, le chitarre sono proprio evitate). Forti sono le influenze balcaniche, pregne di un melodismo elegante e raffinato. Postcard From Italy, forse la più riuscita del lotto, assieme alla melodia da tastiera di Scenic World, fino alla velata malinconia di After The Courtain, regalano un esordio che porta con se un’atmosfera fiabesca di un calore autunnale, tiepido ed affettuoso quanto basta per essere anche leggermente triste. La superba danza circense della title-track ricorda nella sua decadenza più la poesia francese che la musica Rock. La potenza espressiva del suo ventaglio cromatico-musicale, regalato da una strumentazione varia ed insolita (figurano anche ukulele e glockenspiel) sono una delle sorprese più grandi della scena della seconda metà degli anni zero.

The Flying Club Cup (2007) si presenta come un album molto meno imprevedibile, in quanto segue fondamentalmente le linee dell’esordio, ma contiene ottimi arrangiamenti ed una musica al solito eclettica ed eterogenea. Questa musica zingara, balcanica, est-europea, circense e malinconica è un continuo crepuscolo dove il cantato sofferente ed accorato viene sommerso da fiati, percussioni e fulgide melodie. Brani come Cliquot, la spagnoleggiante Nantes, La Banlieau e A Sunday Smile, giusto per fare alcuni nomi, sono piccole opere di un raffinato Folk/Pop/Rock affascinante e certosino, invidiabile da tutti gli artisti melodici contemporanei.

The Rip Tide (2011), meno sfarzoso e ancor meno inventivo, è brani corali, ballabili e stilisticamente multiculturali (A Candle’s Fire), magari con richiami sudamericani (Santa Fe, forse il momento migliore) e qualche bell’intreccio di melodie e ritmi (Payne’s Bay ed Vagabond, altro vertice). Ma Condon rischia di ripetersi, di autoevocarsi, di indulgere nei toni malinconici, in uno stile vocale piuttosto monotono, in un mix sonoro che ormai è risaputo. Indubbiamente c’è il talento melodico ed un fascino per una formula che è comunque personale, oserei dire ormai classica, ma alla fine solo la più allegra Port Of Call segna un cambiamento, se non altro di mood ed in parte di stile canoro. Troppo poco, insomma, per superare un livello ai limiti del mediocre.

No No No (2015) è un album semplice, fatto di canzoni ordinarie ornate da strumenti balcanici ed etnici, senza veri guizzi creativi. Il motivetto orecchiabile della title-track, gli ottoni tristi di At Once, la commovente melodia di August Holland, l’appiccicoso organo di Fener sono tutte trovate che non stupiscono, ormai ordinaria amministrazione per il progetto Beirut e per la musica Pop sedicente alternativa da molti anni.

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Voti:

Gulag Orkestar – 7,5
The Flying Club Cup – 6,5
The Rip Tide – 6
No No No – 5

Playlist di brani selezionati dei Beirut

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