Battles – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Battles

Battles è un progetto di Ian Williams, già Don Caballero, nato nel 2002. A lui si uniscono Tyonday Braxton (chitarra, synths e voci), Dave Konopka (basso, chitarra, effettI) e John Steiner (batteria).

L’esordio, dopo diversi singoli, si chiama Mirrored (2007) è presenta uno dei sound più freschi ed innovativi degli anni Zero, ponendosi come pietra di paragone di molti lavori dell’era del Post-Rock e segnando la nascita di una nuova estetica che fonde vertiginosamente Rock, Pop, Psichedelia, loops e samples, Heavy Metal, Hard Rock, Jazz ed avanguardie. Sono stati ascritti, spesso, alla eterogenea fazione del Math-Rock, ma forse sarebbe necessario parlare di una geniale band di Progressive Rock. L’apertura è affidata a Race In, su tribalismi latini e voci iper-lisergiche, con tanto di sfumature malinconiche e frenetico armeggiare ritmico degno della scuola di Canterbury; la freschezza di queste strutture sonore è ignorata dalla quasi totalità delle band della loro decade. Il senso di divertimento non viene smentito da Atlas, uno dei loro capolavori ed uno dei manifesti programmatici della musica della band: motivetto demente e distorto come nella migliore tradizione psichedelica, groove energico ed incalzante, chitarre che accompagnano la marcetta infantile e saltuariamente alternano il ripetersi ciclico con intermezzi Hard Rock, sfociando anche in eccessi Heavy Metal senza mai perdere la luminosità sorprendente che caratterizza tutto il brano. In definitiva Atlas è un inno al divertimento musicale, un brano divertito e ballabile, canticchiabile ma, nelle sue strutture spesso ripetitive, attentamente calibrato ed equilibrato. La sintesi è ancora più azzardata, se possibile, in Ddiamondd, che pesca a piene mani dai deliri dei Gong e di Barrett, rivestendoli di una massiccia dose di chitarre distorte e intermezzi con motivetti cabarettistici: è come osservare una scolaresca tecnicamente capace suonare una musica frenetica e travolgente, che riesce a creare un caos controllato ed entusiasmante. Tonto, il secondo capolavoro, è costruito tutto sulla melodia della chitarra e sulle successive sovrapposizioni di altri strumenti ed altre melodie, ognuna progressivamente sempre più complessa, in una sorta di fanfara dai toni orientali ma capace di conservare i battiti tribali che caratterizza tutto il disco. La coda del brano è un lento rallentare dove sempre di più si perde la componente orientaleggiante e si accentua sempre più quella da Pow-Wow psichedelico, una sorta di rito notturno e lisergico di una tribù indiana. Un battito possente guida Leyendecker, ornata da un sospiro vocale e meticolosi dettagli che fungono da diversivo: rimane un brano minore solo perché, in tre minuti scarsi, non sviluppa la stessa mole di idee degli altri. Il processo di distorsione psichedelica raggiunge l’apice in Rainbow, che parte da distorsioni chitarristiche e fischi fino a scoppiare dopo due minuti in un violenti scatti di batteria e motivetti da circo; al quarto minuto il muro sonoro è imponente ed etereo, ma sfuma improvvisamente in rumorini minimali da videogame anni-80, salvo ritrovare ancora più foga e potenza con i muri chitarristici e ritmici poco dopo; quando al sesto minuto interviene la voce, sospesa in un’atmosfera irreale, il senso di “trip” è assoluto. Se Rainbow è la pietra di paragone della componente lisergica, Bad Trails la è nell’uso dei loop e nel gusto minimale: su un tappeto Ambient si muove lo spettro dei Pink Floyd mentre tutta la base ritmica ripete all’infinito i soliti campionamenti. La cosa più sorprendente di quest’album è come, nell’apparente semplicità, ogni brano è una giungla di devianti variazioni tematiche, di “gag” comiche, di deragliamenti sotterranei all’insegna di una profondità sorprendente che conserva orecchiabilità ed allegria. Tij, nei suoi sette minuti, conferma l’abilità del collage creativo: prima inquietante ed ansiogena, poi motivetto gioioso che man mano si fa conquistare dai ritmi e diventa una danza di guerra affogata nello sciroppo alle ciliegie, sempre più frenetica e cardiopalmica, ai limiti dell’epilessia.

Mirrored è uno dei lavori più sorprendenti del Rock di fine anni Zero.

I Battles tornano, ma senza Tyondai Braxton ed i suoi vocalismi eccentrici, perdendo un po’ sul lato melodico ed aquistando su quello più tipicamente Math-Rock, con intrecci acrobatici e virtuosismi di alta scuola. Si è ridotto l’impatto più fisico di alcuni episodi di Mirrored; le chitarre ruggenti, i momenti più forzuti e muscolari di Rock d’assalto si sono diradati. Il sound su Gloss Drop (2011) è così meno variegato, nonostante gli ospiti di eccezione che si alternano dietro il microfono. Si è anche perduto l’effetto sorpresa dell’esordio, ma nonostante questo la formazione si dimostra ancora capace di realizzare vortici colorati di Math Rock acrobatico come l’opener Africastle (6 min.). Subito dopo il tour de force psichedelico/allucinato di Ice Cream, il numero più squisitamente Pop, con Matias Aguayo dietro il microfono, è tutto un intreccio di voci accompagnate dalla solita grande perizia strumentale. Sul modello dell’esordio si muove Futura (che ricorda qualcosa di Tonto), che è anche il primo brano a far sentire la mancanza dell’uso davvero carismatico dele voci dell’esordio. Anche senza Braxton, però, riesce una musichetta caraibica aurreale come Inchworm, e soprattutto una giostra come Wall Street, scintillante vortice all’inizio e poi diradato, sfilacciato pow-wow alieno, poi una nuova folata di potenza con sfumature epiche e di nuovo una scintillante e vorticosa giostra sonora. My Machines (Featuring Gary Numan) mischiando un Math Rock giocoso e divertente, intricato ma coloratissimo, potente e viscerale ma sempre godibile,aggiunge molta magniloquenza alla loro musica, a metà fra un film di fantascienza ed uno drammatico, segnando uno dei vertici dell’opera. L’album scricchiola nella parte centrale: un’altra danza caraibica con Dominican Fade, un potenziale singolo come Sweetie & Shag (Featuring Kazu Makino) che è al di sotto delle loro capacità, il breve carillon di Toddler sono momenti meno intriganti e compiuti. La più sperimentale ed elettronica Rolls Bayce, aperta fra clangori industriali, mostra invece un delizioso motivetto robotico, un battito quasi-Techno, un turbine che ruota su se stesso nel finale, innescando una sorta di girotondo lisergico e bambinesco; si tratta comunque di un bocconcino di 2 minuti. White Electric (6 min.) vorticando sulle chitarre chirurgiche innesta un lungo crescendo ritmico, riprende un certo fare maestoso già affiorato nell’opera, e dopo più di tre minuti propone un epico Math Rock di intrecci millimetrici che, giunto al culmine, lascia una chitarra ed un motivetto comico a chiudere. Qua, anche senza l’uso della voce, i Battles dimostrano di essere una delle più grandi band del periodo. Finale affidato a Sundome (Featuring Yamantaka Eye), 8 minuti prima lisergici e poi di una sorridente Dub piena di fiati, allucinata e divertente. Meno eccentrico dell’esordio e meno caleidoscopico, Gloss Drop si dimostra un album più vicino ai canoni del Math-Rock, sempre declinato però con un fare giocoso, colorato, carismatico, in linea con l’esordio.

La Di Da Di (2015) è un album completamente strumentale che sembra fotografare una band senza più una direzione. The Yabba (quasi 7 min.) è una giostra Elettro-Math-Rock un po’ sedata per i loro standard, ma comunque divertente e ancora personale: nessuno ha ancora replicato questo sound. Sono ancora pienamente Battles le dinamiche strumentistiche, la World music atipica e stravagante che affiora in brani come FF Bada, il lavorio chitarristico di Summer Simmer,  la splendente armonia di Non-Violence (uno dei brani maggiori della discografia), ma brani brevi come Tricentennial, Tyne Wear, Dot Net sembrano incapaci di portare le idee iniziali ai livelli dei viaggi sonori di Mirrored e brani più estesi come Megatouch mancano di dinamismo, avanzano come coloratissime versione del Math-Rock che non sono aliemntate dalla creatività esplosiva di un tempo. Sul finale la musica tinta di melodie orientali di Luu Le (7 min.) fa intuire quali potenzialità abbia la formazione.

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Voti:

Mirrored – 8
Gloss Drop – 7

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