Arcade Fire – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli Arcade Fire

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Gli Arcade Fire sono fra le formazioni più valide degli anni zero. Dal Canada propongono una eclettica commistione di Pop, Folk, Rock ed altri elementi minori (Soul,Gospel, musica religiosa).

Funeral (2004) è l’esordio degli Arcade Fire ed è anche uno degli album “Pop” più belli dei primi anni 2000. Capaci di assorbire tanto la New Wave quanto il Folk Revival dei ’90, rimescolando l’Hard rock e unendo tutto a melodie caraibiche che sembrano usciti da riti sciamanici come in 7 Kettles. Crown Of Love è il passaggio più pop di questo esordio e fa coppia con la spastica filastrocca posta in chiusura, The Backseat.

Power Out è al contrario un contorto brano nevrotico e drammatico. Tutto l’album rimbalza fra citazioni e rivisitazioni, ma forse è più esatto parlare reinterpretazioni, di canoni stilistici della musica degli ultimi 20-30 anni. Guidati da un gusto melodico ed una certa tendenza al passaggio catchy, gli Arcade Fire creano così un buon sunto di tante cose sentite dal ’77 in poi senza rinunciare a mettere bene in mostra una personalità tutt’altro che trascurabile. L’inizio, affidato prima a Neighborhood #1 (Tunnels) ed alla sua atmosfera onirica e poi alla più intensa, trascinante, a tratti viscerale Neighborhood #2 (Laika) è uno dei più interessanti duetti del decennio. Rebellion (Lies) è il singolo che li trascina nelle classifiche mondiali e li rende internazionalmente famosi.

La ricchezza sonora di questo Pop/Rock ha pochi rivali; gli arragiamenti fantasiosi, la strumentazione estesa, la duttilità stilistica fanno degli Arcade Fire uno dei gruppi della decade.

Neon Bible (2007) non è meno ambizioso dell’esordio, anzi esalta ancora apertamente le doti caratteriali e fantasiose della formazione. Il tono è adesso più cupo, vicino alla Dark wave, l’alone è mistico/religioso, la contraddizione costante è fra sacro e profano. Black Mirror apre con un ritornello malinconico, ma Neon Bible è una filastrocca apocalittica che sembra vedere un bambino annunciare la catastrofe annunciata.

Il singolo esplosivo, e un brano memorabile, è Intervention, per crescendi drammatici alla Television. L’estasi mistico/religiosa giunge però con l’organo da chiesa di My Body Is a Cage, uno strano Soul sofferto che esplode come una liberazione in un imponente e maestoso marciare trionfale. Keep the Car Running è il brano più semplice mentre Black Wave/Bad Vibrations una sorta di microsuite in due parti dai toni minacciosi. Gli elementi sono sempre i medesimi: Folk, Pop, Rock, Soul, Gospel, sprazzi aggressivi di Hard Rock, elementi New Wave e, più che in passato, Dark Wave. Gli Arcade Fire si confermano gli alfieri del Pop/Rock degli anni zero.

The Suburbs (2010) è ancora capace di momenti personali come Ready To Start, fra folate rumorose, religiosità Gospel, ritmo incalzante, arrangiamenti suntuosi. Rococo vede trionfare i loro arrangiamenti epici, il loro spirito corale e maestoso, stratificato e possente ma anche melodico e orecchiabile. Il mix è ancora più irruento su Empty Room, corsa su archi supersonici, ritmo palpitante, canto infantile ed incantato, impennate piene di pathos e stratificazioni rumorose. Half Light I e Half Light II formano il centro del disco: melodie dolci, carillon fiabeschi, stratificazioni orchestrali, battiti ballabili, cavalcate rumorose ed elettroniche; tutto l’arsenale della formazione, fra qualche autocitazione dal vecchio repertorio.

Il brano mostra anche la principiale differenza rispetto agli album precedenti: l’opera è complessivamente meno tesa, meno densa e compatta. L’impressione è che, saltuariamente, si sia davanti a brani che aggiungono poco al risultato finale, che si dilunghino. Suburban War, per esempio, indulge a lungo nel suo tono profetico. Meno intriganti Month of May e Wasted Hours che introducono un “lato B” più raffazzonato ed anche prolisso. Deep Blue mostra come anche senza nuove idee la formazione possa contare sulle proprie doti melodiche, ma il risultato non è entusiasmante. Il singolo We Used To Wait sembra una hit anni ’80 rifatta da un gruppo talentuoso. Sprawl (altro brano in due parti, complessivamente 8 minuti abbondanti) fa quello che una volta avrebbero proposto in 3 minuti: variazioni melodiche e stilistiche da un paniere variegato.

Il quarto attesissimo album, Reflektor (2013) è sorprendentemente un doppio che però dura 75 minuti. L’opera integra nuove influenze, principalmente quelle di un ballabile ottantiano, declinato secondo il verbo Etno-Afro-Funk dei Talking Heads o avvicinandosi al mondo Dub/Reggae. I brani si sono fatti più raffinati e meno viscerali. La raffinata title-track, affogata fra echi e riverberi e stiracchiata da una coda Disco (come facevano i Wolf Parade molti anni prima) presenta efficacemente l’opera. Fascinazioni caraibiche sono diffuse qua e là, ad alternarsi all’anima più ottantiana e New Wave/Post-Punk. In particolare si distinguono nella psichedelia Dub di Flashbulb Eyes ed in Here Comes The Night Time, che purtroppo soffre di una prolissità condivisa anche da altri brani dell’opera. Il miglior momento Post-Punk è Normal Person, che unisce i cori classici del loro sound con un trascinante ritmo ed un affollato panorama di chitarre distorte. Alcuni momenti di questo primo disco appaiono sottotono: in particolare Joan Of Arc ripete allo sfinimento un hook melodico che è al massimo trascinante.

Il secondo disco è decisamente più elettronico. Si apre con una superflua reprise e poi si lancia in una composizione in due parti, dedicata al mito di Orfeo ed Euridice. Prima, Awful Sound (Oh Eurydice) propone una ballata affollata di synth, con richiami ai cori dei Beatles ed un finale da stadio più ruffiano che creativo. Dopo, It’s Never Over (Hey Orpheus) propone Disco venata da chitarre distorte, cantato bilingue e melodie da classici Motown, chiudendo in una psichedelia elettro-acustica: è uno dei vertici dell’opera. Afterlife, una rievocazione dei New Order, aggiunge una nuova ispirazione al lotto e regala uno dei momenti più orecchiabili.

Anche questo secondo disco ha momenti minori, in particolare: il già citato reprise di Here Come The Night, il Synth Pop banale di Porno, la conclusiva Supersimmetry (11 min.), che si spinge avanti forse solamente per rendere meno stridente un doppio album così breve.

Pur essendo insolitamente breve, questo doppio album è come molti altri doppi album dispersivo e prolisso. Sicuramente la band propone composizioni più elaborate e suntuose, ma i molti richiami al passato, soprattutto a Disco, New Wave e Post-Punk, riducono di molto l’effetto novità. Sembra che gli Arcade Fire abbiano compreso che il trucco per rimanere delle star è confondere gli ascoltatori con brani estesi dal suono ricchissimo, puntando più sulla forma che sulle idee.

Il quinto, attesissimo, Everything Now (2017) sembra soprattutto cercare strade nuove. Non tanto nella title-track, canzone pienamente nel loro stile, quanto in nuove soluzioni ballabili, anche più moderne del sofisticato revivalismo Disco (Peter Pan, Electric Blue), oppure virate Reggae (Chemistry).

L’energia Rock è un lontano ricordo (Infinite Content, che dura 97 secondi), così come lo stile cameristico e barocco di un tempo, che ormai non sembra più fertile, con l’eccezione di We Don’t Deserve Love. Un album che è stato recensito da tutti solo perché degli Arcade Fire.


Discografia

❤ Funeral 2004 9
Neon Bible 2007 8,5
The Suburbs 2010 7,5
Reflektor 2013 7
Everything Now 2017 6,5

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2 pensieri su “Arcade Fire – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Io penso che gli Arcade Fire siano una delle maggiori formazioni del decennio. Se ti può interessare, c'è un concerto Modest Mouse + Arcade Fire a Bologna, fra qualche settimana. 🙂

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