Accept – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Gli Accept sono state una delle più grandi formazioni dell’Heavy Metal tedesco. I motivi per cui sono stati importanti sono numerosi: hanno influito sulla nascita dello Speed e del Thrash Metal ma sono stati capaci anche di spaziare fra AC/DC, Judas Priest, Scorpions e il Rock’n’Roll classico. Inoltre, fra le tante mutazioni della carriera,  hanno anche proposto una delle prime fusioni fra ballabile Disco e Heavy Metal.

Le origini della band risalgono addirittura a fine anni ’60, quando Udo Dirkschneider e Michael Wagener formano i Band X, destinati a diventare poi gli Accept. I primi anni sono tempestati di cambi di line-up, così che solo nel 1976 la band si stabilizza come un quintetto così formato: alla voce Udo Dirkschneider, alle chitarre Wolf Hoffmann e Gerhard Wahl, al basso Peter Baltes e alla batteria Frank Friedrich. Si tratta della prima di numerose line-up che si succederanno negli anni, con Udo Dirkschneider a fungere da presenza quasi costante della discografia.

Accept (1979) rimarrà il loro capolavoro. Si tratta di Rock’n’Roll ma suonato con un’energia quasi Speed-Metal e con la fantasia che molti epigoni non avranno. Gli Accept, soprattutto, riescono a inanellare una serie di ritornelli invidiabile. Lady Lou, scatenato R’n’R, anticipa la cavalcata di Tired Of Me, degna dei futuri Diamond Head,  per poi approdare alla più melodica Take Him In My Heart, senza rinunciare alla carica tellurica delle chitarre e una ritmica fantasiosa. L’apice è Free Me Now, in odore di Thrash Metal ed in anticipo sulla NWOBHM, capace di sbaragliare i Judas Priest e gli Iron Maiden. Glad To Be Alone, la ballata, evita di scadere in patetismi e nello svolgersi arioso e melodrammatico non rinuncia ad accelerazioni incalzanti. That’s Rock’n’Roll prova una versione meno Punk e più Rock’n’Roll dei Motorhead, creando una versione nervosa di Chuck Berry ibridato con lo Speed Metal. Helldriver prosegue la sequezna di brani valevoli di attenzioni, con ritornello radiofonico, passo cadenzato e massiccio, che accelera gli AC/DC donando nuova vita alla loro formula. Street Fighter, un vigoroso Heavy Metal urlato e sguaiato, conclude degnamente un’opera che riassume varie correnti del movimento Heavy Metal in modo personale e trovando equilibrio e potenza, iniettando accelerazioni da infrato e regalando anche qualche ritornello memorabile. Con quest’album gli Accept si impongono come i fari dell’Heavy Metal teutonico di fine anni ’70, insieme ai ben più celebri Scorpions.

Il secondo album, I’m A Rebel (1981), si concentra soprattutto sui ritornelli e sui brani semplici, creando una versione a metà fra Disco e Heavy Metal del brano Pop/Rock. La title-track, inno da stadio come pochi altri nella storia dell’Heavy Metal (persino i Kiss lo invidierebbero), anticipail basso pulsante di Save Us (altro memorabile ritornello). Thunder And Lightning, la più rocciosa China Lady, la Disco vera e propria di I Wanna Be No Hero sono altri momenti di spensierato Heavy Metal ballabile. L’album è un’assimilazione della Disco Music che tanto impazzava ma, cosa non da poco, rimane divertente dall’inizio alla fine. Un Heavy Metal da party con pochi eguali.

Breaker (1981) spingerà di nuovo sul sound massiccio e violento, ripescando il proto-Thrash, cucendoci sopra un cantato più aggressivo e riducendo le morbidezze degli arrangiamenti dell’album d’esordio. Spesso suonano come una fusione di Judas Priest e AC/DC. La title-track è un piccolo capolavoro; Run If You Can replica ancora meglio, imponendosi fra i loro brani migliori e fra i più fulgidi e vecchi esempi Heavy Metal veloce e possente. Son Of A Bitch e Burning sono evoluzioni del primo album ma i Venom nel 1981 pubblicheranno il loro esordio ed i Diamond Head con Lightings To The Nation daranno al Thrash Metal un modello necessario poi a Metallica ed Anthrax per sviluppare il genere. Gli Accept, insomma, nella logica perversa della storia, sono già un gruppo che non riesce a stare sulla cima dell’ondata evolutiva che il genere stava conoscendo. Detto questo, Breaker rimane comunque un album da considerare nei meccanismi evolutivi dell’Heavy Metal, seppure Restless And Wild (1982), più coeso ed ancora più potente, consegnerà il loro capolavoro assoluto, Fast As A Shark, una cavalcata a rotta di collo che è ad un soffio da Kill’Em All dei Metallica.

È uno di quei casi in cui un brano eccezionale, in anticipo sui tempi, rimane sepolto nelle pieghe della storia e raramente citato, sicuramente uno dei momenti chiave dell’Heavy Metal tedesco. Restless And Wild riassume anche il periodo più intransigente della formazione, regala ballate meno soporifere del precedente Breaker e, oltre alla già citata Fast As A Shark, due cannonate come Demon’s Night e Flash Rockin’ Man. Il finale, poi, è affidato alla complessa Princess Of The Dawn, con fantasie chitarristiche e un finale che anticipa il clima fantastico del Power Metal.

Per il quarto album, Balls To The Wall (1983), la band invece di proseguire sulla via dello Speed Metal, arretra verso un più classico Hard Rock degno dei migliori AC/DC, come nella famosa title-track.

I testi si sono fatti più impegnati e trattano dei problemi di varie minoranze, con il titolo e la copertina che sollevano anche un polverone a riguardo della vicinanza alla comunità gay. Nella stessa direzione vanno anche London Leatherboys e Love Child. Album compatto, il più professionale della carriera, Balls To The Wall è anche il loro unico album ad ottenere il disco d’oro negli Stati Uniti.

Pur avendo rinunciato al ruolo di innovatori che Fast As A Shark ha conferito loro per un battito di ciglia, gli Accept continuano negli anni ’80 a sfornare album che sembrano la sintesi dell’Heavy Metal classico, come Metal Heart (1985). L’esplosiva Wrong Is Right e l’inno che dà il titolo all’album sono solo due brani di un album curato nei minimi dettagli. Un esempio: il riff della title-track cita Tchaikovsky e Beethoven.

Alla produzione c’è Dieter Dierks, già con gli Scorpions: forse questo spiega il suono cristallino delle chitarre, mai così scintillanti e spettacolari. L’album sarà promosso attraverso un tour mondiale, l’ideale fotografia del momento di massimo successo della band.

La fine è tuttavia dietro l’angolo. Russian Roulette (1986) è pubblicato nell’anno d’oro del Thrash, quando ormai le nuove leve del Thrash tedesco hanno già reso antiquate le idee degli Accept. Nel gruppetto di canzoni non si intravede l’ombra di un’idea nuova, anzi c’è un ritorno al suono più aggressivo di inizio decennio. Sarà l’ultimo album prima dell’abbandono di Udo Dirkschneider, ugola e perno della band.

Il ritorno nel 1989 con Heat The Heat mostra una formazione stanca e senza la verve di un tempo, incapace di scrivere nuovi ritornelli memorabili. Senza  Udo Dirkschneider sembra quasi un tradimento.

Fortuna che lo storico frontamn torna all’ovile per Objection Overruled (1993). Dopo quattro anni di pausa, la band torna più potente e aggressiva, come dimostra This One’s Is For You. Rimane comunque una formazione capace anche di uno strumentale come Just By My Own, dove la chitarra troneggia in estasi. Nel 1993, ad ogni modo, c’è molto poco di innovativo in questa musica e nel tentare nuove vie i nostri finiscono anche per ricordare da vicino gli Scorpions (Amamos La Vida).

Death Row (1994) e Predator (1996) sono i loro album peggiori, prolissi e privi di idee che valgano l’ascolto di questi lunghi lotti di canzoni. Inoltre, poco aggiungono a quanto la formazione ha ampiamente detto in passato. Tornata la crisi creativa, Udo Dirkschneider si allontana (pare definitivamente) dalla band. Inizia un lungo periodo di pausa per la formazione. La band storica partecipa a un tour celebrativo nel 2005 ma quando c’è da mettere su una vera reunion Dirkschneider non vuole partecipare, così è sostituito da Mark Tornillo. Nel 2010 la band apre per gli AC/DC e ad Agosto dello stesso anno Blood Of The Nations è nei negozi. La formazione è un po’ pasticciata, fra vecchi collaboratori e nuovi membri, ma si tratta dell’album più potente dell’intera carriera, quello che li vede fondere i vecchi punti di riferimento con gli Slayer del periodo South Of Heaven.

Dopo la buona risposta del pubblico a Blood Of The Nations, la band sembra ritrovare l’energia per vivere una terza età fatta di concerti e nuove canzoni. Arriva quindi un tredicesimo album, Stalingrad (2012) e persino un quattordicesimo album, Blind Rage (2014). Il primo contiene la potente title-track, con tanto di citazione dell’inno sovietico, e la trascinante Flash To Bang Time. Il secondo ci mette la pomposa Fall Of The Empire, con i cori operistici, ma nella seconda parte sembra soffrire la mancanza di idee.

A seguito di questa tripletta di nuovi album abbandonano la band il chitarrista Herman Frank, che lavorò anche sui primi album, e il batterista Stefan Schwarzmann, istituzione dell’Heavy Metal.


Discografia:

Accept 1979 8
I’m A Rebel 1980 7,5
Breaker 1981 7
Restless And Wild 1982 8
Balls to the Wall 1983 7
Metal Heart 1985 7
Russian Roulette 1986 6
Animal House 1987 6
Eat the Heat 1989 5
Objection Overruled 1993 6
Death Row 1994 5
Predator 1996 5
Blood Of The Nations 2010 6
Stalingrad 2012 5,5
Blind Rage 2014 5

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