Alice Cooper – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Alice Cooper, nome d’arte di Vincent Furnier, è stato uno dei massimi discepoli di Frank Zappa, uno dei padrini dell’Hard Rock ed un artista fantasioso e carismatico a cavallo fra canzoni complesse ed album concept, ritornelli orecchiabili e sagaci critiche sociali.

Da Zappa Cooper ha anche preso il terribile difetto della prolificità immensa: nei primi dieci anni di carriera il suo ritmo è stato praticamente di un album ogni anno.

Alice Cooper ha anche avuto un grande impatto sulla componente visiva dei concerti, infarcendoli di diavolerie da horror, trucchi pesanti, atmosfere sulfuree e dissacranti-

Pretties For You (1969) è un esordio che si articola con gli stilemi del Progressive Rock e dei concept album, presentandosi come una serie di quadretti uniti da intermezzi spesso demenziali (di nuovo la lezione di Zappa). Un mix di Psichedelia, Beat, Blues, Rock, Hard Rock, operetta, stralci d’avanguardia si snoda per tutta la durata dell’album, consegnando una versione semplificata di Zappa, ma anche creando i presupposti per una musica innodica e trascinante, come dimostra Relected. Fields of Regret è forse il momento più riuscito ma l’opera, pure con alcuni momenti minori, riesce soprattutto come flusso sonoro sospeso fra creatività e scherzo, fra oltraggio e meditata elaborazione comico/demenziale.

Il limite più grande di questa musica è l’adagiarsi saltuario su momenti banali fatti di ritornelli poco originali e leggerissimi. Easy Action (1970) farà esattamente questo, sciorinando in Mr. and Misdemeanor una filastrocca e poco più. Perse le orme del maestro, adesso le canzoni sono molto più vicine ai canoni dell’hard Rock tinto di Beat e Blues.

Love It To Death (1970) intraprende ancora la strada del precedente ma esalta la forza innodica della canzoni, il gusto orrorifico, il ritmo trascinante, l’orecchiabilità immediata, le liriche oltraggiose: Caught in a Dream e soprattutto I’m Eighteen creano nuovi standard ed un nuovo modello, che garantirà a Cooper un grande successo commerciale ed una nuova linfa vitale per i successivi anni di carriera.

Killer (1971) aggiunge soprattutto Under My Wheels, mentre il resto non riesce a superare i livelli dell’album precedente. Cooper, tuttavia, si sta preparando alla più compiuta delle sue opere. Questo album, col senno di poi, è solo l’antipasto del successivo.

School’s Out (1972) è una delle opere più fantasiose dell’Hard Rock, genere in cui è peraltro racchiudibile co qualche riserva. Blue Turk, un jazzato soffice ed atmosferico, scuro quanto basta e la title-track, inno catastrofico di una scuola saltata in aria sono l’antipasto dei versi bestiali di Public Animal No.9, per l’estasi del Grand Finale, per la nevrotica Street Fight, per il ritornello epico di Luney Tune. Cooper articola il tutto come un flusso più o meno unico di canzoni, consegnando un album fra Hard Rock, tematiche Horror, teatro di periferia, Progressive semplificato ed ancora qualche grande tocco di fantasia: vitale, immediato ed orecchiabile, School’s Out si impone come una versione più Hard Rock e più orrorifica di Frank Zappa. Se nella materia del concept ultrafantasioso Cooper si fa apprezzare ma non brilla eccessivamente, in questo mix di horror, Rock, teatro decadente, provocazione e fantasie più o meno macabre egli è un maestro, il capostipite di uno stile artistico che trascende i generi musicali e che porterà le generazioni future a rifarsi alla creatura di Vincent per stimolare la propria vena artistica.

Billion Dollar Babies (1973) continua la sfilata di spunti necrofili, inni generazionali e ritornelli tanto macabri quanto orecchiabili, in un gioco di equilibri non indifferente. La rinata Elected, I Love the Dead e No More Mr. Nice Guy sono i momenti migliori, ma il limite di questa musica è che Cooper finisce nonostante tutto per ripercorrere territori simili: la fantasia è la dote principale della sua musica, senza di quella quest’album sarebbe un lotto di canzoni radiofoniche dozzinali.

Muscle of Love (1973) mostra la corda di questo nuovo corso, seppure Crazy Little Child e Woman Machine si distinguano ancora ed il resto dell’opera, pur con qualche momento prevedibile, non precipita mai nella totale mediocrità.

Cooper è ormai padre-padrone di tutta la formazione che lo segue e che decide di abbandonarlo, permettendo il secondo cambio stilistico. Welcome To My Nightmare (1975) smussa gli angoli, si fa ancora meno sperimentale e si crogiola sempre più in questo immaginario da b-movie, macabro, scherzoso ed autocompiaciuto come da copione. La title-track, The Black Widow, la ballata Only Woman Bleed, Department Of Youth, la rabbiosa Cold Ethyl, il Folk spettrale di Years Ago, la tenebrosa Steven sono tutto il riassunto di quanto Cooper ha elaborato, con qualche momento molto più semplice e di compromesso di quanto abbia mai pubblicato in passato. L’album è curato e vario, ma quel che manca è un pizzico di sorpresa e di stupore in queste canzoni spesso ineccepibili ma non ugualmente trascinanti e dissacranti.

Alice Cooper Goes To Hell (1976) non riesce nemmeno a replicare la forma del precedente, candendo in troppi brani minori. La ballata I Never Cry ed il tentaivo Disco di You Gotta Move sono i momenti più interessanti di un album che di interessante ha poco. Lace And Whiskey (1977) è costruito bene ma non ha canzoni memorabili ed è carente di carisma e di motivi di originalità. Negli anni del Punk e della New Wave maturi, questa musica ha ben poco di originale.

The Alice Cooper Show (1977) fotografa l’artista live, alle prese con vecchi successi, ma la selezione non è eccezionale e l’esibizione probabilmente non rispecchia l’effettivo impatto dei live.

From The Inside (1978) tenta la strada dell’introspezione ma, se i brani ritornano a trasmettere messaggi interessanti (seppure a tratti banali), la musica rimane antiquata e poco convincente, le ballate sono sempre più soporifere ed i brani di Hard Rock selvaggio impallidiscono dinanzi alle nuove leve.

Cosciente, probabilmente, che le idee mostrate nelle ultime opere non valgono molto, Cooper si affianca alla New Wave in modo molto poco fantasioso e personale con Flush The Fashion (1980) che su ritmi trascinanti di derivazione Disco inanella brani insipidi che si possono facilmente confondere col il Pop/Rock degli ’80.

Special Forces (1981) riprova con New Wave e ruvidezze Punk (Don’t Talk Old To Me), ma il meccanismo proprio non funziona. Musica radiofonica semplice ed orecchiabile, che manca spesso anche di ritornelli memorabili.

Zipper Catches Skin (1982) continua con questo confuso mix di New Wave ed Hard Rock, segnando lo zero assoluto delle idee e consegnando probabilmente il suo album peggiore.

Da Da (1983) replica la cronica mancanza di idee, ma Pass The Gun Around fa sperare nel futuro.

Constrictor (1986) è una relativa rinascita: Cooper sfrutta un suono fra Heavy Metal ed Hard Rock, con ritornelli semplici ed immediati, per confezionare un album radiofonico ma accattivante, seppure poco originale. Teenage Frankenstein, Simple Disobedience e The World Needs Guts sono momenti di Pop-Metal a suo modo notevole, ovvero tanto semplice quanto leggero: Bon Jovi e Twisted Sisters hanno fatto breccia nel cuore di Cooper o più probabilmente questo è un modo per saltare sul carrozzone dei bestseller. Le canzoni si somigliano e sono prevedibili, ma è tutto comunque migliore dei tentativi di pseudo-New Wave.

Raise Your Fist And Yell (1987) replica con più potenza e più vigore, ganci melodici accattivanti e sempre più capacità di trovare un equilibrio fra immediatezza e potenza, fra horror da b-movie e semplici filastrocche. Freedom e Lock Me Up aprono alla grande lo spettacolo, poi fra citazioni, autocitazioni, refrain che subito entrano in testa e qualche brano sparso nella tracklist che attrae, come Step On You e Prince Of Darkness, si giunge alla fine dell’album divertiti ma con poco da raccontare.

Thrash (1988) ha poco da invidiare ai campioni di incassi del Pop-Metal degli anni ’80. Poison è la canzone più orecchiabile di tutta la carriera, con la struttura per essere urlata negli stadi, come solo un brano Pop potrebbe essere. La sequela di potenziali singoli facilmente memorizzabili è degna di Bon Jovi (e persino dei campioni del Pop): Spark In The Dark, House Of Fire, Why Trust You, Only My Heart Talkin’, la potentissima Bed Of Nails ecc sono prive (al solito) di grande originalità e personalità, ma sono opere di chirurgica creazione di inni da stadio per le generazioni dell’Heavy Metal di massa. Si tratta di brani con spunti melodici, energia dinamitarda e la capacità di mischiare la scuola dei ’70 e degli ’80 con il mestiere di chi ha una grande esperienza alle spalle.

In questo periodo Cooper viene anche riconosciuto, a ragione, come uno dei massimi ispiratori dell’Heavy Metal dei secondi anni ’80, una fonte di ispirazione per Guns’n’Roses, Bon Jovi, Motley Crue, Faster Pussycat e tanti altri.

Hey Stoopid! (1991) ci riprova più aggressivo e maligno, trasudando tutta la cattiveria dei suoi momenti migliori. Dalla title-track a Snakebite, giungendo alla atmosfera inquietante di Dangerous Tonight, transitando per Love’s A Loaded Gun e concludendo idealmente con Die For You e Dirty Dreams, Cooper ritrova tutta la forza di School’s Out, sfruttando però una potenza Heavy Metal tanto fragorosa quanto trascinante che in passato non conosceva: nel 1991 tutto questo non è esattamente avanguardia e non ha un decimo dell’aria fresca che i suoi migliori album hanno saputo dare all’Hard & Heavy, ma la tracklist si fa apprezzare se non si hanno pretese che vadano oltre quelle di un party a base di alcool, baccano e divertimento.

The Last Temptation (1994) si presenta meno graffiante ed accattivante, più Blues e più Guns’n’Roses, ma verrà facilmente riscattato da Brutal Planet (2000) che vede Cooper risorgere con un sound da Industrial Metal e con sprazzi Stoner in Eat Some More: Marylin Manson, che intanto ha scippato non poco da Cooper, si vede combattuto sul suo stesso campo ed il risultato non è così felice come ci si potrebbe aspettare per l’androgina superstar-anticristo. La title-track, Blow Me A Kiss, Pick Up The Bones, Gimme, il ritornello accattivante di It’s The Little Things sono soprattutto incubi tetri, cosparsi dell’orrore da b-movie di sempre ma ricoperti di una veste musicale aggiornata all’epoca dei Nine Inch Nails, al rumore fragoroso delle distorsioni, al battere ossessivo delle percussioni, potenti e micidiali. Cooper, dopo più di tre decadi, continua a rivaleggiare con i suoi “figli” artistici, come solo pochi possono permettersi di fare.

Dragontown (2002) con Deeper, la title-track, il rumore ruvido di Fantasy Man, Just Wanna Be God ed il devastante senso di apocalisse di I Am The Sentinel replicano l’assalto industrialoide dell’album precedente ma Disgraceland, It’s Much Too Late e Sister Sarah mostrano un suono meno estremo e meno intrigante, che recupera qualcosa solo in umorismo. Ad ogni modo, l’opera mantiene la propria dignità, senza stupire.

The Eyes Of Alice Cooper (2003) diminuisce di molto l’impatto sonoro, preferendo un Rock tinto di Blues, più banale e prevedibile. Man Of The Year, così, sembra un brano dei Green Day, This House Is Haunted riprende a piene mani dai Black Sabbath e What Do You Want From Me sembra un polpettone di Hard Rock e con spigolature Punk ed il tutto suona un poco stantio, seppure non manchi di divertire, ogni tanto.

Dirty Diamonds (2005) e Along Came A Spider (2008) mostrano un Cooper stantio e dispersivo, che gira e rigira su territori ampiamente battuti senza riuscire mai a far quadrare il cerchio. Non c’è più nulla di nuovo da dire alla soglia del venticinquesimo album e sembra ormai che il padrino dell’Hard Rock dell’orrore, dei travestimenti e del terrore cinico da b-movie sia ormai prossimo al meritato riposo.

Voti:

Pretties For You – 7,5
Easy Action – 6
Love It to Death – 6,5
Killer – 6
School’s Out – 7,5
Billion Dollar Babies – 6,5
Muscle of Love – 5,5
Welcome to My Nightmare – 6,5
Alice Cooper Goes To Hell – 5,5
Lace And Whiskey – 5
The Alice Cooper Show – 5,5
From The Inside – 4,5
Flush The Fashion – 4
Special Forces – 4
Zipper Catches Skin – 3
Da Da – 3,5
Constrictor – 5
Raise Your Fist And Yell – 5,5
Thrash – 6
Hey Stoopid! – 6
The Last Temptation – 5
Brutal Planet – 6,5
Dragontown – 6
The Eyes Of Alice Cooper – 4,5
Dirty Diamonds – 4
Along Came A Spider – 4

Annunci

Un pensiero su “Alice Cooper – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...